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giovedì 29 febbraio 2024

Video sottotitolato: Liam Gallagher e John Squire intervistati a Parigi da Radio Deejay

Fabrizio Lavoro, in arte Nikki, di Radio Deejay ha intervistato a Parigi le icone di Manchester Liam Gallagher e John Squire, per parlare con loro del disco in uscita il 1° marzo 2024. Ecco il video della chiacchierat, registrata a metà febbraio.




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Liam Gallagher con John Squire a Rolling Stone Italia: "Questo è uno dei migliori dischi mai fatti. Se sto bene sono invincibile"

Ventisette maggio 1990. Gli Stone Roses all’apice del successo si esibiscono a Spike Island, nel Cheshire, nord-ovest dell’Inghilterra, davanti a 30 mila persone. Suonare in un ex polo della rivoluzione industriale, successivamente riconvertito in discarica di rifiuti tossici e poi bonificato, è una scelta perfettamente in linea con l’atteggiamento non conformista del gruppo di Manchester. Nell’epoca dei rave e delle feste negli edifici industriali, anche loro vogliono suonare in un luogo diverso dal normale. A Spike Island c’è anche un non ancora diciottenne Liam Gallagher.

«Ero là ed è stato bellissimo», ci racconta dalla sua casa di Londra. «Tutti si lamentavano del suono, del fatto che si sentiva male. Ma non era quello che mi importava. A me importava essere lì. Fanculo se non si sentiva. Non c’ero mica andato per sentire il suono perfetto. Ero lì perché volevo esserci. Eravamo tutti belli e quel giorno suonava la più grande band del pianeta. Questo era il punto».

Sul palco con gli Stone Roses c’era John Squire, che oggi assieme a Liam firma un album in uscita il 1° marzo, del quale ha scritto tutte le canzoni, invitando poi il cantante degli Oasis a registrarlo insieme a lui e al produttore Greg Kurstin, mentre la batteria è stata affidata a Joey Waronker, già con il Beck di Odelay, i R.E.M. del dopo Bill Berry e con mille altre collaborazioni all’attivo. «È stato John che ha avuto l’idea», conferma Liam, «è lui che ha scritto le canzoni e mi ha detto: senti, sto facendo un nuovo album, se ti chiedo di cantare ci stai? Certo, man, sì, perché no, basta che ci siano un mucchio di chitarre. Quindi non sono io che ho detto: oh, faccio un nuovo disco e John ci suona. È più il disco di John dove ci sono io che canto. Certamente è un sogno che diventa realtà: io che faccio musica con John Squire, d’you know what I mean? Gli Stone Roses mi hanno fatto appassionare alla musica, ai Beatles, agli Stones, a Jimi Hendrix. Gli devo un sacco, capisci? Quindi quando mi ha chiesto di cantare nel suo disco, ti puoi immaginare, era ovvio che gli dicessi di sì».

Da Macclesfield, la cittadina a 30 chilometri da Manchester dove vive (e dove viveva anche Ian Curtis), John Squire è restio a intitolarsi la paternità dell’idea, ma è altrettanto prodigo di complimenti nei confronti dell’amico. «Non so chi abbia fatto la prima mossa», dice, «in realtà penso che i nostri manager abbiano discusso della possibilità di lavorare insieme. Ne abbiamo parlato tra di noi quando ci siamo trovati a fare le prove per i suoi concerti a Knebworth. Diciamo che tutti e due abbiamo saputo che l’altro avrebbe voluto fare qualcosa insieme. Ha senso, no? Quello che mi piace di più è la sua voce. Ha un dono incredibile. E poi a stare con lui ci si diverte molto. Mi è piaciuto fin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati per strada in una delle vie principali di Monmouth, in Galles. Eravamo lì perché lui stava facendo il primo album degli Oasis e io il secondo degli Stone Roses. Mi disse che era un nostro grande fan e che era contento di incontrarmi. Mi è sembrato subito un tipo simpatico, poi per un po’ di tempo non ci siamo più incontrati e quando ci siamo visti la volta successiva gli Oasis erano diventati una band di grande successo».

Il primo incontro faccia a faccia, dunque, risale al 1994. Gli Oasis esistevano dal 1991, un anno dopo Spike Island, e stavano registrando Definitely Maybe. Gli Stone Roses stavano faticosamente rimettendosi in carreggiata dopo un paio d’anni turbolenti in cui, tra dispute legali e comportamenti individuali decisamente sopra le righe, c’era addirittura chi aveva messo in dubbio la prosecuzione della loro avventura. Liam ha sempre citato gli Stone Roses come primaria fonte di ispirazione degli Oasis. Ascoltando i dischi di questi ultimi, in realtà, non si trovano né le ritmiche scalpitanti della ditta Reni-Mani, né la versione baggy della psichedelia di cui John Squire è stato l’indiscusso campione.

«Anche secondo me l’influenza degli Stone Roses sugli Oasis non è che si senta più di tanto», dice il chitarrista quasi sottovoce, con il tono che manterrà per tutto il corso dell’intervista, in contrasto con quello squillante di un Liam particolarmente preso bene. «Ma Definitely Maybe è un grande album di rock’n’roll: grandi canzoni e una grande voce. La loro spavalderia e il loro atteggiamento mi hanno colpito fin dall’inizio».

Liam Gallagher John Squire è il primo album pubblicato dal chitarrista negli ultimi vent’anni. «Ho messo su famiglia e mi sono dedicato alla pittura», spiega. «Con figli così piccoli, la cosa migliore era lavorare da casa. A un certo punto avevo tre figli che avevano meno di due anni, quindi non ero più di tanto propenso a fare la vita on the road del musicista». I figli di Squire sono in tutto sei, tra i 12 e i 30 anni, ma non è solo perché sono cresciuti che il loro papa si è rimesso in pista. «Secondo me per Liam prima non era il momento giusto, adesso invece mi pare che tutto si sia allineato perché succedesse». Liam, dal canto suo, spiega che è stato «molto facile, molto naturale. Se non fosse stato naturale penso che non ce l’avremmo fatta. Per me si trattava di cantare le canzoni, di portarci un po’ di energia e di fuoco, d’you know what I mean? È quello che ho fatto e John ha fatto la stessa cosa con la chitarra, così come gli altri della band. È quello che so fare meglio, e se lo riesco a fare, e lo riesce a fare anche John, allora c’è da divertirsi».

Prima di entrare in studio i due si sono scambiati diversi video di YouTube, roba che andava da Jimi Hendrix ai Bee Gees, ma le cui sonorità non sono certo di immediata individuazione in un disco comunque variegato, che potrebbe essere scambiato per una raccolta di singoli e in cui trova spazio anche il blues. «Non penso che il sound di quelle band sia arrivato fino all’album, ma non è che l’intenzione fosse questa», dice Squire. «Ce li siamo scambiati per definire il tono del disco, ma più che altro è successo perché non eravamo stati molto insieme e volevamo in qualche modo riconnetterci e raccontarci cosa ci piaceva ascoltare in quel momento. Ci è sembrato un buon modo per recuperare il tempo perduto, ma non era necessariamente una traccia per quello che poi sarebbe venuto fuori».

«Non è che stessimo facendo la mappa dell’album», conferma Liam. «Quando ci siamo scambiati i video, John aveva già scritto le canzoni. Questa cosa di YouTube è partita una sera che stavo bevendo in albergo e stavo ascoltando vari pezzi. Così gli ho scritto: ascolta questa, sarebbe grandioso fare qualcosa del genere. E abbiamo iniziato a passarci dei video. Non è che gli ho scritto una cosa del tipo: dovresti fare qualcosa di simile a queste canzoni. In ogni caso non mi pare che siano venute fuori canzoni tanto simili a quelle che ci siamo scambiati». A domanda precisa, l’unico a citare un pezzo in particolare è Squire: «Senz’altro gli ho mandato qualcosa di Hendrix e degli Stones, e poi mi ricordo di avergli mandato 30 Days in the Hole degli Humble Pie».

«Se ti piacciono cose come Björk, probabilmente odierai questo disco»

A parte la notevole differenza di età (Liam è del 1972, Squire dieci anni più anziano) l’incontro tra i due musicisti è anche un incontro tra personalità decisamente diverse. «La prima cosa che mi viene in mente» dice il chitarrista «è che io sono un introverso e lui è un estroverso. Viene dipinto dai media come una persona grezza? Non saprei, perché non seguo molto la stampa, in particolare quella musicale. Senz’altro ha un lato tenero. Con me è una persona calorosa, generosa e divertente. Molto educato e socievole».

«Non lo conosco così bene da poter descrivere il suo carattere», dice Liam, «però è molto rilassato, molto tranquillo, ma ha anche un non so che negli occhi, qualcosa che gli brilla. Un po’ di malizia e di sfacciataggine, d’you know what I mean? Ma l’ho sempre trovato molto piacevole. La differenza più grossa tra noi due è che lui tifa per lo United e io per il City».

Proprio il Manchester United, che prima delle partite casalinghe spara This Is the One degli Stone Roses dagli altoparlanti dell’Old Trafford per incoraggiare i giocatori nel momento in cui entrano in campo, ha recentemente prodotto una linea di magliette e pantaloncini da calcio ispirata alle grafiche realizzate da Squire per la sua band. «Non mi sento un musicista che fa anche le copertine dei suoi dischi», dice il chitarrista a proposito del suo interesse per le arti visive. «Per me la musica e l’arte ci sono sempre. A volte rendo pubblica la musica che faccio e a volte no. Con l’arte è lo stesso. Ma non è sempre necessario fare musica per poi trasformarla in un prodotto e venderlo. Comunque non potrei mai smettere con nessuna delle due: farò sempre sia musica sia arte, anche se non necessariamente per un consumo pubblico».

Squire ha realizzato anche la copertina del nuovo album, oltre che di Just Another Rainbow e Mars to Liverpool, i due singoli che lo hanno preceduto. «Per la copertina del disco ho collaborato con un grafico perché non sono molto bravo con il computer, ma l’idea di usare dei finti prodotti e di mettere i titoli delle canzoni nelle loro confezioni è stata mia». Riguardo alle canzoni, Squire è decisamente entusiasta del risultato finale. «Volevo che fosse un gran disco, ma la mia sarebbe anche potuta rimanere solo una speranza. Mi aspettavo tanto, ma non che fosse un album tanto bello che amo e ascolto in continuazione. Ieri sera sono andato in macchina a Manchester per accompagnare mio figlio agli allenamenti di basket. Quando siamo tornati, una volta arrivati a casa sono rimasto seduto in macchina per ascoltarmi Raise Your Hands fino alla fine. Faceva un freddo cane, ma sono rimasto là fuori al buio perché non volevo fermare la canzone». Il figlio di Squire, 12 anni, gioca nel ruolo di playmaker, quello che deve creare il gioco, decidere quale schema usare e mettere i compagni nelle condizioni migliori per andare a canestro. Anche Squire come musicista è un playmaker, no? «Mi piace pensare che sia così».

