lunedì 4 dicembre 2017

Liam Gallagher a Minneapolis: "Noel, devi abbassare la cresta. Potevi almeno telefonarmi in questi quattro anni difficili per me"

Mercoledì 20 novembre Liam Gallagher ha concesso un'interessante intervista a Jill Riley e Brian Oake di The Current, stazione radio di Minneapolis, prima del concerto alla First Avenue Mainroom.

Abbiamo trascritto le sue parole. L'audio è alla fine del post.
Source: The Current

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Liam con Jill Riley e Brian Oake (foto di Anna Reed)
Cosa ti piace dei tour negli Stati Uniti e a cosa non ti adatterai mai riguardo ai tour negli States?

La prima volta che venimmo in America rimasi a bocca aperta: "È un po' grande. Voglio tornare in Inghilterra". E ovviamente in Inghilterra andavamo forte. E onestamente ti devo dire che venendo in America non ci si aspettava che gli americani fossero appassionati di noi tanto quanto lo fossero gli inglesi, ma pensavo: "Questo posto è proprio grande, non so bene ...". Man mano che sono invecchiato ogni volta non vedevo l'ora di venire qui. Ovviamente da giovane ce l'avevo col mondo. Andando avanti un po' con l'età perdi quel rancore, quindi mi piace venire in America. Mi piacciono i concerti qui.

Sai, tra i Beady Eye e questa avventura c'è stato uno di quei periodi in cui gli artisti vivono alti e bassi, fanno cose diverse, ma per uno come te che è un artista, che è un performer ...

Non mi vedo come un artista, mi vedo come un cantante rock 'n' roll che ogni tanto scrive una canzone. Quella parola, 'artista', la lascio a gente del calbro di Paul Weller e Noel Gallagher, perché penso che quella parola a loro piaccia. A me non si attaglia.

Questo mi affascina, perché certe persone amano scrivere canzoni e amano stare in studio. Questa è la cosa tua.

Mi piace stare in studio, senza dubbio. Mi piace tutto di quella cosa. Non mi piace fare i video, forse è per quello. Non mi definisco ancora un artista, mi definisco un cantante. Penso che la parola 'artista' sia un po' pretenziosa. 

Ci sono posti dell'America in cui preferiresti andare e posti in cui non preferiresti andare?

No. Se sei in un posto devi andare ovunque. E questo vale ovunque. In Inghilterra se vai a suonare solo a Londra e a Manchester non vai in giro ovunque. Devi andare in ogni dove. Se qui fai solo Los Angeles o New York e tutte le grandi città o i cosiddetti posti alla moda per me non va bene. Bisogna andare in giro. L'altra sera abbiamo suonato a Phoenix ed è stato un po' strano. Poi abbiamo suonato a Denver ed è stato l'esatto opposto: è stato pazzesco. La gente a Phoenix ha apprezzato, ma non si muoveva molto. E la cosa va bene, io quando vado ai concerti non saltello in giro. A Denver, la sera dopo, pensavo che sarebbe stata la stessa cosa, ma è stato pazzesco. Era come un concerto a Glasgow: molta gente saltava. Quindi non si sa mai.

Al tuo concerto alla First Avenue, qui a Minneapolis, noterai che la gente si conterrà, ma in realtà qui la gente impazzirà. È proprio il pubblico che è così qui.

Io sono un tipo semplice. Finché ascoltano ... capisci? Io ai concerti ci sono andato, mi metto dietro ed è la migliore esperienza della mia vita. Non si basa tutto sul saltellare, lanciarsi bibite e darsi testate l'uno con l'altro. Finché ascoltano va bene. Se mi chiedi se preferisco un pubblico che rimane fermo e ascolta o uno che saltella e ascolta, preferisco la gente che dà di matto. Penso che contribuisca a rendere il concerto migliore.

Molte volte dal vivo canti e sei lì con le mani dietro la schiena, quindi è difficile dire se stai perdendo la testa. Anche se non per forza la esprimi, incameri più energia così?

Sol perché non saltello, non ballo e non agito le mani non significa che ... Mi esprimo con molta rabbia, forse non rabbia, ma molta energia, molta anima. Sto provando a far passare un messaggio, senza dubbio, non sono solo occupato a saltellare ovunque. Il giorno in cui andrò lì e mentre canto una canzone lo farò sparatemi in fronte!

