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domenica 3 marzo 2024

Videointervista per Virgin Radio Italia. John Squire: "Liam Gallagher ha reso dei brani ottimi con i suoi suggerimenti"

Andrea Rock ha intervistato a Parigi Liam Gallagher e John Squire in occasione dell'uscita del loro primo album insieme.

Liam dice: "Non vedo l'ora che la gente ascolti l'album. Penso che le persone che amano gli Stone Roses e gli Oasis e quel genere di musica, lo adoreranno. È spirituale, è fondamentale. LG x"

John aggiunge: "È stato davvero stimolante avere come punto di riferimento i concerti di Knebworth quando ho iniziato a scrivere. Poi si è trattato di cercare di evitare che il tutto fosse troppo rock e di mescolare i sentimenti. Mi piace il fatto che in alcune parti sia piuttosto malinconico e possa farti venire la pelle d’oca, ma ci sono altre parti che sono piuttosto irriverenti, sgarbate o crude. C'è un po' di tutto, credo sia un ottimo mix. Avevo la sensazione che avremmo suonato bene insieme ma non ero preparato al fatto che fosse un'accoppiata così buona".

La notizia che le icone di Manchester Liam Gallagher e John Squire stessero collaborando a un nuovo progetto ha suscitato un'ondata di attesa: unire la personalità e l'attitudine della voce del frontman degli Oasis con il notevole talento chitarristico della forza creativa degli Stone Roses sarebbe stato sicuramente qualcosa di speciale. E il loro brano di debutto, Just Another Rainbow, è stato all'altezza dell'entusiasmo, raggiungendo il 16°p osto nella classifica dei singoli del Regno Unito e il 1° posto nelle classifiche delle vendite, dei download, dei vinili e dei singoli fisici, ottenendo così la più alta entrata in classifica di Liam in quindici anni.

John ha sottolineato il ruolo di Liam Gallagher, più di un semplice cantante. "Liam ha avuto molte idee per gli arrangiamenti, era la forza che spingeva le tastiere tutte le volte. Proponeva qualcosa a Greg Kurstin e lui ci si metteva e questo portava la canzone in una direzione completamente diversa. Raise Your Hands, per esempio, non stava 'accadendo', era in un vicolo cieco. Era un po' come Mother Nature's Song, aveva un andamento acustico e lento e non accendeva nessuno di noi. Poi Greg (Kurstin) ha usato un vecchio strumento, una rhythm machine e ci ha messo dentro un pianoforte su suggerimento di Liam, cambiando così il groove. Questo l'hanno fatta diventare  un'ottima traccia".

E ancora: "Liam fa vedere che canta e basta, ma ha messo molto pensiero in questo disco".

Source: virginradio.it

Intervista registrata il 14 febbraio 2024 a Parigi e trasmessa il 29 febbraio.


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giovedì 29 febbraio 2024

Liam Gallagher con John Squire a Rolling Stone Italia: "Questo è uno dei migliori dischi mai fatti. Se sto bene sono invincibile"

Ventisette maggio 1990. Gli Stone Roses all’apice del successo si esibiscono a Spike Island, nel Cheshire, nord-ovest dell’Inghilterra, davanti a 30 mila persone. Suonare in un ex polo della rivoluzione industriale, successivamente riconvertito in discarica di rifiuti tossici e poi bonificato, è una scelta perfettamente in linea con l’atteggiamento non conformista del gruppo di Manchester. Nell’epoca dei rave e delle feste negli edifici industriali, anche loro vogliono suonare in un luogo diverso dal normale. A Spike Island c’è anche un non ancora diciottenne Liam Gallagher.

«Ero là ed è stato bellissimo», ci racconta dalla sua casa di Londra. «Tutti si lamentavano del suono, del fatto che si sentiva male. Ma non era quello che mi importava. A me importava essere lì. Fanculo se non si sentiva. Non c’ero mica andato per sentire il suono perfetto. Ero lì perché volevo esserci. Eravamo tutti belli e quel giorno suonava la più grande band del pianeta. Questo era il punto».

Sul palco con gli Stone Roses c’era John Squire, che oggi assieme a Liam firma un album in uscita il 1° marzo, del quale ha scritto tutte le canzoni, invitando poi il cantante degli Oasis a registrarlo insieme a lui e al produttore Greg Kurstin, mentre la batteria è stata affidata a Joey Waronker, già con il Beck di Odelay, i R.E.M. del dopo Bill Berry e con mille altre collaborazioni all’attivo. «È stato John che ha avuto l’idea», conferma Liam, «è lui che ha scritto le canzoni e mi ha detto: senti, sto facendo un nuovo album, se ti chiedo di cantare ci stai? Certo, man, sì, perché no, basta che ci siano un mucchio di chitarre. Quindi non sono io che ho detto: oh, faccio un nuovo disco e John ci suona. È più il disco di John dove ci sono io che canto. Certamente è un sogno che diventa realtà: io che faccio musica con John Squire, d’you know what I mean? Gli Stone Roses mi hanno fatto appassionare alla musica, ai Beatles, agli Stones, a Jimi Hendrix. Gli devo un sacco, capisci? Quindi quando mi ha chiesto di cantare nel suo disco, ti puoi immaginare, era ovvio che gli dicessi di sì».

Da Macclesfield, la cittadina a 30 chilometri da Manchester dove vive (e dove viveva anche Ian Curtis), John Squire è restio a intitolarsi la paternità dell’idea, ma è altrettanto prodigo di complimenti nei confronti dell’amico. «Non so chi abbia fatto la prima mossa», dice, «in realtà penso che i nostri manager abbiano discusso della possibilità di lavorare insieme. Ne abbiamo parlato tra di noi quando ci siamo trovati a fare le prove per i suoi concerti a Knebworth. Diciamo che tutti e due abbiamo saputo che l’altro avrebbe voluto fare qualcosa insieme. Ha senso, no? Quello che mi piace di più è la sua voce. Ha un dono incredibile. E poi a stare con lui ci si diverte molto. Mi è piaciuto fin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati per strada in una delle vie principali di Monmouth, in Galles. Eravamo lì perché lui stava facendo il primo album degli Oasis e io il secondo degli Stone Roses. Mi disse che era un nostro grande fan e che era contento di incontrarmi. Mi è sembrato subito un tipo simpatico, poi per un po’ di tempo non ci siamo più incontrati e quando ci siamo visti la volta successiva gli Oasis erano diventati una band di grande successo».