«È diverso dagli altri dischi che ho fatto perché ha un suono cool», dice Liam. «Mi piace la chitarra di John e penso che il mio modo di cantare su questo disco sia molto cool, e anche le canzoni. Penso che stia lassù con le cose degli Stone Roses e degli Oasis, molto in alto». Quando parla del disco nuovo, Gallagher mette in pista una delle sue doti principali: quella di esprimersi in maniera decisamente diretta. «È musica fatta con le chitarre con un feeling rock’n’roll e penso che sia una cosa fatta bene. Se ti piacevano gli Stone Roses, amerai questo disco. Se ti piacevano Björk o chi cazzo vuoi tu, probabilmente lo odierai. Questo è quanto. Però ascolta, non l’abbiamo fatto per la fama o per i soldi, quelli ce li abbiamo già. Non voglio comprarmi un’altra casa o un altro yacht, di queste cose ne ho abbastanza. L’abbiamo fatto perché è quello che amiamo».

Intanto però le guitar band, soprattutto fra il pubblico dei ventenni, non hanno più il successo degli Oasis dei tempi d’oro. «Eh, lo so. Mi dispiace per loro, per i giovani che non si entusiasmano per le chitarre. Si perdono qualcosa, ma sai, sono cicli. Noi adesso stiamo riportando indietro questo tipo di musica, che in realtà non se n’è mai andata. La chitarra è così un bello strumento e può fare cose talmente belle che non morirà mai. La musica con le chitarre non morirà mai. Il fatto è questo: se io e John avessimo pubblicato questo disco vent’anni fa, la gente si sarebbe bagnata le mutande. Adesso invece siamo molto più vecchi e il pubblico si è abituato al fatto che ci siamo, capito? Se oggi questo album lo pubblicasse una band all’esordio, direbbero che è la cosa migliore dall’invenzione della cazzo di ruota. Invece lo facciamo noi e diranno che è una cosa già sentita. Be’, sapete che c’è? La sentirete di nuovo!».

L’uscita del nuovo album prelude anche ad alcune date dal vivo, una delle quali è in programma per il 6 aprile al Fabrique di Milano. I biglietti sono andati esauriti in pochi minuti. «Non voglio spoilerare troppo», premette Squire, «ma senz’altro oltre al nuovo album faremo un pezzo dei Beatles e forse uno degli Stones». «Il live sarà come ha detto John», conferma Liam, «una cover ci dovrebbe essere, ma per il momento non diciamo niente. Faremo tutto l’album e magari la cover di una canzone di culto che non abbiamo ancora deciso. Ma non suoneremo cose degli Stone Roses o degli Oasis, quello no».

Oltre a dirsi felice di suonare in posti piccoli, il cantante conferma la strategia del less is more anche per quanto riguarda la durata del concerto, che sarà di circa un’ora. «Va bene perché in un’ora puoi fare un sacco di cose, no? Puoi centrare il punto e farti capire. Certe volte i concerti durano troppo e l’attenzione cala, capito?» Non faranno una cosa alla Springsteen, insomma. «No, niente nonsense da tre ore», chiude il discorso Liam.

Sono ormai trent’anni che il cantante è al centro della scena. La profezia della prima canzone del primo album degli Oasis si è avverata e persiste: è ancora una rock’n’roll star. Sono anche trent’anni che la stampa lo dipinge in un certo modo. Ma ci sarà qualcosa di diverso da un cliché non sempre simpaticissimo, qualcosa che ci tiene a far sapere al pubblico riguardo al vero Liam? «Be’, ascolta, io ho molte frecce al mio arco. Posso essere un po’ aggressivo quando me le fanno girare. Ma il più delle volte sono una persona di cuore, socievole. Sono molto spiritoso e mi piace che la gente con me si senta a proprio agio, mi piace star bene con gli altri. Però se qualcuno si comporta da stronzo e vuole una sberla, io lo accontento».

In passato gli Oasis e lo stesso Liam hanno chiesto ad alcuni elder statesmen del rock britannico di partecipare ai loro dischi o ai loro concerti, un invito che serviva anche a riconoscere pubblicamente il ruolo di personaggi come Paul Weller e lo stesso John Squire quali fonte di ispirazione. E come la mettiamo ora che, 52 anni in arrivo a parte, anche Liam Gallagher è un elder statesman? «Di fatto è così. È dal ’91 che sono in pista, quindi da più di trent’anni, e riguardo a questo non ho problemi. È così e non è una cosa brutta, anzi. Sono fortunato a essere ancora qui a fare le cose che mi piacciono e che piacciono anche ad altri, a quanto pare. È bello essere ancora vivo, a cantare canzoni, a fare musica e concerti. Altroché, è quello che amo fare».

Oltretutto, nonostante un passato non esattamente salutista, anche l’aspetto di Liam è decisamente da rock’n’roll star. «Senti, io sto bene. Quando sono in salute e ci sto attento, sono invincibile. Il problema è quando esco un po’ dai binari e bevo troppo, fumo troppo ed entro in un ciclo che non mi fa stare bene. Ma con la maggior parte delle piccole teste di cazzo che ci sono in giro io ancora ci pulisco il pavimento. Quando sto bene sono intoccabile, meglio di tutti gli altri». Sarebbe bello sapere come fa a essere così figo. «Qualcosa faccio. Cerco di andare un po’ in bici, cose così. Faccio una camminata con il cane, ma non sono uno di quelli che diventano matti per la salute. Ci sono momenti in cui sto bene e altri in cui dico: vaffanculo, ora vado al pub e mi bevo tutto. E altri ancora in cui ritorno a fare il bravo. Vado a momenti. Certo, chi vorrebbe essere Sting che fa yoga per nove ore della sua cazzo di giornata? Fanculo quella roba».

«Non l’abbiamo fatto per la fama o per i soldi, quelli li abbiamo già»

Dopo i concerti assieme a John Squire, quest’estate Liam sarà impegnato anche nel tour che celebra il trentennale di Definitely Maybe e che, ci assicura, passerà anche per l’Italia. Quindi verrai due volte? «Sì, sicuramente, man. Presto annunceremo le date. Faremo l’album per intero e alcune b-side. Più I Am the Walrus, magari alla fine del concerto, perché mi piace ed era quello che facevamo ai tempi. Sarà fantastico. Ci saranno persone di una certa età, quelli che c’erano fin dall’inizio, ma spero anche gente più giovane che magari non ha mai sentito alcune di quelle canzoni. Non vedo l’ora, ci faremo anche delle belle risate. Sarà una bella celebrazione di uno dei dischi più belli che siano mai stati fatti… secondo me».

Due tour diversi, e di una certa importanza. Sarà decisamente una primavera-estate impegnativa. «Mi piace quando sono molto occupato, altrimenti rischio di sprofondare nel divano e perdermi tra le molliche». E non gli dispiace che questo tour non si possa fare con gli Oasis al completo, compreso un certo chitarrista che sin qui siamo riusciti a non nominare? «In realtà no. Cioè, ovviamente mi sarebbe piaciuto che gli Oasis non si fossero mai sciolti e fossero andati avanti, come sarebbe dovuto essere. Però queste cose succedono, le persone cambiano e le cose stanno così. Molte volte ho chiesto a Noel di far tornare la band e lui ha detto di no, quindi farò da solo. Ci saranno Bonehead e la band che suona nei miei concerti, e mi va bene così. Non mi si può mettere in panchina. Se Noel non lo vuol fare, lo faccio io. Capito? Non è il mio cazzo di boss».

Source: Rolling Stone

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domenica 29 maggio 2022

Liam Gallagher intervistato in Germania: "Di me la gente ha un'immagine distorta. Noel invitato al mio compleanno? No, è troppo infelice"

Traduzione dell'intervista a Liam Gallagher per il nuovo numero di Rolling Stone Germania.

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Hai trovato difficile trovare l'ispirazione per l'album, dato che non c'è stato molto da fare negli ultimi due anni?

In realtà, per me sta diventando più facile, amica. Non facciamo concept album! Suoniamo la chitarra e vediamo cosa succede. Non sono uno di quei cantautori che ha costantemente delle idee in movimento. Perché dovrei lamentarmi della pandemia? Stavo bene. Inoltre, non ne so molto, ma a quanto pare non è stata così male per il clima. Forse c'è di più oltre che lavarsi le mani. Forse dovresti cercare di non avere molti piani in cielo. Dai alla Terra la possibilità di prendere fiato.

La canzone Everything's Electric è stata composta insieme a Dave Grohl. Come è successo?

Ci siamo incontrati alcune volte ai festival e abbiamo sempre parlato di fare qualcosa insieme. Quando l'album è finito, Greg Kurstin mi ha chiamato e mi ha parlato di una canzone che lui e Dave avevano pronta per me. Così sono tornato in studio.

Spero tanto che Dave e i Foo Fighters continuino a fare musica, amico! Dicono che la musica salva e così via, ma quest'uomo ne ha passate tante: prima muore Kurt Cobain, ora il suo batterista. I suoi migliori amici. Brutale.

Dave Grohl è presumibilmente l'unica persona che piace a tutti nel mondo della musica. Con te è tutta un'altra storia ...

È quello che dici tu, ma vado molto d'accordo con la maggior parte delle persone! Ho solo questa immagine. La gente pensa che io sia circondato da piccole band indie decadenti che mi seguono in giro e urlano che una volta le ho stroncate sull'NME: "Liam, ti colpirò con il giornale!". In realtà, a loro piace e mi invitano a bere e mi portano le sigarette. E se nel 1996 ho davvero detto qualcosa di brutto su qualcuno, allora quelle erano persone che nel peggiore dei casi mi avrebbero colpito con un narciso. A tutti piace che si parli di loro, perché si sentono importanti. Quindi Dave è un brav'uomo, io sono un brav'uomo.

Oggi è possibile una carriera come quella degli Oasis?

Ci sono molte grandi band là fuori. Ma le persone trovano difficile essere se stesse in questi giorni. Preferiscono mordersi la lingua (non parlare apertamente, ndr) perché hanno delle bollette da pagare. Noi potevamo dire quello che volevamo, bere quello che volevamo, prendere quello che volevamo. Eravamo come i Sex Pistols. Era accettato. Oggi è tutto molto più severo, ecco perché tutti si comportano bene. Non c'è più punk rock con mentalità.

Vedi dei musicisti che seguono le tue orme?