Parliamo del nuovo album, As You Were. Com'è stato fare un tuo album?

È stato bello perché è stata una cosa molto tranquilla fare il disco. Quando ho fatto le canzoni con Greg Kurstin (a Los Angeles) c'eravamo solo io, Greg e Andrew Wyatt, quindi allora eravamo solo in tre in studio. Poi quando ho fatto le canzoni in Inghilterra eravamo io, il batterista e Dan Grech-Marguerat. Quindi è stato diverso, ma mi è piaciuto.

Cosa hai apprezzato di Greg Kurstin?

È rapido. Siamo andati avanti con il lavoro. Con gli Oasis c'erano molti tentennamenti. Noel impiega molto tempo a registrare. Verso la fine degli Oasis eravamo diventati troppo 'musicisti'. Con Greg si faceva: "Abbiamo fatto questo. Figo. Passiamo alla prossima cosa successiva". È stato molto rapido ed è così che dovrebbe essere. Abbiamo fatto tre canzoni in tre giorni, scritte e registrate in tre giorni, quindi quella è stata una cosa buona.

Come hai ingaggiato Greg Kurstin? E quanto hai capito che era il tipo che faceva per te?

La casa discografica è venuta da me e mi ha detto: "Hai sentito parlare di Greg Kurstin?". "Proprio no"'. "Guarda, ha lavorato con Beck, Adele e ha fatto molta altra roba". E ho detto: "OK". Poi sono volato a Los Angeles. Sono entrato, abbiamo bevuto un paio di caffè. Gli avevo mandato un paio di canzoni che avevo già fatto dicendogli: "Questo è il tipo di roba che faremo. Non è il caso di mangiarsi il cervello: non stiamo mica facendo un disco reggae". Sono entrato e mi ha detto: "Guarda, ho questa canzone, Wall of Glass". Mi ha fatto sentire il riff e ci siamo messi tutti e tre al tavolo e siamo andati avanti con il lavoro. 

Tu non hai paura  quando del termine pop music, che molti usano in senso denigratorio. Penso che la pop music è fatta in modo perfetto penso che sia imbattibile da qualsiasi altra forma di musica. Tu non hai paura di una canzone pop scritta in modo perfetto.

Sì, ma non so neanche cosa sia. Penso solo che sia una buona canzone con una buona melodia e con un buon testo. Il testo non è così importante. Ovviamente vuoi che sia profonda e che abbia significato, ma certe cose non devono significare niente. Certa gente come Paul Weller si agita troppo quando si parla di testi e fa: "Sono un po' sotto la media". Non tutto deve avere un significato profondo per qualcosa, capisci? Quello che voglio dire sulla musica pop è che finché la melodia è buona e puoi canticchiarla, ti resta in testa. Penso sia solo una buona canzone. Non so cosa sia il pop. Cos'è il pop? Cos'è il rock 'n' roll? Cos'è? È solo una buona canzone, no? Se qualcuno sa dirmi una  splendida canzone pop da cantare, una volta che la canto la porto comunque da qualche parte.
Per esempio Taylor Swift, lei fa del buon pop. Quella canzone, Shake it Off, era una canzone pop grandiosa, grandiosa, perché è orecchiabile. Ti rimane in testa. I Beatles facevano musica pop e con il passare del tempo sono diventati un po' più profondi.

Sei un performer, sei un cantante.

Solo solo un cantante, non mi vedo proprio come un performer.

Oh, davvero?

Sì, non faccio nulla io. Me ne sto lì in piedi e canto e basta. Forse quello è anche performare oggi, chissà ...

Quando sei passato dal cantare mentre ascoltavi la radio a casa alla consapevolezza che potevi cantare in una band?

Ovviamente ero solito vedere Top of the Pops, la top 40, in cucina a casa di mia madre a Manchester, in Inghilterra. Cantavo mentre vedevo il programma. Penso sia stato il mio amico Paul (Arthurs), 'Bonehead' ad unirsi ad una band, lui ha fondato una band di nome The Rain. Non erano male, non erano molto bravi. Non sto dicendo che all'epoca fossi bravo, ma pensavo: "Rispetto per loro perché fanno questo". Poi si sono sbarazzati del cantante e mi hanno chiesto se volessi farlo io. Sono andato a dar loro un'occhiata ed era piuttosto figo. Così sono andato giù dove provavano e ho iniziato a cantare. Mi piace cantare. E anche il punk rock, ho in me anche un po' di (Johnny) Rotten, un po' di (Sex) Pistols. È così che mi piace vedermi.