Il primo incontro faccia a faccia, dunque, risale al 1994. Gli Oasis esistevano dal 1991, un anno dopo Spike Island, e stavano registrando Definitely Maybe. Gli Stone Roses stavano faticosamente rimettendosi in carreggiata dopo un paio d’anni turbolenti in cui, tra dispute legali e comportamenti individuali decisamente sopra le righe, c’era addirittura chi aveva messo in dubbio la prosecuzione della loro avventura. Liam ha sempre citato gli Stone Roses come primaria fonte di ispirazione degli Oasis. Ascoltando i dischi di questi ultimi, in realtà, non si trovano né le ritmiche scalpitanti della ditta Reni-Mani, né la versione baggy della psichedelia di cui John Squire è stato l’indiscusso campione.

«Anche secondo me l’influenza degli Stone Roses sugli Oasis non è che si senta più di tanto», dice il chitarrista quasi sottovoce, con il tono che manterrà per tutto il corso dell’intervista, in contrasto con quello squillante di un Liam particolarmente preso bene. «Ma Definitely Maybe è un grande album di rock’n’roll: grandi canzoni e una grande voce. La loro spavalderia e il loro atteggiamento mi hanno colpito fin dall’inizio».

Liam Gallagher John Squire è il primo album pubblicato dal chitarrista negli ultimi vent’anni. «Ho messo su famiglia e mi sono dedicato alla pittura», spiega. «Con figli così piccoli, la cosa migliore era lavorare da casa. A un certo punto avevo tre figli che avevano meno di due anni, quindi non ero più di tanto propenso a fare la vita on the road del musicista». I figli di Squire sono in tutto sei, tra i 12 e i 30 anni, ma non è solo perché sono cresciuti che il loro papa si è rimesso in pista. «Secondo me per Liam prima non era il momento giusto, adesso invece mi pare che tutto si sia allineato perché succedesse». Liam, dal canto suo, spiega che è stato «molto facile, molto naturale. Se non fosse stato naturale penso che non ce l’avremmo fatta. Per me si trattava di cantare le canzoni, di portarci un po’ di energia e di fuoco, d’you know what I mean? È quello che ho fatto e John ha fatto la stessa cosa con la chitarra, così come gli altri della band. È quello che so fare meglio, e se lo riesco a fare, e lo riesce a fare anche John, allora c’è da divertirsi».

Prima di entrare in studio i due si sono scambiati diversi video di YouTube, roba che andava da Jimi Hendrix ai Bee Gees, ma le cui sonorità non sono certo di immediata individuazione in un disco comunque variegato, che potrebbe essere scambiato per una raccolta di singoli e in cui trova spazio anche il blues. «Non penso che il sound di quelle band sia arrivato fino all’album, ma non è che l’intenzione fosse questa», dice Squire. «Ce li siamo scambiati per definire il tono del disco, ma più che altro è successo perché non eravamo stati molto insieme e volevamo in qualche modo riconnetterci e raccontarci cosa ci piaceva ascoltare in quel momento. Ci è sembrato un buon modo per recuperare il tempo perduto, ma non era necessariamente una traccia per quello che poi sarebbe venuto fuori».

«Non è che stessimo facendo la mappa dell’album», conferma Liam. «Quando ci siamo scambiati i video, John aveva già scritto le canzoni. Questa cosa di YouTube è partita una sera che stavo bevendo in albergo e stavo ascoltando vari pezzi. Così gli ho scritto: ascolta questa, sarebbe grandioso fare qualcosa del genere. E abbiamo iniziato a passarci dei video. Non è che gli ho scritto una cosa del tipo: dovresti fare qualcosa di simile a queste canzoni. In ogni caso non mi pare che siano venute fuori canzoni tanto simili a quelle che ci siamo scambiati». A domanda precisa, l’unico a citare un pezzo in particolare è Squire: «Senz’altro gli ho mandato qualcosa di Hendrix e degli Stones, e poi mi ricordo di avergli mandato 30 Days in the Hole degli Humble Pie».

«Se ti piacciono cose come Björk, probabilmente odierai questo disco»

A parte la notevole differenza di età (Liam è del 1972, Squire dieci anni più anziano) l’incontro tra i due musicisti è anche un incontro tra personalità decisamente diverse. «La prima cosa che mi viene in mente» dice il chitarrista «è che io sono un introverso e lui è un estroverso. Viene dipinto dai media come una persona grezza? Non saprei, perché non seguo molto la stampa, in particolare quella musicale. Senz’altro ha un lato tenero. Con me è una persona calorosa, generosa e divertente. Molto educato e socievole».

«Non lo conosco così bene da poter descrivere il suo carattere», dice Liam, «però è molto rilassato, molto tranquillo, ma ha anche un non so che negli occhi, qualcosa che gli brilla. Un po’ di malizia e di sfacciataggine, d’you know what I mean? Ma l’ho sempre trovato molto piacevole. La differenza più grossa tra noi due è che lui tifa per lo United e io per il City».

Proprio il Manchester United, che prima delle partite casalinghe spara This Is the One degli Stone Roses dagli altoparlanti dell’Old Trafford per incoraggiare i giocatori nel momento in cui entrano in campo, ha recentemente prodotto una linea di magliette e pantaloncini da calcio ispirata alle grafiche realizzate da Squire per la sua band. «Non mi sento un musicista che fa anche le copertine dei suoi dischi», dice il chitarrista a proposito del suo interesse per le arti visive. «Per me la musica e l’arte ci sono sempre. A volte rendo pubblica la musica che faccio e a volte no. Con l’arte è lo stesso. Ma non è sempre necessario fare musica per poi trasformarla in un prodotto e venderlo. Comunque non potrei mai smettere con nessuna delle due: farò sempre sia musica sia arte, anche se non necessariamente per un consumo pubblico».