No. Semplicemente non hanno le canzoni che avevamo noi. Avevamo la mentalità, avevamo il look, ma principalmente avevamo Noel e al momento non vedo nessuno al suo livello. Noel è un cantautore dannatamente grandioso, siamo stati fortunati. Senza canzoni non funziona.

Ti manca come autore?

Ovviamente è stato fantastico allora. Ha scritto un classico, l'ho cantato e 15 minuti dopo stavo festeggiando al pub. Era così facile, avevo il miglior lavoro del mondo e poi l'ha rovinato.

L'opinione è divisa su chi sia stato il responsabile della divisione degli Oasis.

È così che la vedo io. Non importa.

Ti esibirai a Knebworth a giugno, come hanno fatto gli Oasis 26 anni fa. Come ti prepari?

Proviamo molto. Mi occupo principalmente della mia voce. Non bevo così tanto prima di uno spettacolo. Amo cantare! Forse non sembra, ma mi piace! Scrivere canzoni va bene, lo studio va bene, ma stare sul palco dietro un microfono è la cosa migliore.

Come scegli la scaletta?

Ovviamente suono quello che vogliono sentire le persone che pagano bene. Quindi con 20 canzoni sono circa 10 classici degli Oasis e 10 miei. I Beady Eye meglio di no. E comunque allora nessuno lo voleva.

Compirai 50 anni a settembre. Ci sarà una grande festa?

Strano, vero? Forse li dimostro, ma non me li sento. Ho circa 25 anni. Ho uno spirito giovane, ma ovviamente festeggerò, magari alle Barbados. Con mia madre, l'altro mio fratello, i miei figli, la mia compagna e la sua famiglia e alcuni amici.

Noel non è invitato?

No, è troppo infelice.

traduzione di oasisnotizie

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venerdì 27 maggio 2022

Liam Gallagher e il nuovo disco a Rolling Stone Italia: "Ho fatto dei casini, ho chiesto scusa e rieccomi. Un privilegio essere ascoltato da tanti giovani"


«A 20 anni potevo salire sul palco dopo aver fatto lo schifo la sera prima, ora mi devo preparare per non deludere chi ha pagato». Ladies and... lads, ecco Liam Gallagher sulla soglia dei 50 anni, uno che non combina più grandi casini (se non su Twitter) e si appresta a riaffrontare Knebworth. È la storia che ritorna in versione più matura, come nel nuovo album C’mon You Know, in cui riecheggia mezzo secolo di rock, dai Beatles a Madchester

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Il terzo disco solista di Liam Gallagher C’mon You Know arriva in un mondo diverso da quello in cui, come disse mi pare su Twitter, aveva anche un tizio addetto a fargli il tè. D’altronde a lui sembra comunque un miracolo avere ancora la voce e avere ancora un pubblico. Lo racconta molto bene in As It Was, il documentario che dimostra (I believe) che tra Noel e Liam l’essere umano era Liam, anche se sembrava lui quello che faceva saltare i concerti perché si sfondava troppo.

Nel documentario racconta il crollo della sua carriera subito dopo gli Oasis, il rimpicciolimento delle venue e la fine della rilevanza. Naturalmente è stato girato solo perché poi con i dischi solisti è tornato a vendere – un ritorno che lo porterà a suonare in posti enormi come Knebworth e Etihad Stadium – ma è bello pensare che Liam sia il tipo di artista/non artista in grado di fare un documentario sul fallimento. Liam più che un artista è uno dei lads che hanno fatto la storia della musica inglese: la genealogia per me va da Roger Daltrey degli Who a Ian Brown degli Stone Roses a lui.

Siccome so che di regola chi fa musica dà interviste noiose, ho pensato che la telefonata con Liam potesse essere l’occasione per dirgli cosa pensavo di lui.

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Non ho davvero delle domande da farti. Voglio dirti delle cose e sentire come reagisci. Ho guardato il tuo documentario e mi è piaciuto moltissimo. È una storia fantastica e tu sei come al solito molto sincero e vero e onesto e stavo pensando: la narrazione su di te è sempre che devi chiedere scusa. E non lo capisco. Tu sei una delle voci più grosse della storia del rock and roll e sei una bella persona. Perché ti mettono sempre nella posizione di quello che deve chiedere scusa? Sei stato una grande rock and roll star, hai una voce fantastica.

Non lo so. Diciamo che per la rottura degli Oasis hanno dato la colpa a me, capito? E mi ci è voluto molto tempo per riprendermi. Mi sono beccato un sacco di odio, mi dicevano che avevo ucciso la band bla bla bla, che per me non era vero, no? E poi l’altra cosa è che i miei matrimoni sono stati dei fallimenti, e ho fatto dei casini nella mia vita personale, e su quello ho chiesto scusa, non è stato assolutamente un problema chiedere scusa, perché è vero, e ho fatto soffrire molte persone.

Ah quindi siccome tu sei sempre così, sincero, se qualcuno ti chiede di chiedere scusa tu dici: ok, sì, scusate…

Sì, esatto. E perché no? Se nemmeno puoi chiedere scusa, che altro puoi fare nella vita? Senti, certo non mi metto a chiedere scusa per cose che non ho fatto. Chiedo scusa per le cose che ho fatto.

Ora vorrei dirti cosa penso del disco. Mi sono piaciute le influenze che hai messo insieme. Vorrei dirti cosa ci ho sentito e sentire che ne pensi. Andrei in ordine. More Power. Ci sento questa roba sinfonica, orchestrale, un po’ alla Spiritualized. Non so se li odi. A me è piaciuto molto il ritmo, e come introduce il disco.

Non conosco molto gli Spiritualized, so che c’è chi l’ha detto, e lo prendo come un complimento, ma non li ho ascoltati molto. Secondo me ci stanno un po’ gli Stones, e un po’ i La’s. I Polyphonic Spree…

I La’s, sì! Invece in Diamond in the Dark ci sento la scena di Madchester anni ’80: gli Happy Mondays… La scena che c’era appena prima che arrivaste voi, praticamente.

Sì, ci sta. Per me però è più che altro lo Ian Brown (Stone Roses, sempre scena di Madchester, ndr) dei dischi solisti. Ma sì, ci sta, la canzone ha un po’ di swag. Ci posso stare. Però non è che ci siamo messi a farla dicendo: facciamo una canzone in quel genere. Ha quei beat hip hop… Sono cose che succedono per caso.

No, figurati. Mi emoziona sentire te che parli di Ian Brown. Sono cresciuto con voi due.

He’s a very cool man.

E siete tutti e due Godlike Geniuses (il premio alla carriera che dà NME, ndr).

Sì, sì.

Poi nel pezzo dopo, Don’t Go Halfway ci sento un po’ i Charlatans.

Ok, può darsi, sai… Sì.

Insomma è un disco molto mancuniano, quel passaggio dagli anni ’80 ai ’90, l’epoca che poi ha portato a voi. Quel sound molto rilassato di Manchester di quel periodo. Mi piace.

Vai avanti, voglio sentire.

In Too Good For Giving Up c’è quella linea di discendenza da John Lennon agli Oasis. Infatti ci sento anche i Mercury Rev. È una vibe che mi piace.

Nice. Nice.

E poi si passa agli Stone Roses con It Was Not Meant to Be, no?

Sì, però anche i Beatles.

Certo. E poi in Everything’s Electric ci sento qualcosa di Definitely Maybe. Ma anche delle cose Brit dei primi 2000. E poi in quella dopo, World’s in Need ci vedo i Rolling Stones passando dai Primal Scream più rétro.

Sì, ti seguo, ma per me c’è anche molto Bo Diddley e anche gli Who.

Bello.

Quest’album suona molto bene.

Sì, suona molto bene. E mi piace l’atmosfera e la tua voce. Senti, ho letto che fai dei concerti grossi per questo disco. Knebworth, e l’Etihad Stadium dove gioca il City. Cosa ti aspetti? Suonare in dei posti così grossi a 50 anni, come te la vivi?

Stiamo facendo le prove. Sta venendo bene, suoniamo bene. Nessun problema con le dimensioni: più è grande il concerto meglio è, per me. Non vedo l’ora di andare sul palco e suonare per tutti. Nessuna ansia. Ci andrei oggi. Non sto nella pelle.

Qual è la differenza tra suonare a 25 anni, svegliarsi di pomeriggio e andare al venue, e adesso che ne hai 50? Come ti prepari fisicamente?

Quando invecchi devi prenderti cura di te. Quando hai 20 anni vai dritto sul palco dopo aver fatto lo schifo la sera prima. Riesci a gestirlo meglio. Adesso invece mi devo preparare, non voglio deludere le persone, pagano bei soldi per venire a sentirti. Anche prima li pagavano, ma quando sei più giovane ti puoi permettere di combinare più casini, capito? Ma da grande devi prepararti seriamente. Non vedo l’ora. Ah, spero che il tempo sia bello.

Verso la fine del documentario c’è questa scena molto tenera in cui stai correndo nel bosco e incroci non so che festa o festival dove ci sono tanti ragazzini e ti immagini loro che ti riconoscono e si chiedono che cazzo ci fai nel bosco a quell’ora a correre e pensano che forse sono troppo fatti e ti stanno allucinando. Com’è il rapporto con il pubblico più giovane?

È un privilegio essere ascoltati da un pubblico giovane. Questa gente che si inizia ad ascoltare le mie cose, le cose con gli Oasis. Anche se il mio vecchio pubblico è fantastico, è presente fin dagli inizi, i ragazzi si divertono e portano un’energia enorme. Quando fai un concerto, sotto al palco ci vengono i ragazzi. Sì, anche qualcuno di chi mi segue dall’inizio, ma soprattutto i ragazzi. Ti serve la giovinezza, quell’energia.

Sono come il dodicesimo uomo.

Esatto.

Perché i ventenni si identificano molto negli anni ’90?

Be’ io sono nato negli anni ’70 e avrei voluto vivere negli anni ’60, e aver visto i Beatles. I ragazzi nati negli anni 2000 vorrebbero aver vissuto l’epoca in cui non c’erano. Vogliono sempre tutti tornare indietro. E tra vent’anni la gente vorrà tornare a oggi.

Be’ comunque non capisco perché funziona così.

Senti, negli anni ’90 c’era un sacco di musica bella. E non c’erano i cellulari e i social media. Dopo c’è stato un punto di svolta nella vita umana. Ora è molto diverso.

A proposito di social media. Al telefono, come nel documentario, mi sembri una persona sensibile che ascolta la persona con cui sta parlando. Com’è invece quando sei su Twitter e fai i numeri? È come scrivere poesia?

Mi piace parlare con la gente. Se la gente fa le domande mi piace rispondere. Mi piace parlare di tutto con la gente. Qualcuno fa un po’ lo spaccone e allora devo abbatterlo. Ma la vita è così. Mi piace chiacchierare. E la gente poi esagera, e io pure esagero, ma la vita è così. Non è che ci stiamo ammazzando, stiamo solo sparando cazzate. È una cosa innocua.