Mettiamo che tu vedi una band. Il cantante non riesce a cantare in tono, le canzoni sono belle e potenti, ma quello che stai vedendo non è arte. Lo è se credono e ti fanno credere che è abbastanza buono allora.

Certo che sì. Certo. Non occorre che tu sia supertalentuoso, capisci? E anche il look è importante, capisci? Penso che se azzecchi il look e la musica è allora che parliamo di roba come si deve. Perché c'è sempre tempo per svilupparti fino a diventare ottimo, ma se sei appassionato di gilet sarai sempre appassionato di gilet.

Hai detto in alcune interviste che quando è arrivato il momento di fare il disco da solista hai pensato: "Oh, davvero farò un disco da solista?". Come hai superato questo scoglio?

Non c'è stato molto cazzeggio con i musicisti. Avevo già un paio di canzoni, le ho fatte sentire ad un tizio di una casa discografica e mi ha detto: "Senti, sei disponibile?". Penso che ripresentarsi con un altro nome, come avvenuto con i Beady Eye, non credo sia in sintonia con la gente. La gente mi vuole negli Oasis o come Liam Gallagher. Tutte queste cose alla Beady Eye o qualsiasi altro nome penso sfugga alla gente. Quindi l'ultima possibilità di lanciare i dadi era presentarmi con il mio nome e tornare con un buon album. Ed è proprio quello che è successo, penso.

In For What It's Worth sei molto riflessivo. Qual è stata l'ispirazione? Da cosa è nata quella canzone?

L'ho fatta con un tizio. Dice qualcosa del tipo: "Sono stato un po' monello e me ne scuso". Molta gente fraintende e pensa che parli Noel, ma non parla di Noel. Con lui non ho nulla di cui scusarmi. Parla più dei miei figli, a mia madre, della mia vita privata. Parla di quello, non parla di Noel Gallagher.

Ho letto che vai a correre. Qual è stato il primo giorno in cui hai indossato le scarpe da ginnastica e hai deciso di iniziare a correre?

Correvo dalla mia scuola a Manchester, poi ho iniziato a bere e non ho più corso. Poi sono entrato nella band e non ho fatto nulla di tutto quello. Forse dieci anni fa ho pensato: "Devo uscire di casa e fare un po' di corsa". Ora ne sono ossessionato. Fa bene alla mente. Non lo faccio per nessun altro motivo: non cambia il mio aspetto, dato che bevo ancora, fumo ancora e mangio il cibo che voglio mangiare. Se mi apri la testa ci trovi una cassa di birre, capisci? Vuoi farlo per mantenerti snello, ma nel mio caso non sembra funzionare così. Funziona più per la mia mente.

Per quanto altro tempo ti fermi negli States?

Due altre settimane, poi torno in Inghilterra per il tour nelle arene fino al 16 dicembre. Poi ho Natale libero e poi andiamo in Australia, suoniamo un po' lì e poi andiamo in Sudamerica. È un tour lungo ed è perfetto così, perché è bello stare lontano da casa, ma bisogna prendersi cura di sé lungo la strada.

Sì, tra te Noel c'è molta inimicizia e ci sono molti tweet, ma c'è ancora umanità, fraternità?

Certo, da parte mia senza dubbio. Voglio bene a mio fratello e non smetterò mai di volergli bene. Ovviamente mi fa incazzare e penso che mi abbia buttato sotto un bus sciogliendo gli Oasis per intraprendere la sua carriera di artista. Ci sarà sempre qualcosa che mi ribollirà dentro. Penso anche che sia un po' presuntuoso, il modo in cui oggi lui sta al mondo, se capisci cosa intendo. Penso che abbia bisogno di abbassare un po' la cresta. Quindi sto solo accendendo un faro su di lui, capisci? Ha trascorso quattro anni in cui io ero seduto a casa alle prese con la mia roba personale - tutta colpa mia e così via - ma come fratello ti aspetti almeno una telefonatina e roba simile, quindi sì, ho messo il muso con lui, ma gli voglio ancora bene, senza dubbio, capisci? Senza dubbio.

Trascrizione in ITA di oasisnotizie - Foto: @ant_longstaff, @stephenfarrell1975, @liamgallagher

Source: The Current


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