Squire ha realizzato anche la copertina del nuovo album, oltre che di Just Another Rainbow e Mars to Liverpool, i due singoli che lo hanno preceduto. «Per la copertina del disco ho collaborato con un grafico perché non sono molto bravo con il computer, ma l’idea di usare dei finti prodotti e di mettere i titoli delle canzoni nelle loro confezioni è stata mia». Riguardo alle canzoni, Squire è decisamente entusiasta del risultato finale. «Volevo che fosse un gran disco, ma la mia sarebbe anche potuta rimanere solo una speranza. Mi aspettavo tanto, ma non che fosse un album tanto bello che amo e ascolto in continuazione. Ieri sera sono andato in macchina a Manchester per accompagnare mio figlio agli allenamenti di basket. Quando siamo tornati, una volta arrivati a casa sono rimasto seduto in macchina per ascoltarmi Raise Your Hands fino alla fine. Faceva un freddo cane, ma sono rimasto là fuori al buio perché non volevo fermare la canzone». Il figlio di Squire, 12 anni, gioca nel ruolo di playmaker, quello che deve creare il gioco, decidere quale schema usare e mettere i compagni nelle condizioni migliori per andare a canestro. Anche Squire come musicista è un playmaker, no? «Mi piace pensare che sia così».

«È diverso dagli altri dischi che ho fatto perché ha un suono cool», dice Liam. «Mi piace la chitarra di John e penso che il mio modo di cantare su questo disco sia molto cool, e anche le canzoni. Penso che stia lassù con le cose degli Stone Roses e degli Oasis, molto in alto». Quando parla del disco nuovo, Gallagher mette in pista una delle sue doti principali: quella di esprimersi in maniera decisamente diretta. «È musica fatta con le chitarre con un feeling rock’n’roll e penso che sia una cosa fatta bene. Se ti piacevano gli Stone Roses, amerai questo disco. Se ti piacevano Björk o chi cazzo vuoi tu, probabilmente lo odierai. Questo è quanto. Però ascolta, non l’abbiamo fatto per la fama o per i soldi, quelli ce li abbiamo già. Non voglio comprarmi un’altra casa o un altro yacht, di queste cose ne ho abbastanza. L’abbiamo fatto perché è quello che amiamo».

Intanto però le guitar band, soprattutto fra il pubblico dei ventenni, non hanno più il successo degli Oasis dei tempi d’oro. «Eh, lo so. Mi dispiace per loro, per i giovani che non si entusiasmano per le chitarre. Si perdono qualcosa, ma sai, sono cicli. Noi adesso stiamo riportando indietro questo tipo di musica, che in realtà non se n’è mai andata. La chitarra è così un bello strumento e può fare cose talmente belle che non morirà mai. La musica con le chitarre non morirà mai. Il fatto è questo: se io e John avessimo pubblicato questo disco vent’anni fa, la gente si sarebbe bagnata le mutande. Adesso invece siamo molto più vecchi e il pubblico si è abituato al fatto che ci siamo, capito? Se oggi questo album lo pubblicasse una band all’esordio, direbbero che è la cosa migliore dall’invenzione della cazzo di ruota. Invece lo facciamo noi e diranno che è una cosa già sentita. Be’, sapete che c’è? La sentirete di nuovo!».

L’uscita del nuovo album prelude anche ad alcune date dal vivo, una delle quali è in programma per il 6 aprile al Fabrique di Milano. I biglietti sono andati esauriti in pochi minuti. «Non voglio spoilerare troppo», premette Squire, «ma senz’altro oltre al nuovo album faremo un pezzo dei Beatles e forse uno degli Stones». «Il live sarà come ha detto John», conferma Liam, «una cover ci dovrebbe essere, ma per il momento non diciamo niente. Faremo tutto l’album e magari la cover di una canzone di culto che non abbiamo ancora deciso. Ma non suoneremo cose degli Stone Roses o degli Oasis, quello no».

Oltre a dirsi felice di suonare in posti piccoli, il cantante conferma la strategia del less is more anche per quanto riguarda la durata del concerto, che sarà di circa un’ora. «Va bene perché in un’ora puoi fare un sacco di cose, no? Puoi centrare il punto e farti capire. Certe volte i concerti durano troppo e l’attenzione cala, capito?» Non faranno una cosa alla Springsteen, insomma. «No, niente nonsense da tre ore», chiude il discorso Liam.

Sono ormai trent’anni che il cantante è al centro della scena. La profezia della prima canzone del primo album degli Oasis si è avverata e persiste: è ancora una rock’n’roll star. Sono anche trent’anni che la stampa lo dipinge in un certo modo. Ma ci sarà qualcosa di diverso da un cliché non sempre simpaticissimo, qualcosa che ci tiene a far sapere al pubblico riguardo al vero Liam? «Be’, ascolta, io ho molte frecce al mio arco. Posso essere un po’ aggressivo quando me le fanno girare. Ma il più delle volte sono una persona di cuore, socievole. Sono molto spiritoso e mi piace che la gente con me si senta a proprio agio, mi piace star bene con gli altri. Però se qualcuno si comporta da stronzo e vuole una sberla, io lo accontento».

In passato gli Oasis e lo stesso Liam hanno chiesto ad alcuni elder statesmen del rock britannico di partecipare ai loro dischi o ai loro concerti, un invito che serviva anche a riconoscere pubblicamente il ruolo di personaggi come Paul Weller e lo stesso John Squire quali fonte di ispirazione. E come la mettiamo ora che, 52 anni in arrivo a parte, anche Liam Gallagher è un elder statesman? «Di fatto è così. È dal ’91 che sono in pista, quindi da più di trent’anni, e riguardo a questo non ho problemi. È così e non è una cosa brutta, anzi. Sono fortunato a essere ancora qui a fare le cose che mi piacciono e che piacciono anche ad altri, a quanto pare. È bello essere ancora vivo, a cantare canzoni, a fare musica e concerti. Altroché, è quello che amo fare».