È come stare su un palco?

Ma sul palco non parlo tanto. Sui social ho il tempo per parlare con i fan e con le persone. Sul palco canto.


Intervista di Francesco Pacifico

Source: Rolling Stone Italia

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venerdì 11 giugno 2021

Noel Gallagher: "Non mi piace vivere nel passato. Rimpianti? Non aver suonato con gli Oasis a Parigi 2009. Liam? Si è opposto alla pubblicazione di inediti degli Oasis"


A colloquio con The Chief: il decennale degli High Flying Birds, il disco di inediti degli Oasis che doveva uscire durante il lockdown («Liam non era d'accordo»), il prossimo album. Zero rimpianti, tanta voglia di futuro.

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«Puoi chiedergli quello che vuoi», dice il manager prima di iniziare l’intervista con Noel Gallagher, «ma ti chiediamo per favore di evitare domande su Liam o sulla reunion degli Oasis. Non vuole più parlarne». Prima e unica regola del fight club; almeno da questo lato del ring non ha più senso tenere i guantoni in mano.

Finalmente, aggiungiamo, nonostante sull’altro angolo il pugile sembra ancora carico per twittare uppercut. A dieci anni di distanza la campanella ha chiuso l’incontro, la baruffa tra fratelli cinquantenni iniziava a puzzare (di stantio). Questa reunion non s’ha da fare, The Chief l’ha detto, ridetto, ripetuto e ribadito ancora.

Certo, nella soap del rock’n’roll di “grandi amori che fanno giri immensi e poi ritornano” ne abbiamo visti parecchi, forse troppi per spegnere la fiammella che ancora scalda i gallagheriani più stoici. A riaprire la ferita, infatti, ci aveva pensato l’inedito Don't Stop ... uscito a nome Oasis lo scorso aprile, il primo ufficiale dal 2009. Colpo inaspettato, tanto quanto l’arrivo di Back The Way We Came, il greatest hits in uscita l’11 giugno 2021 che celebra i dieci anni di Noel solista.

«Già tempo di un best of? Non è che gli High Flying Birds ci lasciano le penne? E cosa sono tutti quegli easter egg Oasis nel testo del primo estratto We’re On Our Way Now?». Il carosello dei fan è ricominciato. «Quella canzone parla di stringersi attorno un amico che sta vivendo una brutta situazione da cui ha deciso di uscire, ma non dirò di più». Il tema del brano ci ricorda qualcosa…

Quindi proprio nessun ripensamento?

In realtà sono contento di aver lasciato gli Oasis, anche se non negherò mai che il periodo con loro sia stato veramente incredibile e sono fiero di averne fatto parte, così come sono fiero dei miei dieci anni con gli High Flying Birds. Sono cresciuto nella scrittura e nelle idee, la band è cresciuta con me e si è trasformata. Inoltre ho conosciuto e collaborato con persone che non avrei mai incontrato se fossi rimasto con gli Oasis.

Insomma, nessun rimpianto.

Forse un rimpianto c’è, quel concerto a Parigi nel 2009 (la band si sciolse prima di salire sul palco, ndr). Gli Oasis sarebbero comunque finiti dopo quel live, ma forse sarebbe stato giusto farlo, almeno per i fan: cercare di calmarsi tutti quanti e di vedere come sarebbe andata. Tuttavia una parte di me è comunque convinta che quel concerto sarebbe stato dannatamente orribile. E poi, sai, a me non piace vivere nel passato.

Infatti mi ha stupito quando, lo scorso aprile, dopo l’uscita di Don’t Stop… si era iniziato a parlare dell’arrivo di un “nuovo” album di inediti firmato Oasis.

Avrei voluto farlo uscire, ma non è stato possibile. Durante le prime settimane del lockdown avevo trovato un vecchio nastro contenente sei o sette inediti registrati quando gli Oasis erano ancora insieme. Mi sarebbe piaciuto pubblicarlo, come fosse un regalo per i nostri fan durante un periodo così difficile come l’isolamento. Ma ovviamente Liam non poteva essere d’accordo.

Ma scusa, le canzoni sono state scritte da te giusto?

Corretto.

E quindi Liam come ha potuto impedirti di pubblicarle?

Sai, se si vuol far uscire qualche inedito degli Oasis, tutti devono essere d’accordo su quali canzoni saranno pubblicate, sulla promozione, su come verranno mixate e tutto il resto, e lui non poteva essere d’accordo con nessuna delle mie idee. Ma va bene così, ora sto pensando ad altro, magari le terrò per me e le pubblicherò a mio nome e non come Oasis.

Parliamo allora dei tuoi nuovi inediti, We're On Our Way Now e Flying On The Ground.

Sono due vecchi brani che ho scritto negli ultimi 10 anni ma che non erano mai entrati negli album. Non erano mai state davvero completati e ho approfittato del lockdown per farlo. Credo che We’re On Our Way Now abbia un suono più vicino al mio stile “tradizionale”, mentre Flying On The Ground sia più soul pop, anche se non mi piace inquadrare le canzoni in un genere. Credo siano ottimi brani, punto, e ne sono molto contento dato che, solitamente, le tracce extra di un best of non sono mai granché. Queste due, invece, sono eccezionali.


È bello sentirti parlare così, temevo che l’uscita di Back The Way We Came significasse la fine degli High Flying Birds.

In realtà se non fosse stato per il lockdown non credo avrei fatto uscire questo disco. Tuttavia durante quel periodo ho riflettuto sugli ultimi dieci anni di carriera solista e mi è sembrato giusto pubblicarlo, aggiungendo due nuove tracce per renderlo più speciale. Questa non è assolutamente la fine degli High Flying Birds, semmai è un nuovo inizio. Mi aspetto tranquillamente altri 10 anni come questi.

Parli spesso del lockdown. Come hai vissuto l’isolamento?

I primi tre mesi sono stati ok, ero appena tornato dal tour e avevo bisogno di riposare. Staccare per tre mesi era quasi una novità per me. Poi quando è arrivata la consapevolezza che sarebbe stato un periodo lungo, cazzo, lì non è stato per niente bello. Mia moglie soffriva, i miei figli soffrivano, la nostra vita quotidiana era stata spazzata via, e non pensavamo ad altro che tornare alla normalità il prima possibile. Grazie a dio sono una persona creativa, il mio mondo è lì dentro, e ho scritto più canzoni nell’ultimo anno di quanto avrei fatto se non ci fosse stato il lockdown. Da un certo punto di vista è stato un bene, ma farei subito a cambio se il mondo potesse tornare alla libertà di prima. Sono successe cose terribili e spero che tutto ciò finisca presto.

Puoi già dirci qualcosa delle nuove canzoni?

Quei brani faranno parte di un nuovo album a cui sto lavorando proprio in questo periodo. Sono ancora in fase di scrittura, diciamo a metà, il materiale sta già prendendo forma ed è abbastanza vario, ma non voglio sbilanciarmi troppo. Credo che potrebbe uscire verso la fine del 2022, forse nei primi mesi del 2023. Non voglio mettermi fretta, ho deciso di prendermi quest’anno per scrivere, il prossimo per mixare, poi vedremo quale sarà lo stato del music business quando sarà pronto.

Quanto ha influito la pandemia su questa decisione?

Ha influito, non posso negarlo. Non voglio far uscire un nuovo album senza poterlo portare in tour come si deve, si perderebbe nella notte dei tempi. Inoltre non ho bisogno di far uscire per forza nuovo materiale, non sono così disperato (ride, ndr). Mi posso permettere di aspettare e vedere cosa succede. So bene che mentre sarò lontano dai palchi uscirà tanta concorrenza, ed è per questo che sono concentrato per fare il miglior disco possibile.

Le possibilità di tornare in scena ci sarebbero, l’Inghilterra è stato uno dei primi Paesi a indirizzarsi verso la riapertura dei grandi eventi, festival compresi. In Italia, invece, abbiamo ancora qualche difficoltà in questo senso.

Io non farò nessuno spettacolo, se non qualcosa per la televisione. L’unica ragione per cui, in questo senso, l’Inghilterra è più avanti rispetto all’Italia è a causa del Brexit: siamo un’isola e ora ci è permesso chiudere le frontiere, procedere velocemente con il vaccino e tenere la situazione sotto controllo. Qui in Inghilterra le cose potrebbero tornare più velocemente a come erano prima della pandemia, moltissime persone sono già state vaccinate, ma non credo che quest’estate sarà davvero possibile andare a un festival. Si stanno vendendo i biglietti, ma non credo saranno realizzati. Abbiamo tutti bisogno della musica live, per la nostra salute mentale, per quella sensazione meravigliosa di stare in mezzo ad altra gente. Questo deve essere l’obbiettivo comune, riportare le persone a vivere insieme e senza paura degli altri.

Tu poi sei sempre stato critico nei confronti del distanziamento sociale e delle mascherine.

Sì e lo penso ancora. Credo che la gente non avrebbe dovuto essere costretta a coprirsi il volto, e non sono sicuro che la mascherina o il distanziamento sociale siano stati un rimedio veramente efficace. Anzi, credo siano stati una violazione dei diritti umani, ma viviamo in tempi strani. Non credo nell’efficacia della mascherina e non mi piace indossarla. Non si poteva neanche andare al cazzo di supermercato, ma questo è ciò che è stato deciso. Ora per fortuna sembra che la situazione sia sotto controllo. È il momento di pensare al futuro con ottimismo.

Credi che potremo ritornare ai concerti senza la paura del contagio?

Credo ci saranno molte persone che continueranno ad aver paura, ma penso che la decisione debba essere loro, mentre chi non ha timore del contagio dovrà essere libero di non indossarla. Io non ho mai avuto paura del Covid, perché sono morti solo l’1% dei contagiati. Il 99% è guarito, mi sembra una buona statistica, ma solo in futuro scopriremo come sono andate veramente le cose.

Source: Rolling Stone Italia 

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sabato 8 febbraio 2020

Liam Gallagher a RS USA: "Reunion solo se torniamo a essere amici. Noel si crede Bowie, ma oggi fa musica ridicola"


Penso che il tuo nuovo album sia il migliore da molto tempo a questa parte.

Sì, adoro questo album. Ci sono delle belle canzoni. Io, Andrew (Wyatt), Greg Kurstin e Simon Aldridge lavoriamo bene insieme, quindi ora sono fortunato ad avere dei bravi autori, amico.

È più difficile avvicinarsi al tuo secondo album da solista? Con il primo si può fare qualsiasi cosa.