Oltretutto, nonostante un passato non esattamente salutista, anche l’aspetto di Liam è decisamente da rock’n’roll star. «Senti, io sto bene. Quando sono in salute e ci sto attento, sono invincibile. Il problema è quando esco un po’ dai binari e bevo troppo, fumo troppo ed entro in un ciclo che non mi fa stare bene. Ma con la maggior parte delle piccole teste di cazzo che ci sono in giro io ancora ci pulisco il pavimento. Quando sto bene sono intoccabile, meglio di tutti gli altri». Sarebbe bello sapere come fa a essere così figo. «Qualcosa faccio. Cerco di andare un po’ in bici, cose così. Faccio una camminata con il cane, ma non sono uno di quelli che diventano matti per la salute. Ci sono momenti in cui sto bene e altri in cui dico: vaffanculo, ora vado al pub e mi bevo tutto. E altri ancora in cui ritorno a fare il bravo. Vado a momenti. Certo, chi vorrebbe essere Sting che fa yoga per nove ore della sua cazzo di giornata? Fanculo quella roba».

«Non l’abbiamo fatto per la fama o per i soldi, quelli li abbiamo già»

Dopo i concerti assieme a John Squire, quest’estate Liam sarà impegnato anche nel tour che celebra il trentennale di Definitely Maybe e che, ci assicura, passerà anche per l’Italia. Quindi verrai due volte? «Sì, sicuramente, man. Presto annunceremo le date. Faremo l’album per intero e alcune b-side. Più I Am the Walrus, magari alla fine del concerto, perché mi piace ed era quello che facevamo ai tempi. Sarà fantastico. Ci saranno persone di una certa età, quelli che c’erano fin dall’inizio, ma spero anche gente più giovane che magari non ha mai sentito alcune di quelle canzoni. Non vedo l’ora, ci faremo anche delle belle risate. Sarà una bella celebrazione di uno dei dischi più belli che siano mai stati fatti… secondo me».

Due tour diversi, e di una certa importanza. Sarà decisamente una primavera-estate impegnativa. «Mi piace quando sono molto occupato, altrimenti rischio di sprofondare nel divano e perdermi tra le molliche». E non gli dispiace che questo tour non si possa fare con gli Oasis al completo, compreso un certo chitarrista che sin qui siamo riusciti a non nominare? «In realtà no. Cioè, ovviamente mi sarebbe piaciuto che gli Oasis non si fossero mai sciolti e fossero andati avanti, come sarebbe dovuto essere. Però queste cose succedono, le persone cambiano e le cose stanno così. Molte volte ho chiesto a Noel di far tornare la band e lui ha detto di no, quindi farò da solo. Ci saranno Bonehead e la band che suona nei miei concerti, e mi va bene così. Non mi si può mettere in panchina. Se Noel non lo vuol fare, lo faccio io. Capito? Non è il mio cazzo di boss».

Source: Rolling Stone

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mercoledì 28 febbraio 2024

Leggi Liam Gallagher sul Corriere della Sera: "Io e Squire, con orgoglio rock. Noel ha deciso di non fare più la rock star"



PARIGI
 - Se Liam Gallagher è diventato ed è ancora una Rock’n’Roll Star, come cantava quasi trent’anni fa nella prima canzone del primo album degli Oasis, è in virtù di una rivelazione, un’apparizione, l’aver visto in concerto la persona che gli siede accanto adesso, nell’hotel parigino. «Avevo 16 anni e sono andato a un concerto degli Stone Roses — racconta Liam —. Era la prima volta che li vedevo ed è stato il massimo. John (Squire, ndr) era il loro chitarrista, il migliore. Ho sentito che avevo trovato il mio posto nel mondo e chi era intorno a me provava la stessa cosa, non ero solo io, capisci cosa intendo? È stato uno choc per tutti noi del pubblico, fantastico. Per quanto mi riguarda, quella sera ho capito che dovevo anche io fare parte di una band e che la musica sarebbe stata la mia vita». Oggi Liam Gallagher e John Squire dopo la fine degli Oasis e degli Stone Roses pubblicano un album che è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare dalla migliore voce e dalla migliore chitarra del rock inglese degli ultimi anni. I singoli Just Another Rainbow e Mars To Liverpool sono già in testa alle classifiche, il Brit-pop colpisce ancora con una sorta di supergruppo.

«Ma non mi è mai piaciuta la definizione Brit-pop per la musica degli Oasis e per questa — dice Liam —. Brit-pop va bene per Blur, Elastica, Menswear, non per noi, che eravamo più classici, più rivolti alla tradizione dei Beatles, Kinks, Faces, The Who». Anche John Squire rivendica radici che sono più rock che pop: «Da quando ho cominciato a suonare la chitarra, attraverso Jimi Hendrix mi sono appassionato ai grandi chitarristi di blues rock inglese, Jeff Beck, Jimmy Page, Eric Clapton, ho sempre amato gli Stones. Li ho ascoltati così tanto che viene fuori dal modo in cui suono». Per esempio in pezzi come I’m a Wheel o You’re Not The Only One, omaggi al rock psichedelico degli anni 60 e 70 più che al brit-pop di inizio 90.

Liam e John sembrano fatti l’uno per l’altro, da un punto di vista musicale e non solo. Sarà l’età (51 e 61), saranno gli eccessi nei gruppi passati, ma oggi sono due rockstar gentiluomini e tra un fucking e l’altro Liam quasi si scusa di trovare l’album favoloso: «Direte che sono il solito arrogante ma non mi sorprende che l’album stia andando bene, perché non bisogna essere scienziati spaziali per capire certe cose. Abbiamo dei gran pezzi, John suona alla grande, io canto bene, il basso (del produttore Greg Kurstin, ndr) è eccezionale, la batteria (di Joey Waronker, ndr) pure. Non sono io a essere arrogante, è proprio l’album che è venuto bene». John dice di avere mandato i primi demo «con la chitarra fuori tempo» a Liam e di averli ricevuti indietro con la voce sopra, «lì mi sono convinto che dovevamo andare avanti, perché anche su quelle registrazioni di fortuna la voce di Liam sulle mie canzoni era perfetta».

La collaborazione potrebbe continuare perché «la gente continua ad amare la musica vera, suonata e cantata davvero, anche se YouTube è pieno di fake fatti con l’intelligenza artificiale. Ma è come guardare una partita vera allo stadio, o giocare a Fifa sulla playstation», dice Liam. Per John «è una questione di respiro. Nella voce vera c’è qualcosa che si connette con l’ascoltatore a un altro livello».

La storia degli Oasis è ferma a quel 28 agosto 2009, quando l’ennesima lite tra Liam e il fratello Noel fece saltare il concerto qui a Parigi, e la band. Da allora le possibilità di una reunion sono un tormentone. Ultime puntate: «Chiami lui», «no chiami lui», «sì, bevevo, e anche lui, ma a un certo punto Noel si è trasformato in Ronan Keating (l’ex cantante perfettino dei Boyzone, ndr) e ha deciso che la vita da rockstar non andava più bene», «e tutto per andare in tour adesso con il cantante dei Kasabian, Tom Meighan» (accusato nel 2020 di avere aggredito la fidanzata). Qui a Parigi, la città della fine degli Oasis, inevitabile rifare il punto. Reunion? «No». Neanche in agosto per i trent’anni di Definitely Maybe? «No, niente da fare purtroppo». Si va avanti, c’è il tour con John Squire. «Andremo a Milano — dice Liam —, uno dei posti che mi piacciono di più perché i fan sono pazzi. Forse anche in America, ma io adoro suonare in Italia, Francia, Irlanda, Gran Bretagna. Mi piace la vecchia Europa».

Stefano Montefiori
(Corriere della Sera, 28 febbraio 2024, pag. 38)

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mercoledì 31 maggio 2023

Trent'anni fa lo storico concerto che lanciò gli Oasis. Così è nata la band dei pionieri del brit pop

Il 31 maggio 1993 da una rissa mancata in Scozia partì l’avventura del leggendario gruppo dei fratelli Gallagher. Oltre 30 milioni di dischi venduti. I successi che hanno segnato gli anni '90.

Mai fidarsi della primavera scozzese. Alle sei di pomeriggio, a Glasgow, con il sole ormai sparito dietro ai palazzoni della stazione, i 23 gradi di mezzogiorno sono soltanto un ricordo. A notte inoltrata, quando lo sciame di ragazzi e ragazze riemerge dalla cantina del King Tut's Wah Wah Hut, lo storico locale seminterrato del civico 272A, l’aria fredda che li schiaffeggia dice 8 miseri gradi. Sono tanti, eppure solo una dozzina di loro, qualche anno dopo, potrà vantarsi di avere assistito a un evento mitico della storia del rock recente. Trentuno maggio del 1993, 30 anni fa esatti: in quella sera scozzese, da una rissa mancata, sono nati gli Oasis.

Famosi per caso

Oltre 30 milioni di dischi venduti, pionieri del brit-pop che tanti proseliti avrebbe fatto nel mondo, di diventare famosi così, in un lunedì sera di primavera così lontano da casa, non l'avrebbero mai detto probabilmente neppure loro. Di certo non Liam Gallagher, il cantante della band, che a un certo punto qualche mese prima aveva accettato di fare entrare nel gruppo con il grado di leader, suo odiato, amato (ma forse più odiato) fratello maggiore Noel, condannando la band ad anni di litigi, a botte da orbi, concerti lasciati a metà e pranzi di Natale da incubo in famiglia, sotto allo sguardo preoccupato di mamma Peggy ,e al tempo stesso firmando il proprio assegno in bianco per il successo mondiale. Rissosi e genuini, egocentrici e geniali, questo sono stati gli Oasis. E quella sera del 31 maggio 1993 hanno mostrato per intero quel loro carattere, arrivando a un passo dal menarsi con il buttafuori. Sarebbe successo, qualcuno avrebbe chiamato poliziotti, e noi non li avremmo mai conosciuti. E invece eccoci qua.

Genesi di un successo

Perché fare a botte? Sembra di vederli. Metà pomeriggio: dalla duna di St. Vincent street, che dai quartieri alti degrada verso il fiume, si materializza un vecchio furgone scassato preso a noleggio. Parcheggia in divieto sul lato della strada davanti al locale, ne scende un ventiseienne in jeans e camicia bianca. Di fianco a lui un ragazzino in tuta. Si stiracchiano sotto allo sguardo curioso del buttafuori del King tut’s, fanno il giro del furgone, aprono il portellone e, anziché tirar fuori degli strumenti, lasciano spazio a una successione inaudita di gente stipata lì dentro. Due, cinque, sette: alla fine sarà una dozzina di loro coetanei. Si tratta del resto della band e dei loro primi ‘produttori’. Ovvero gli amici del pub che, la sera prima, hanno acconsentito ad autotassarsi per permettere loro di affittare il mezzo che li avrebbe portati a Glasgow a esibirsi... a patto che, ovvio, “veniamo anche noi”.

Tutta colpa di Debbie

Anche il concerto d’altronde era arrivato per caso. Debbie Turner, la cantante delle Sister Lovers, la band che provava nella saletta di fianco a loro, a Manchester, era andata da Noel una sera tutta contenta per dirgli che il lunedì successivo, 31 maggio, avrebbero preso parte a una serata al mitico King Tut's di Glasgow. “Beh, venite anche voi, no?”. Noel lo aveva comunicato agli altri, poi insieme, la sera al pub, si erano inventati la raccolta fondi per il furgone. Debbie, per contro, ne aveva a sua volta parlato con i Boyfriends, l’altra band che si sarebbe esibita quella sera. Lì è nato il malinteso. Qualcuno pensò che qualcun altro avrebbe chiamato gli organizzatori per avvertirli che i gruppi sul palco, quel lunedì 31 maggio, sarebbero stati quattro e non tre. In realtà nessuno lo aveva fatto, ed è il motivo per cui, arrivati da Manchester, nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio di quattro ore, i Gallagher e soci si sentirono dire che no, nessuna esibizione era prevista.