Bene, il secondo era più o meno lo stesso. Non volevamo fare nulla di veramente diverso dal primo. Era di nuovo lo stesso: buone canzoni, buona produzione, buona voce, buoni testi. E sarà lo stesso anche per il terzo album, amico. Questo è il genere musicale che mi piace ed è il tipo di musica che penso piaccia ai fan, capisci cosa intendo? Non faremo mai un disco reggae. Non che io abbia qualcosa contro la musica reggae, perché mi piace, ma so cosa sto facendo. Quindi ci atterremo a questo.

Com'è stato, nella tua carriera, passare a fare il cantautore?

Voglio dire: non mi fido ancora di me stesso come cantautore. Sono più un cantante. In un certo senso compongo il verso qua e là, ma se dovessi scrivere l'intera canzone non penso che sarebbe altrettanto bella. Ho bisogno di aiuto. Quindi mi piace consegnarli a persone che sanno cosa stanno facendo. Potrei scrivere un album, ma non credo che sarebbe finito in radio, capisci cosa intendo? Voglio che la gente lo ascolti.

L'eredità degli Oasis è piuttosto sorprendente. Sembra che ora ci siano più persone che mai, non siano affatto andati via.


Dunque, sì, gli anni con gli Oasis sono stati anni belli. Gli anni con i Beady Eye non sono stati così fecondi, ma penso che questa cosa da solista stia funzionando bene, amico. Ritengo che si abbia bisogno di un po' di tempo prima che le persone tornino e apprezzino, capisci cosa intendo? Non sto dicendo che non apprezzassero, ma penso che io e i fan sapessimo che avevamo bisogno di tempo lontani l'uno dall'altro per poter andare avanti. Avevo un po' di cose private da risolvere, ma sono sicuramente felice di essere tornato. Che possa continuare a lungo, amico.

Sembra che tu ti sia fiondato nei Beady Eye e non abbia davvero avuto la possibilità di fare un passo indietro.


Be', ovviamente quando gli Oasis si sono lasciati non volevamo che ciò accadesse, ma Noel voleva andarsene a casa perché ne aveva abbastanza. Sentivamo, però, che dovevamo rimanere in giro eon the road e continuare a farlo; il solo fatto che lui fosse saltato giù dalla nave non significava che dovessimo farlo pure noi, capisci cosa intendo? Quindi, sì, mi sono piaciuti gli anni con i Beady Eye ... Ma (dopo un po') non avevamo molti concerti in programma, quindi ho pensato che fosse il momento di chiudere bottega. Pensavo che avessimo fatto dei buoni dischi.

Una delle mie parti preferite del nuovo documentario su di te (As It Was, ndr) è il viaggio in Irlanda che hai fatto con tuo fratello Paul.

Oh, sì, siamo andati a bere della Guinness nei bar. Lo adoro, amico.

Dov'è stato?

Lì era nel Mayo; Charlestown, dove è nata mia mamma. Cerchiamo di andare lì il più possibile, ma finiamo sempre nei pub.

Quando vai al pub cosa bevi?

Bene, comincio con una birra chiara e poi al quinto giro la cosa mi annoia. Poi mi lancio dritto sul tequila. E poi può darsi che prenda un paio di Guinness. Bevo qualsiasi cosa, amico. So gestire qualsiasi cosa. Mi piace tutto.

Come riesci a bilanciare questa cosa con l'essere sano? Non sembra che tu beva così tanto.
 

Quando hai un tour in arrivo, devi fare un po' il bravo. Mi piace uscire a fare una corsa e controllo un po' quello che mangio, ma non avrò mai gli addominali scolpiti. Ho un aspetto bono per avere 47 anni, considerando che mi devasto da 25 o 30 anni.

Quale musica ti emoziona in questo momento?

Niente. Mi piace che in giro ci sia un nuovo ragazzo chiamato Slowthai. Penso che abbia qualcosa. È più rap sporco, ma mi piace. È piuttosto simpatico, è piuttosto politico. Non sta succedendo davvero niente che mi faccia impazzire, davvero.

Il film parla anche del tuo prolifico twittare.

Mi piace, amico. Mi piace stare in contatto con i fan. È bello sentire la loro. Su di me si dicono tante cagate che non stanno né in cielo né in terra, quindi è bello far sapere alle persone come mi sento davvero, capisci cosa intendo?

Cosa si dice di su di te che non corrisponde al vero?

Non lo so, amico, è solo la solita merda: che voglio disperatamente rimettere insieme gli Oasis. E non sono disperato. Non sono disperato per nulla. Molte persone dicono: "Oh, è disperato". Non me ne frega niente. Sono abbastanza felice di fare questo. Non avremmo mai dovuto separarci, capisci cosa intendo? Quindi sono persone che pensano che io voglia disperatamente rimettere insieme la band, e non è vero. Sarebbe bello se tornassimo insieme, ma non sono un cazzo di disperato.

Qual è l'offerta più folle che tu abbia mai ricevuto per rimettere insieme gli Oasis?

Uhm, non penso che arrivino a me. Penso che passino attraverso il manager di Noel, che un tempo era manager degli Oasis, quindi non ne sono sicuro, amico. Non ne ho sentito parlare. Ma se succede sarà 50/50, credimi. Sembra che Noel pensi che mi lancerà un osso, capisci cosa intendo? Non mi lancerà un fottuto osso. Sarà 50/50 e anche io sceglierò chi ci sarà nella band, perché se lui pensa che mi unirò agli High Flying Birds ma li chiamerò Oasis, avrà un'altra cosa in arrivo. Bonehead (Paul Arthurs, chitarrista degli Oasis dal 1991 al 1999, ndr) farà parte della band e lo faremo a pezzi, amico.

Di recente abbiamo fatto un'intervista a tuo fratello, che ha parlato della tua carriera da solista. Ha detto: "Immagino che se avesse un po' di cervello canterebbe un bel po' di canzoni degli Oasis, perché la sua musica è terribile. Uno di noi è ancora intrappolato negli anni '90, vestito come un pescatore come se stesse andando in Norvegia a caccia di sardine".

Sì, be', preferirei vestirmi come un pescatore piuttosto che come il cazzo di George Bush, il coglioncello, capisci cosa intendo? Ti dico una cosa, amico: si vede che il tipo ha perso la testa ... Non so di che cazzo stia parlando.

Hai sentito il suo ultimo disco?

Sì. Sì, purtroppo.

Cosa hai pensato?

Non lo so, amico. Senti, a parte gli scherzi, non penso che stia scrivendo buona musica al momento. Penso che se suonassi qualcuno di questi brani con la chitarra acustica, saresti deriso. È solo stupido, amico. Pensa di essere fottuto David Bowie, ma non lo è. Non fa per me, amico. Preferirei di gran lunga rimanere bloccato negli anni '90.

Il film parla molto della lotta che ha rotto la band. So che ci sono molti altri eventi in corso, ma una lotta fisica sembra qualcosa da cui voi, ragazzi, potete riappacificarvi.


Sì, in realtà non succedeva un granché. Non stava succedendo niente. Eravamo normali. C'era sempre un po' di merda, ma penso solo che volesse andarsene, amico. Qualcuno ovviamente gli aveva soffiato fumo nel culo e gli aveva detto: "Sai, potresti fare un disco solista", e lui se n'è andato e l'ha fatto e non ci ha ricavato molto. Deve aver pensato di uscire e diventare il nuovo Paul McCartney e suonare negli stadi. Beh, la cosa gli si è ritorta contro, capisci cosa intendo? Se vuole fare un disco solista, non sono suo padre, non sono sua madre, ma non buttarmi sotto il bus per poi dividere la band, capisci cosa intendo? Girati e fai: "Guarda, ne ho abbastanza, me ne vado". Non cercare di provocare scenate, amico, sapendo che io mi azzufferò con te, cazzo. Se vuoi andare a fare la tua piccola merda, vai e fallo, ma non far credere che io sia un orribile mostro con cui lavorare, capisci cosa intendo? Sono un figo da paura, io.

Tuttavia un tour sarebbe semplicemente fantastico, per le persone che ti vedono e che non ne hanno avuto l'occasione di vedervi.

Sì, ma non lo sai mai. Potrebbe essere fantastico e potrebbe essere merda. Può andare in entrambi i modi. Penso che affinché torniamo insieme solo per soldi e solo per fare un tour ... bisogna che si diventi di nuovo amici, capisci cosa intendo? Se diventiamo di nuovo amici, allora sarà la cosa migliore dopo il pane affettato. Ma se lo facciamo senza diventare di nuovo amici, penso che sarebbe una fottuta perdita di tempo. Non credo che dureremmo neanche il primo ritornello della cazzo di Rock'n'Roll Star. Penso che finirei per attaccarlo.

Un ultimo pensiero sul tuo nuovo album?

Non proprio. È quello che è. Se ti piace, compralo. In caso contrario compra qualcos'altro. Non cura il cancro. È solo musica, amico. Non sono uno che infila la propria musica nella gola della gente. È quello che è.

oasisnotizie - Source: Rolling Stone USA



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giovedì 12 settembre 2019

Liam Gallagher: "Io la rock star più importante. Farò sempre parte degli Oasis. Noel? Sempre geloso di me. Sembrava un nano in cerca di attenzioni"

La nostra intervista al ragazzo di Manchester, a pochi giorni dall'uscita del secondo album da solista, Why Me? Why Not. Per parlare della sua nuova vita da salutista (costretto), del suo rapporto con Noel, del sogno di riformare la band e del suo sentirsi il nuovo Elvis.

 
«Sai mi piacerebbe poter ancora pippare e bere tutta la notte, parlando dei Beatles e delle solite stronzate per nove ore di fila, ma non ho più l’età per fare certe cose». Ladies and gentlemen, mister Liam Gallagher. Oltre ogni aneddoto, e prescindendo da qualsiasi mitomania, il ritratto di Liam può essere solo un autoritratto. Lui che ha inventato un proprio vocabolario, l’hooligan del rock and roll: un bifolco buttato davanti a un microfono che sembrava una figura accessibile a tutti, ma che nessuno ha mai più avuto il coraggio di ricalcare.

A volte stonato, altre un po’ alticcio, in 25 anni di carriera in prima linea Gallagher ha cambiato pelle, trasformandosi dallo spaccone dalla periferia di Manchester, al frontman che, senza muovere un muscolo, sgolava canzoni davanti a migliaia di persone deliranti. Sembrava potesse esserci chiunque al suo posto, eppure c’era lui.

You were only one of us, canta in uno dei suoi ultimi brani, dove l’ormai ex Our Kid, all’alba dei 48 anni (saranno il prossimo 21 settembre, il giorno dopo l’uscita del suo nuovo album, il secondo da solista, Why Me? Why Not), sembra aver aperto più di uno spiraglio dentro un universo di cui lui era centro e circonferenza. Sarà l’età che avanza, tant’è che il super cafone del brit pop oggi è un uomo che va a correre tutte le mattine.