Bomba o non bomba

“Noi siamo gli Oasis, dobbiamo suonare”. “In lista non ho nessun Oasis”. “Senti amico, devi lasciarci entrare, siamo venuti da Manchester per questo”. “Per quel che mi riguarda potete tornarci o andarvene a quel paese”. Fino a qui è cronaca. Da questo punto della storia in poi, però, le testimonianze divergono. La tesi imperante è che i manchesteriani, sempre più irrequieti, di fronte al diniego abbiamo dato in escandescenze e - complici del loro numero (almeno una dozzina di supporters più i cinque membri della band) abbiano iniziato a farsi violenti. A quel punto i gestori del locale, pur di evitare una rissa, avrebbero ceduto a farli suonare in apertura. Noel Gallagher ha più volte smentito questa tesi, e così hanno fatto anche i membri dei Boyfriends. Una tesi che non si regge, a parer loro, più per l’anatomia dei fatti in sé che per motivazioni etiche. Come avrebbero potuto dei ragazzini di Manchester menare le mani in trasferta, in un locale di Glasgow, e sperare poi di farla franca? La seconda versione, dunque, è più accomodante. Di sicuro la discussione accesa col buttafuori ci fu. Poi Noel chiese di mandare a chiamare Debbie Turner delle Sister lovers. A lei spiegò il problema e Debbie lo condivise con i Boyfriends, il cui batterista conosceva Noel per aver lavorato con lui come tecnico degli Inspiral Quartet. I due gruppi iniziarono a fare pressioni sugli organizzatori che, però, rimasero irremovibili: lo spazio per un’altra band non c’è. Poi sensi di colpa per aver preso in giro quei ragazzi, arrivati da Manchester con i soldi raccolti grazie a una colletta, ebbero la maggiore. Così le tre band in scaletta a ridosso del concerto si ritirarono sull’Aventino: o c’è spazio anche per gli Oasis, oppure non si esibirà nessuno, e addio incassi per il locale. Un compromesso, alla fine, si trovò: tutti avrebbero rinunciato a un brano così da raggranellare il tempo per far suonare tre pezzi in apertura di serata a quei ragazzi senza arte né parte. Gli Oasis entrarono. Guadagnarono i camerini, il diritto a stappare una birra e a salire sul palco senza aver neppure fatto un sound check. Ma tanto sarebbe bastato per fare la Storia.

Anche l’amore ci mette lo zampino

Sfatti, scombinati, confusionari. A inizio serata gli Oasis sono davvero sul palco. Liam Gallagher se ne sta in tuta, Noel si guarda attorno finto-annoiato, Paul ‘Bonehead’ Arthurs e gli altri accordano gli strumenti nervosi. Hanno tre pezzi in croce, e uno di questi non è neppure loro, ma una cover dei Beatles, “I am the walrus”. Dall’altro lato del palco, nella sala semivuota a inizio serata, ci sono i loro amici che fanno bisboccia ma, al di là di loro, un altro pugno di persone o poco più. Nulla di ciò sembrerebbe, a ben guardare, un appuntamento col destino. Per diventarlo dovrà metterci lo zampino l’amore. Anzi, meglio: il risentimento. Quello di Alan McGee, produttore della Creation Records, etichetta dalle alterne fortune. Dalla sua ha dischi osannati dalla critica, contro di lei il fatto che quegli stessi dischi venivano poi venduti zero, anzi, meno che zero, con grandissimo dispendio di soldi ed energie. L’ultimo tonfo è stato ‘Loveless’ dei My bloody valentine. Un disco-cardine, scintillante ancora ora, che pure stentò nei negozi.

Toccare il fondo per risalire

McGee in quel 1993 ha dovuto cedere metà della proprietà della sua etichetta alla Sony e le fortune, no, non stanno girando dalla parte sua. Neanche quelle d’amore, si diceva. Debbie Turner, proprio la cantante delle Lovers sisters, lo ha appena mollato. Motivo per cui il produttore non ha alcuna intenzione di presentarsi quella sera al King tut’s, dove è di casa. Se alla fine deciderà di andare sarà, per sua stessa ammissione, esclusivamente per farle dispetto. L’idea è quella di piazzarsi sotto al palco, a fissarla negli occhi durante l’esibizione, per metterla in imbarazzo e soggezione. Lo decide all’ultimo, in ogni caso. E quando entra, la serata è appena iniziata. Sul palco c’è una band di personaggi assurdi che sta suonando una canzone dei Beatles facendo una gran confusione tra chitarre distorte e colpi di batteria. McGee osserva il cantante, un 21enne in tuta, così anti-personaggio da risultare perfettamente artistico. Ne vede del buono: ci vuole del fegato a salire su un palco davanti a 20 persone scarse e martoriare la canzone di dei mostri sacri come i Beatles mantenendo l’aplombe di chi si sente ancora in sala prove. Il produttore chiede al fonico. Chi sono? “Dei tizi di Manchester che non erano neppure previsti”. “E chi è il loro manager?” Il fonico scoppia in una risata: “Questi è già tanto se posseggono degli strumenti”. McGee alza le spalle. Per lui, in fondo, è soltanto meglio.

Adesso manca solo uno sbruffone

A fine concerto il produttore si presenterà da loro nei camerini. “Chi è il capo, qui?”. Tutti indicano Noel pensando a qualche rogna. Il chitarrista si avvicina al tizio, birra in mano, e ne ascolta il discorsetto. Siete bravi, vorrei produrvi. Avete dei brani? Un demo? Gallagher lo osserva per tutto il tempo convinto che si tratti di uno scherzo, di un tiro mancino dei suoi amici là fuori. Aspetta il momento in cui il tizio si tradirà, e inizierà a non sapere più cosa dire, oppure si metterà a ridere, e a quel punto si sentirà autorizzato a sferrargli un pugno sul naso. Ma McGee si fa serio. Vuole davvero un demo e Noel, nel dubbio, sta al gioco. Così prenderà i suoi contatti e il giorno dopo gli manderà il nastro delle loro prove in sala. La risposta che arriverà sarà una busta con dentro i biglietti del treno per Londra: “ho ascoltato il demo, parliamone”.

I treni per Londra

Gli Oasis si presenteranno titubanti. “Avete buone carte, ma servono anche delle canzoni, quante ne avete?”. Noel zittisce i suoi colleghi, parla lui. Esagera: “Abbiamo un disco intero, è già pronto”. Bonehead, il chitarrista, riporterà per anni il panico di loro quattro di fronte a quella menzogna di Noel. Ma non può fare tutto il destino. A un certo punto serve qualcuno che ne sappia cogliere gli aiuti e ci metta del suo. Così i cinque lasciano lo studio della Creation Records con un contratto firmato e l’impegno a registrare subito un disco di brani propri. L’unico sereno è Noel, a lui tutto fa paura, nella vita, fuorché scrivere canzoni. Eppure ci vorrà più di un anno. Un taglia e cuci a cui quei ragazzini non erano abituati. Quando il disco sarà pronto, per scherzare sopra a quel senso di precarietà che li aveva accompagnati lungo tutto il percorso, lo chiameranno ‘Definitively Maybe’, ovvero “sicuramente forse”. Dal 29 agosto 1994, giorno della sua uscita, quell’album non avrebbe più smesso di vendere. Lo fa tuttora, con gli Oasis sciolti ormai da quasi quindici anni. A ricordarci di come la creatività, in fondo, sia un fiore spontaneo. Che nasce e cresce per una coincidenza incredibile di fattori casuali. E ad almeno un monito per buttafuori, organizzatori, produttori&Co. Uno tra tutti, che dovrebbe essere ancora oggi l’inno alle possibilità di espressione: non prendere mai sottogamba un gruppo di ragazzini che sembrano sapere il fatto loro, al punto di presentarsi con un furgone in affitto a centinaia di chilometri da casa pur di suonare. Prenditi il lusso di vederli sul palco. Magari non se ne fa nulla. Oppure scopri gli Oasis.

Simone Arminio (Quotidiano.net)

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domenica 30 aprile 2023

Video - Noel Gallagher intervistato su Radio 105: "Putin? Va combattuto. La Brexit? Ci ha rovinato. Amo l'Italia. In Scandinavia non vendevamo dischi, in Spagna non mi calcolano, mentre con i fan italiani c'è un legame magico"

Il 17 aprile 2023 Noel Gallagher è tornato a far visita agli studi milanesi di Radio 105 nella trasmissione 105 Friends per annunciare il nuovo album Council Skies, in uscita il 2 giugno 2023. Ne è nata una bella chiacchierata, in cui Noel ha elogiato l'entusiasmo dei fan italiani, paragonandoli a quelli irlandesi. In studio con Noel c'erano Tony Severo, Rosario Pellecchia e Romina Pierdomenico.

"Somiglio a Hugh Grant? Brutta cosa. Un pochino? Be', suppongo che lui sia irresistibile per le donne".

"I fan italiani sono sempre stati molto entusiasti della musica degli Oasis. In Italia come Oasis eravamo popolarissimi e amavamo suonare qui. Eravamo ragazzi che amavano il calcio, come gli italiani, e da inglesi ci accomunavano tutte le cose culturali che sono importanti qui in Italia. Non lo so, in Italia eravamo popolarissimi e in Scandinavia non riuscivamo a vendere un disco, neanche uno. Non so perché. Ancora oggi in Svezia per me è così, mi sarò esibito lì sei volte in trent'anni, mentre un centinaio di volte in Italia. Neanche gli spagnoli sono molto presi da quelli che faccio io. Penso comunque che gli irlandesi sono simili agli italiani. Ci dev'essere qualche connessione, non so perché, dato che non parliamo la lingua italiana e ovviamente non viviamo qui, ma è una cosa magica. È una di quelle cose che non vuoi sapere perché siano così, sono fantastiche e basta". 

"Più la Russia preme, più l'Occidente deve contrastarla", ha detto Noel rispondendo a una domanda sulla guerra. "Se l'Ucraina facesse parte della NATO, oggi saremmo in guerra. E nessuno vuole la guerra. Putin è pericoloso, l'abbiamo pensato per anni, per cui questa cosa non ci deve sorprendere. Quello dei politici è un lavoro difficile. Non lo so, è complicato, le persone vengono pagate per fare i politici".

"La Brexit? Terribile, ha mandato al cesso il Regno Unito. La Gran Bretagna ha perso il suo prestigio dopo la Brexit. Non funziona più nulla. È orribile, è terribile. Non si possono comprare le uova, non ci sono: le galline hanno fatto sciopero", ha detto tra l'altro Noel. "La Brexit l'ha votato la gente , per cui spero ne sia felice. Sarebbe interessante vedere se la gente ha cambiato idea se ci fosse un referendum ora. Non riesco a immaginare che ci sia qualcuno che crede che ora si viva meglio dopo la Brexit". 

"Reunion con Liam? Mi piace quello che faccio, non so se oggi gli Oasis sarebbero grandi come lo erano vent'anni fa", ha osservato il chitarrista. "Ci siamo divisi quattordici, quindici anni fa e non vedo nessun ... ci dovrebbero essere delle circostanze straordinarie (per riunirli), sicuramente, ma mi piace quello che faccio". 

"Non ascolto le nuove band, anche se ci sono delle band che mi piacciono, come gli Young Fathers, che sono incredibili. Oggi la musica è fatta e creata su una base economica. Oggi se una nuova band non riscuote successo immediatamente è finita. I Queen, David Bowie, alcuni dei più grandi ci hanno impiegato un po' per avere successo. Oggi, invece, la maggior parte delle cose sono dettate dall'economia". 

Noel sarà in concerto l'8 novembre al Mediolanum Forum di Assago (Milano). 


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lunedì 24 aprile 2023

Noel Gallagher intervistato da Sky TG24 a Milano: "Io? Un tipo ordinario con un talento straordinario"

Lunedì 17 aprile 2023 Noel Gallagher ha fatto tappa a Milano per presentare il disco Council Skies, che uscirà il 2 giugno 2023. Ecco il video dell'intervista di Sky TG24. "Un tipo ordinario con un talento straordinario", così si è definito l'ex Oasis.



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giovedì 20 aprile 2023

Video: Noel Gallagher intervistato su Radio DeeJay a Milano il 17 aprile 2023

Noel Gallagher è intervenuto negli studi milanesi di Summer Camp su Radio DeeJay con Fabrizio "Nikki" Lavoro e Federico Russo, per parlare di Champions League, di Italia e del nuovo album in uscita a giugno. Ecco l'intervista integrale, andata in onda nel primo pomeriggio di lunedì 17 aprile 2023. 