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Sarai mica diventato un salutista…
 
Ora vado a letto presto e mi sveglio di prima mattina per andare a correre, nelle ore in cui non c’è nessuno. Mi piace uscire quando ci sono un paio di persone con i cani, gli scoiattoli che corrono nei prati. Poi verso mezzogiorno è il caos, tutti che mi chiedono selfie o roba del genere. Tuttavia non mi definirei un salutista, non sono il fottuto Sting, non faccio yoga per otto cazzo di ore. Vado a correre, torno a casa, e controllo l’orologio per vedere quanto manca all’apertura dei pub.

Il giusto compromesso, diciamo.
È quello che ho sempre fatto, in realtà. Quando ero ragazzino correvo per le strade di Manchester, e ora che sono invecchiato faccio jogging. Come dicevo, mi piacerebbe ancora far festa, ma non riesco più a reggere quattro giorni di fila in hangover, sarebbe una follia.

Questo tuo cambiamento si può percepire anche nelle nuove canzoni. Sembrano meno pervase dalla tensione e dalla rabbia del passato.

Sì, ora sono piuttosto felice. Ho una bella famiglia, sono in ottima salute e anche mia madre sta bene. Gli avvocati se ne sono andati affanculo e la mia ex moglie si è presa tutte le case, anche i cani a dir la verità. Fortunatamente Debbie (la compagna, nda) è sempre rimasta al mio fianco. Senza di lei sarei ancora nei pub, a bere bottiglie di Jack Daniel’s e a piangermi addosso. È stata lei a riportarmi sui binari giusti, a mettermi in contatto con i discografici della Warner che mi hanno proposto un lavoro solista. Ed è stato per lei che mi ci sono buttato dentro, il motivo per cui ora sto ancora facendo musica.

Infatti stai per pubblicare un nuovo album, Why Me? Why Not. Un titolo decisamente Liam Gallagher.
Senza alcun dubbio. Un sacco di gente si vergogna della propria grandezza, nasconde il proprio talento per paura di sembrare arrogante. Credo che se sei bravo a fare qualcosa, non devi vergognartene. Anzi, devi farlo vedere, anche se sembra una cosa da stronzi. “Why me? Why fucking not?”. È un messaggio positivo. E poi non siamo più nel 1975, quando si facevano titoli fottutamente lunghi. Why me? Why not è un titolo breve e immediato.

Un titolo che ricorda la famosa t-shirt “Why always me?” esibita da Mario Balotelli nel derby di Manchester del 2011.
In realtà è ispirato da due quadri di John Lennon. Vent’anni fa mi trovavo a Monaco e decisi di andare a un’esposizione di Yoko Ono, con delle opere di John Lennon, ce n’era una con scritto “Why Me?”. Decisi di comprarla. Qualche anno più tardi ero a New York, Yoko mi aveva chiesto di incontrarci, perché era appena nato mio figlio e l’avevo chiamato Lennon. In quell’occasione le raccontai del quadro che avevo acquistato a Monaco, e lei mi rivelò che faceva parte di una coppia di opere, che John ne aveva fatto un altro che io non avevo visto. Ero tornato in Inghilterra: mi trovavo in giardino con i miei gatti Mick e Keith, quando suonò il campanello. Aprii la porta e mi trovai davanti questo quadro gigantesco con John Lennon ritratto su una poltrona insieme a un gatto. Era esattamente la stessa posizione in cui ero io mezz’ora prima. Guardai meglio il dipinto, c’era scritto in basso “Why Not?”. In quel momento pensai che quelle parole un giorno mi sarebbero tornate utili.

Come per il tuo ultimo album As You Were, anche qui hai deciso di scrivere le canzoni insieme a Greg Kurstin e Andrew Wyatt. Ti senti più sicuro affiancato da degli autori, diciamo, più classici?
Dopo As You Were avevo scritto una manciata di canzoni, le avevo scritte di getto ma sentivo che non erano al livello che cercavo. Volevo che il nuovo album fosse ancora meglio di quello precedente, quindi ho deciso di tornare a lavorare con Greg e Andrew. Non ho nessun problema a scrivere insieme ad altri, sono un cantante, non un cantautore. Noel scriveva tutte le canzoni negli Oasis, io posso scriverne qualcuna, ma finire un album intero sarebbe il risultato della vita. Per me non è un problema se non sono io a scrivere tutto. Io canto, porto quelle canzoni su un palco, e quella è tutta un’altra storia, quella è la mia storia.

Conosci te stesso, dicevano gli antichi greci. Mai avremmo pensato di sentire le stesse parole pronunciate da Liam Gallagher.
Conoscere chi sei e cosa stai facendo, solo in quel momento puoi tagliare tutte le stronzate. Non sono Noel Gallagher, non sono Paul McCartney, non sono una persona che vuole avere il controllo su ogni cosa. Mi piace condividere quello che faccio. So di essere un grande cantante, e nessuno può dire un cazzo su questo, so qual è il mio ruolo: la voce killer che rende il brano un pugno in faccia, ma non mi interessa essere il capo. Sai, non sono un egomaniaco, anche se a volte può sembrare…

Be’, proprio per il tuo carattere molti ti definiscono l’ultima vera rockstar.
Non credo di essere l’ultima, sicuramente sono la più importante, perché sto riportando il rock alle persone. Faccio quello che ha inventato Elvis: non è stato lui a creare il rock, c’erano quei tizi del blues, ma è stato Elvis a portarlo alle masse. Le persone, soprattutto i più giovani, vogliono che il rock ritorni a suonare, e io sono fottutamente bravo a far questo. Non voglio reinventare nulla, il rock e il punk non sono nati ieri, io voglio semplicemente far divertire le persone che si sono fatte il culo per pagare un biglietto per un concerto, farle saltare: questo mi rende felice. Ovviamente mi interessa vendere copie, ma non con la musica tipo Ed Sheeran o merda del genere: non è quello cerco, è irrilevante. Sono sempre rimasto fedele al pubblico, e sono sempre stato lì per mandarli fuori di testa. La pensava così anche mio fratello, poi si è dato alla disco.

Tuo fratello, infatti, non sembra essere granché d’accordo con il tuo discorso. I suoi ultimi lavori sono molto lontani dal suono degli Oasis.

Forse sta solo invecchiando, magari è annoiato da quello che faceva prima, non saprei. Forse sta facendo la musica che gli dice di fare sua moglie. Sai, in realtà Noel non è mai stato un tipo rock and roll. Certo, lui scriveva le canzoni degli Oasis, ma ero io a dare la botta giusta; lui crede di essere un bravo cantante, ma non lo è, semplicemente perché non è rock and roll, e questa è una cosa che non puoi imparare. Noel si è sempre trovato più a suo agio con roba più da signorine, tipo gli Smiths, io invece ero più uno da Stone Roses o Pistols.

Perfettamente coerente, come sempre.

Perché no, mate? Non ho nessuna voglia di essere chi non sono, amo fare ciò che mi riesce meglio, mi piace stare nella mia comfort zone e non mi metterei mai a scrivere un album reggae o roba del genere. Voglio continuare a fare la mia roba, a fare quello che ho sempre fatto, un passo allo volta. Se alla gente piacerà quest’album, allora ne farò un altro, se non gli piacerà, be’ allora vedremo. Non voglio pianificare nulla, voglio solo fare quel che mi piace fare e vedere quel che accadrà.

Insomma, con Why Me? Why Not. sei esattamente dove vorresti essere, facendo quello che hai sempre fatto. Perché, allora, hai spesso dichiarato che vorresti rimettere insieme gli Oasis?
Sai, nonostante tutto preferisco stare in una band. Nonostante ci siamo tirati addosso merda, amo quei ragazzi, amo le folle che abbiamo condiviso insieme. Gli Oasis erano immensi, e penso sia stato patetico il modo in cui ci siamo sciolti.

In che senso?
Credo sia stato come se Johnny Marr avesse gettato sotto un autobus Morrissey, o come se Paul Weller l’avesse fatto con i Jam. Noel mi ha gettato sotto un bus in corsa, non sarebbe mai dovuto succedere. Non sto dicendo che ho bisogno degli Oasis, mi piace quello che sto facendo ora, semplicemente non doveva succedere, almeno non in quel modo. Molte persone hanno creduto che la band sia finita per colpa mia, ma non è così. Gli Oasis sono affondati per colpa di entrambi, io e Noel, anche se lui non ha fatto altro che raccontare balle.

Cioè?
Be’, ha dato la colpa di tutto a me, sarebbe stato meglio se avesse detto la verità, che voleva provare la carriera solista. Ora si sente migliore di me, ma è esattamente come me, ha le stesse colpe che ho io, anche se cerca di buttarmi addosso tutti i mali del mondo. Anzi, il mondo sarebbe un posto migliore se entrambi ammettessimo di essere due idioti. Deve smetterla di nascondere chi è davvero, di celarsi dietro quell’atteggiamento da “miss sorriso”, perché tutti sanno chi è veramente. E, cosa più importante, anche nostra madre lo reputa un coglione.

Credi che il rapporto che avevate da bambini abbia influito su chi siete oggi?
Sicuramente, deriva tutto da quando eravamo bambini. Se guardi indietro, c’era Paul, il primogenito, e poi è arrivato Noel, e nostra madre non aveva occhi che per lui. E poi che succede? Ta-da! Ecco che arriva Liam, e diventa il cocco di mamma, e tu scendi dalle sue ginocchia, perché quello è diventato il posto di Liam, che si prende tutte le attenzioni, tutte le moine e cazzate varie. L’infanzia è sempre un periodo strano, e se Noel andasse da uno psicologo scoprirebbe di essere un piccolo idiota insicuro, perché ha sempre covato la gelosia nei miei confronti. E tutti sanno ciò di cui parlo.

La tua famiglia fa parte anche dei brani del nuovo album?
La mia famiglia è in tutte le nuove canzoni. C’è dentro mia figlia, i miei due ragazzi, mia madre. Anche i miei fratelli… anche se sono delle teste di cazzo.

Questa tua ultima frase ricorda il video di One of Us, dove sei il protagonista insieme a Paul e Noel. In quella canzone dici “You said we’d live forever /Who do you think you’re kiddin?”, e sembra un riferimento a Noel e a una delle canzoni più famose degli Oasis, intitolata proprio Live Forever.
Certo, è facile capire a chi mi riferisco, ma al mondo non esiste solo Noel. Parla di mio fratello, parla di mia madre…

Ma sembra anche rivolta a te, che di Live Forever eri la voce. Come fosse un addio al tuo passato.
Sì, man, anche quello. Bisogna andare avanti, ed è quello che sto facendo, senza farne una tragedia. Ovviamente sono orgoglioso del mio passato e di quello che ho fatto. Tuttavia, anche se gli Oasis sono finiti, io farò sempre parte degli Oasis, perché gli Oasis hanno un significato importante per le persone. Posso andare avanti per la mia strada, ma non posso dimenticare chi sono stato, perché ho una responsabilità verso il passato.

Su questo punto tu e Noel siete d’accordo, anche lui sente questa responsabilità. Tuttavia durante il nostro ultimo incontro, aveva detto di essere stato spesso infelice quando era nella band.

Non mi sembra fosse infelice con gli Oasis, ma se le cose non andavano come voleva lui allora impazziva, e gettava le persone sotto un autobus. Io non sono il suo capo, lui non è il mio, non sono suo padre e lo stesso vale per lui. Non gli devo niente e lui non deve niente a me. Lui si è rotto le palle di suonare negli stadi? A nessuno importa niente, ma la deve finire con 'sta storia che ha smesso di farlo per colpa mia, perché è stato lui a gettarmi sotto un autobus. La stessa cosa che ha fatto con Bonehead, con Guigsy, con Whitey, finché non l’ha fatto con tutta la band.

Che consiglio gli daresti?
Dovrebbe viversela meglio, mi dispiace per lui. Ha sempre cercato di far vedere di essere il capo del suo cazzo di piccolo mondo, e lo faceva impazzire stare sul palco insieme a me, dove sembrava un nano in cerca di attenzioni. Su Don’t Look Back in Anger diventava un gigante, quello era il suo momento, ma per il resto era continuamente geloso. Io vorrei davvero che fosse felice, ma non credo lui voglia lo stesso per me.

Insomma, ancora guerra fredda.
Nah, non la definirei una guerra. Sono i media che scrivono un mucchio di stronzate a riguardo. A volte potrei anche lasciar correre sai, ma lui è circondato da un gruppo di sfigati che vendono cazzate alla stampa, e non parlo dei giornalisti musicali, ma di quei bastardi spioni. Per cui, quando leggo delle stronzate, allora io rispondo a tono, perché è l’unico modo che ho di dire come stanno davvero le cose. Se loro la finissero, allora la smetterei anche io, ma finché continuano non rimarrò fermo davanti a qualche vecchio coglione che scrive per il Sun. Che cosa credono di fare? Vogliono uccidermi con le loro bugie? Non ce la fanno mai, possono baciarmi il culo.

Liam Gallagher tornerà in Italia con due concerti, il 15 febbraio al Palazzo Dello Sport di Roma e il 16 al Forum di Assago (Milano)

Source: Rolling Stone

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venerdì 14 giugno 2019

"Noel Gallagher ha smarrito la strada, da troppo tempo ormai"

Il durissimo giudizio di Rolling Stone Italia sulla nuova musica di Noel Gallagher.

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Parliamoci chiaro, qui nella guerra dei Gallagher non sta di certo vincendo Noel. Il suo "Black star dancing" EP è una raccolta mediocre di brani carini che però non sono né carne né pesce


Chiunque con un briciolo di cervello sa che tutta la complessità degli Oasis sta nella loro semplicità. Quattro accordi, riferimenti nitidi, poche tematiche, tre metafore, energia pura, tantissima estetica e una buona dose di fortuna per riuscire a cavalcare l’onda. Parafrasando una citazione di Liam del documentario Supersonic grazie alla combinazione magica di questi banali ingredienti gli Oasis divennero una Ferrari, sempre più fuori controllo e tutti sappiamo come è andata a finire.

A distanza di dieci anni da quello schianto fatale, i fratelli Gallagher sono entrati a pieno regime in questa nuova dimensione di solisti, che guarda caso pubblicano singoli e EP puntualmente a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, così come si rincorrono nelle line up dei festival senza incontrarsi mai. Forse è solo perché sarebbe troppo imbarazzante spingersi a pensare che sia tutto architettato a tavolino, anche se la storia ci insegna che non c’è mai limite al peggio, ma da bravi fan continuiamo a credere ciecamente che i due non si parlino più (soffrendo come se fossero nostri parenti) e a pensare che semmai il motivo per cui le uscite sono così vicine, è per farsi la guerra. Sarà.

E se di guerra dobbiamo parlare, allora è certo che dal 2017 la sta vincendo Liam, a mani basse, ovvero da quando si è messo in proprio e ha pubblicato As you were, dimostrando di essere uscito dalle macerie di quello schianto di certo non illeso, ma che ha continuato ad andare ostinatamente e zoppicante nella stessa direzione in cui andavano gli Oasis, mentre Noel probabilmente si è fiondato dallo sportello finendo in un mucchio di fratte rognose.

La svolta psichedelica di Noel, la svolta folk di Noel, la svolta elettro-pop di Noel. Sono tutte stronzate. Gli Oasis erano talmente grezzi che un genere musicale di riferimento se lo sono dovuto inventare appositamente, senza sfumature che non potevano permettersi, pena la perdita della loro essenza e la caduta rovinosa nella mediocrità. Abbiamo sempre considerato Liam la facciata e Noel i contenuti, ma la verità è che neanche Noel ha lo smalto per mettersi a fare qualcosa di diverso da ciò che l’ha reso grande, è un dato di fatto.

Black star dancing EP è una raccolta mediocre di brani carini che però non sono né carne né pesce, non c’è stata nessuna svolta di alcun tipo, tutto quanto è tremendamente banale, non ci sono gli strumenti necessari affinché non sia così. Se non hai i piedi buoni per fare il fantasista funambolo, non basta metterti la maglietta numero 10 per fregare tutti quanti, si vede lontano un miglio che sei una vecchia punta di razza, coi piedi sgraziati e con un filo di panza, fatto per sportellare in area di rigore e fare gol sporchi, non più un mucchio di gol sporchi come in passato, ma abbastanza per svernare con grande onore, continuare a fare felici milioni di fan e arrivare dignitosamente al giorno in cui bisognerà appendere gli scarpini al chiodo. Questo Liam l’ha capito e sta tirando dritto, con i risultati che, piaccia o meno, sono sotto gli occhi di tutti.

Noel invece si è messo già da troppo tempo su una brutta china e forse è troppo tardi per tornare indietro, sebbene abbia già annunciato un altro paio di EP in uscita quest’anno, uno di questi ha dichiarato che sarà dal sound “mancuniano”. A questo punto è lecito chiedersi se intende la Manchester degli Stone Roses o quella dei Take That.

Edoardo Vitale (RollingStone.it)

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sabato 8 giugno 2019

Ecco Shockwave di Liam, l'ultimo dei Gallagher. La recensione di Rolling Stone

Luce e ombra, bene e male, essere e non-essere, Beatles o Rolling Stones, Salvini o Di Maio, Liam o Noel. Si sa, l’Universo è governato dalle dicotomie, e dalla Bibbia ai cazzari del brit-pop è un attimo. Lo stipulava Aristotele nel libro gammma della sua Metafisica, lo ribadisce oggi Our Kid con Shockwave, il singolo con cui firma il ritorno, a due anni quasi esatti dall’opera prima As You Were.

Opposizioni, dicevamo. Perché se tuo fratello maggiore – San Giorgio di cui tu sei il Drago – torna in scena tutto paillettes e zampa di elefante, con Black Star Dancing prima e con Rattling Rose poi, non ti resta che diventare il babau – o meglio il boogeyman, come direbbe LG – e arginare l’isteria dancing queen in crisi di mezza età che si è impossessata di The Chief. Perché va bene i dissidi, ben vengano le twittate biforcute e tutti i Potato Face del mondo, ma nel rock & roll sono rimasti in pochi, la vecchia guardia appunto è vecchia, e le bandiere si contano sulle dita di una mano, due delle quali tradizione vuole occupate dai Gallagher’s. Per cui, se il neo cinquantaduenne Noel tenta un funambolico colpo di reni con un rinnovamento stilistico, almeno per ora privo di logica, segnando un harakiri sul suono Oasis – il suo suono – e salutando così la rilevanza che ancora poteva avere nel 2019, a Liam tocca salvare il buon nome di famiglia, rimanendo marmoreo in quello che sa essere il suo posto. Riaffermando la dicotomia, tutto torna.

Shockwave, appunto: entrata blues con armonica – spunta blu –, batteria in 4 bella pestata – spunta blu –, testo cattivone – spunta blu –, e poi l’apertura armonica che più Lennon non si può (bentornato Liam, vecchio invasato) con il ritornello lama di rasoio che grida Oasis, allo stesso modo del biglietto da visita Wall of Glass distribuito due anni fa. Certo, è vero, rimanere ancorati al passato, a Manchester e agli anni ’90, può sembrare ripetitivo, talvolta patetico, ma non se ti chiami Liam Gallagher, non se la tua importanza culturale e artistica rimane probabilmente incollata al nome che porti. La musica si fa per il pubblico, il pubblico vuole questo da te e questo devi dargli; un albero che cade nella foresta non fa rumore, la musica senza pubblico nemmeno.

La formula è semplice, sempre quella, ma terribilmente importante. Perché se gli altri alfieri depongono le armi affamati di carne fresca e una platea più giovane – Noel ballerino, Damon padrino trapper, Thom improbabile dj meme – Liam ha fatto la cosa più coraggiosa che poteva fare, riaffermare la propria identità (culturale, anagrafica, sonora e uligana). Liam aristotelico, Liam dogmatico, Liam l’incontrovertibile: A è uguale ad A e non può essere B = Liam Gallagher è Liam Gallagher, non può essere altro. “Io sono io” riaffermato con il mento incollato al microfono, in barba alle crisi di mezza età e alle dancing queen.

Source: RollingStone.it

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sabato 18 maggio 2019

Lasciate lavorare Noel Gallagher. Gli artisti fanno così, hanno bisogno di una svolta

Noel a Seul il 18 maggio (@moon_ologue)
Qualche giorno fa Noel Gallagher ha pubblicato il videoclip di Black Star Dancing, riportando luce su un pezzo (originariamente uscito a margine della sua esibizione al Concerto del Primo Maggio) che nel frattempo abbiamo provato un po’ a nascondere sotto il tappeto. Se non altro per dargli tempo di venirci incontro, per farlo “crescere”, onde evitare un impatto così straniante con questa realtà che lui aveva provato già ad anticiparci a parole. Stentavamo a immaginarcela, ma adesso lo sappiamo: con le sue psichedeliche atmosfere fra il “cosmic pop” (già brevettato in Who Built the Moon?) e – soprattutto – la disco anni 70, il nuovo singolo di The Chief non è esattamente il brano che ci saremmo aspettati di trovare in cuffia, anni luce lontano da ciò che da venticinque anni siamo abituati a rintracciare su quelle coordinate – con Liam o senza.

Ecco: se già questo cambio ha stordito (non poteva fare altrimenti) e acceso tante bocche da fuoco, le dichiarazioni di Noel a margine del Concertone, a Radio Due, hanno fatto peggio. In sintesi: nel prossimo EP (che non sarà la sola uscita di quest’anno, pare) questo nuovo corso prenderà davvero il via, con drum machine e bassi in abbondanza, mentre le chitarre saranno pochissime. Panico. Riusciamo a immaginarci The Chief tutto disco e senza chitarre? No? Appunto: non riusciamo, ma non è detto che ci sia da aver paura. Anzi: non è proprio detto che, a prescindere dal risultato, sia una mossa per cui storcere il naso, questo voler dare una svolta alla propria direzione.

Chiaro, dichiarazioni del genere fanno rumore, e una cavalcata ballerina come Black Star Dancing – nonostante il lavoro di sdoganamento dal brit-pop di Who Built the Moon? – altrettanto. Ma non è un brutto pezzo, questo va detto, e finalmente porta iconoclastia e novità nel sacro mondo dei Gallagher. Perché se Noel e Liam sono (stati) sregolati nella vita, eretici a parole e supersonici nell’approccio, la loro musica è risultata sempre ultra-conservatrice – coi Beatles, e con tutta una certa tradizione brit. Ora, invece, è come se un nostro amico d’infanzia che continuiamo a frequentare tutti i giorni avesse cambiato di colpo taglio di capelli: prima di dare giudizi, uno straniamento iniziale è naturale; bisogna farci “l’occhio”, l’abitudine. Ci vuole tempo. Ma il coraggio della scelta (che pare comunque ponderata) resta.

Di più: se le carriere soliste di entrambi, così come la discografia della band post 2000, faticano a entrare nel cuore di molti, è sicuramente anche per la loro incapacità di allontanarsi dai modelli originali, di non evolversi mai davvero. The Chief in questo senso ha fatto più del fratello, ma l’ombra di Definitely Maybe e Wonderwall resta, e la venerazione (quasi a effetto nostalgia) dei primi Oasis è un dato incontrovertibile. Insomma, se finora non c’è arrivata un’altra Live Forever è semplicemente perché non può esserci: meglio guardare altrove e non rimanere schiacciati. Sotterrare le chitarre, anche. Se serve.

E c’è un altro aspetto, poi, che mina l’opinione che il mondo ha di Noel Gallagher, perlomeno da parte di chi “ne sa” – giornalisti, musicisti e in generale una fetta di appassionati di musica. Riguarda proprio l’ultra-conservatorismo: la “battaglia del brit-pop”, per i critici l’hanno vinta i Blur. Perché? Perché hanno rischiato con dischi come Blur e 13, si sono spinti sull’alternative, sull’innovazione. Gli Oasis, invece, pur con un po’ di snobismo sono considerati troppo faciloni, guardinghi, propensi al collaudato. E a ritroso, è vero: i Gallagher non hanno mai osato, hanno preso i Beatles e li hanno sporcati, drogati (ancora di più), contaminati e post-modernizzati, ma poi sono rimasti lì. E una porzione di mondo ha continuato a preferirgli uno come Damon Albarn, che della sperimentazione ha fatto la propria ragione d’esistere. Ci è riuscito? Non sempre, ma ci ha provato, e ha spinto più in là l’asticella di volta in volta.

Conta questo, alla fine, e un eventuale nuovo corso potrebbe rompere quella cortina di sufficienza con cui il Nostro viene visto in determinati ambienti, oltre a smarcarlo dai suoi stessi schemi. Potrebbe darci un Noel nuovo: magari sperimentale, sicuramente coraggioso. E sì, ripensare la propria musica in maniera tanto radicale, eliminando quelle chitarre che hanno fatto gli anni Novanta, è la scelta più difficile per un guitar hero come lui. Ma se cancellare gli assoli, le curvature morbide e quei riff così lenti e goderecci non è roba da poco per The Chief, figuriamoci per noi, che ci coccoliamo ancora l’immagine assurda di una reunion tutta sei corde e brit-pop. Appunto: dobbiamo solo fare l’abitudine ai cambiamenti. Lasciamolo lavorare: forse, dopo 25 anni, sta per arrivare una prima, vera svolta nella sua carriera. Così fanno gli artisti, no?

Patrizio Ruviglioni - Rolling Stone Italia

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domenica 4 marzo 2018

La vendetta di Liam Gallagher: è stato il suo anno

La rivista NME gli ha appena tributato la sua onorificenza più illustre. “Godlike Genius” con tanto di statuetta a forma di gigantesco dito medio. Liam Gallagher è tornato, in grande stile, sorprendendo molti e forse anche se stesso. Sì perché da quando i fratelli Gallagher sono diventati i “Caino e Abele” della musica, sulle sue spalle ha sempre volteggiato come un gufo del malaugurio una presunta verità, ripetuta, sussurrata o pensata talmente tante volte che viene da domandarsi se non ci abbia creduto lui stesso qualche volta: “Liam Gallagher è un cantante mediocre, privo di talento, che se non fosse per le canzoni di suo fratello sarebbe finito ubriaco in qualche pub di Manchester”.

Il destino poi vuole che, a discapito di quanto detto più volte, l’ex frontman degli Oasis decida di pubblicare un disco da solista, As You Were, con solo un mese di anticipo sull’uscita della nuova fatica del genio di famiglia Noel. Era ancora una volta lì pronta ad aspettarlo l’eterna infame comparazione che, secondo le previsioni di tutti, avrebbe salutato con piacere l’ennesima brillante produzione dell’uno e sancito l’ultimo fiacco tentativo da parte dell’altro di tornare ai fasti degli Oasis. Mancava solo il “ciak, si gira”, uno sceneggiatore non avrebbe potuto orchestrarlo meglio.

Liam in concerto a Milano il 26 febbraio
Come nei film fatti bene però, quelli che ancora riescono a tenerti incollato allo schermo, non sarebbe potuta andare più diversamente di così. Mentre gran parte della critica e pubblico sta ancora cercando di capire le sperimentazioni new age di Noel e della sua suonatrice di forbici, il disco del presunto “fratello scarso” ha conquistato tutti. Disco di platino, un tour che è andato completamente sold out in meno di 2 ore, critica e pubblico ai suoi piedi e, soprattutto, la netta sensazione che la musica abbia ancora maledettamente bisogno di uno come lui.

È stato un disco potente nella sua semplicità e, come detto dallo stesso Gallagher, “non c’era l’ambizione di scoprire la ruota” (probabilmente riferendosi ai tentativi estrosi del fratello) o di fare un disco che sarebbe passato alla storia della musica. C’era la voglia di fare un disco Rock and Roll in un periodo in cui nessuno sembra più interessato a farlo. In un momento storico in cui le vere rockstar si contano sulle dita di una mano, diventa quindi vitale che quelle poche riescano a mettere i propri demoni nel cassetto anche solo per il tempo di un disco.

Detrattori, per uno come lui che la parola moderazione non sa dove sia di casa, ce ne saranno sempre, e a tutti quelli che speravano che As You Were sarebbe stato l’ennesimo buco nell’acqua discografico, non è rimasto che ritornare alla vecchia storia che Liam non ha scritto quelle canzoni ma che anzi sia stato aiutato da un team di produttori di primissimo livello (Andrew Wyatt e Greg Kurstin su tutti). Anche su questo, la risposta del frontman “made in Manchester” è la migliore che si potesse dare:

“Sono sempre stato un cantante di una band. Qualsiasi cosa mi porti su quel palco va bene. Non scrivo canzoni, l’ho detto più di una volta. Non farò mai un album interamente da solo con una chitarra. Sergio Aguero (attaccante della sua squadra del cuore, Manchester City, ndr) non difende, ma quando la palla arriva in attacco la ficca dentro. Non sarà un calciatore capace di fare tutto, ma lì davanti comanda lui. Ecco, io mi vedo così”.

Liam in concerto a Parigi il 2 marzo
Chiedere a un fan degli Oasis chi si preferisca tra Noel e Liam è un po’ come chiedere ad un bambino se vuole più bene alla mamma o al papà, e posso capire come, risolti alcuni dissidi interiori, la scelta ricada, per quasi tutti, su Noel. La storia della musica è sicuramente dalla sua parte, così come la qualità delle sue canzoni, sia con gli Oasis che come solista, è un biglietto di sola andata per l’immortalità. Nulla da aggiungere a riguardo. Tuttavia, ritengo che il talento di Liam sia largamente sottovalutato e viziato da un fraintendimento di fondo che da sempre è legato a cosa voglia dire essere una “Rockstar”.

Sì, perché essere una “rockstar” non dovrebbe limitarsi al suonare uno strumento e scrivere belle canzoni. Una rockstar degna di questo nome dovrebbe essere qualcuno capace di dire la cosa giusta nel momento sbagliato, di dire quello che tutti pensano ma non hanno il coraggio di dire, di stare immobile su un palco senza mossette o inutili fronzoli, armato di niente se non di un tamburello e di una straripante personalità. Attitudine e credibilità. Liam Gallagher le ha entrambe, e quando ho avuto la fortuna di vederlo live durante la data londinese del suo tour trionfale, è apparso lampante come alla sua gente non possa fregare di meno di una stonatura o se la sua voce non è più ruggente come ai tempi di Morning Glory. La gente lo ama perché è autentico, specie nel suo essere adorabilmente insopportabile. I suoi tweet molesti, le sue interviste sopra le righe, la benedetta voglia di provocare sempre e comunque perché se sei un artista e non sfidi l’ordine costituito, che razza di artista sei?

Un andare contro tutti e tutto che è durato per troppo tempo per essere solo un’astuta trovata di marketing per far parlare di sé. Vittima della croce di non essere capace di essere nient’altro che sé stesso. È stato il suo anno, pochi dubbi a riguardo. Degna rivincita per tutti coloro che durante la loro vita sono sempre stati all’ombra di qualcun altro. Del domani non c’è certezza, e non mi sento di garantire che questa luminosa pagina della sua carriera sia destinata a durare per sempre ma, forse, il suo bello sta proprio in questo. Perchè ogni rockstar è destinata a cadere, Liam nel corso della sua carriera è caduto più volte, fragorosamente. Oggi, per la prima volta nella sua vita, i riflettori sono tutti su di lui. Qualcosa nel suo sguardo sembra rivelare la consapevolezza che si potrebbero spegnere da un momento all’altro. Ma, come dice una famosa canzone degli Oasis, essere una rockstar non è un premio alla carriera, a volte lo si può essere anche solo per una notte.

Diego Carluccio - Rolling Stone - 23 febbraio 2018

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