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martedì 18 aprile 2023

Noel Gallagher su Radio Freccia: "Sei milanista? Magari ci vediamo in finale col mio City. Reunion con Liam? Non ne so niente. Avrei voluto far parte degli U2"

Noel Gallagher è stato intervistato anche da Radio Freccia a Milano nel pomeriggio del 17 aprile 2023. Il musicista ha parlato di Champions League (in cui il suo Manchester City è in lizza anche insieme alle italiane Inter, Milan e Napoli), del suo nuovo disco (Council Skies, in uscita a giugno: "Ho tantissimo materiale, ho scritto trenta canzoni canzoni durante il confinamento per la pandemia. Ho dovuto smettere di comporre"), del suo legame con l'Italia e ha risposto a una domanda sulla reunion degli Oasis. 

"Sei milanista? Magari ci vediamo in finale", ha detto Noel al conduttore. Poi ha smentito le voci di una fantomatica "reunion a porte chiuse" con Liam diffuse da qualche tabloid britannico. 

"Se ho mai pensato di unirmi ad un'altra band dopo lo scioglimento degli Oasis? Avrei voluto far parte degli U2, ma non me l'hanno mai chiesto", ha detto ancora Noel, che poi ha confessato: "Sì, sapevo che avrei fatto il solista, ma non immaginavo la carriera da solista sarebbe durata così tanto. A volte mi manca essere un semplice chitarrista, presentarmi lì e suonare ad alto volume, quello che fanno i chitarristi. Quello di tanto in tanto mi manca".

Ecco l'intervista che abbiamo registrato e caricato per voi.

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martedì 28 marzo 2023

Noel Gallagher torna in Italia: concerto a Milano l'8 novembre 2023

Noel Gallagher ha annunciato il suo ritorno in concerto in Italia con gli High Flying Birds. L'ex principale compositore degli Oasis e la sua band si esibiranno nel nostro paese per uno show in programma mercoledì 8 novembre al Forum di Assago, a Milano. 

I biglietti saranno disponibili in prevendita per gli utenti iscritti a My Live Nation a partire dalle ore 10 di mercoledì 29 marzo. La vendita generale aprirà alle ore 10 di giovedì 30 marzo su TicketOne, Ticketmaster e VivaTicket. 

Il concerto offrirà al maggiore dei Gallagher di presentare dal vivo anche nel nostro paese il suo nuovo album in studio con gli High Flying Birds, intitolato Council Skies e in uscita il 2 giugno prossimo. Il disco è stato anticipato dai singoli Pretty Boy, di cui è stata condivisa recentemente una versione remixata da Robert Smith dei Cure, e Easy Now. Oltre alle tracce del nuovo album, Noel farà ascoltare anche altri brani tratti dal suo repertorio insieme ai classici degli Oasis.

Council Skies arriva a oltre cinque anni dall'ultimo album di Noel Gallagher con gli High Flying Birds, Who Built the Moon?. A questo disco, pubblicato nel novembre del 2017, ha infatti fatto seguito una serie di tre ep, pubblicati tra il 2019 e il 2020, e intitolati rispettivamente Black Star Dancing, This is the Place e Blue Moon Rising.

(Rockol)


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sabato 19 novembre 2022

Video - Noel Gallagher a Sky Sport Italia: "Haaland è supersonico. Gli italiani in Premier League portano passione e follia"

Noel Gallagher segue il Manchester City da quando è bambino e quando può va allo stadio. Se si trova in tournée segue la partita anche nei bar e se non la trasmettono in televisione la ascolta alla radio. Parla di calcio con la stessa competenza con la quale parla di musica e con il suo solito tono ironico. Intervistato in esclusiva per Sky Sport Italia, racconta il momento del City e spiega come pensa si svilupperà questa particolare stagione di Premier League che è stata interrotta per il mondiale.


Felice del sorteggio di Champions League?

"Sono molto contento: felice che il City sia stato sorteggiato con il Lipsia, poi lo United incontri il Barcellona e il Liverpool il Real Madrid. Il PSG affronterà, invece, il Bayern. Dunque due di queste sono fuori. Molto bene".

Come hai reagito alla notizia dell’acquisto di Haaland?

"C'era la sensazione che sarebbe arrivato, anche perché quali erano le alternative? Da quando abbiamo sentito che era sul mercato, abbiamo sempre pensato di essere in corsa per prenderlo. Potevamo pagarlo più di chiunque altro. Quando però abbiamo sentito che arrivava per davvero eravamo estatici. La squadra era già eccezionale con Guardiola e tutti gli altri giocatori. Aggiungere lui è stato incredibile. Nessuno credo si aspettasse che sarebbe stato così bravo. È al di sopra di qualsiasi scala di misura, è semplicemente incredibile. Si immaginava potesse fare bene, ma è andato oltre ogni aspettativa. Pensavo che potesse essere capocannoniere, ma ha già segnato 22 gol, è ridicolo. Dopo aver segnato la tripletta contro il Nottingham Forest ha chiesto di fare una foto con me. Io ho pensato: 'Wow'. È il ragazzo più normale che tu possa incontrare. Semplicemente un bravo ragazzo giovane, così tranquillo, fantastico".

L'atteggiamento è molto importante per un calciatore. 

"Devo dire - ho spesso occasione di vedere i giocatori - che hanno davvero un bel gruppo all’Etihad. Ritengo che tutte le squadre rispecchino poi l’allenatore e Guardiola ha una personalità fantastica. Quando lo senti parlare in televisione ti ispira, mi sento ispirato da lui. Deve essere incredibile per un ragazzo giovane di circa 22 anni ascoltarlo insegnarti di calcio. Devo però dire che tutti i ragazzi del City sono bravi. Sono consapevole del fatto che sappiano chi sono e che con me si comportino diversamente, ma non senti mai storie brutte su di loro".

Cosa portano gli italiani in Premier?

"Dirò una cosa ovvia: la passione. Sono persone molto passionali, appassionati di calcio, un po’ pazzi. Odiano perdere e odiano le ingiustizie. Abbiamo avuto Mancini, Balotelli, entrambi un po’ pazzi. Conte è un grande allenatore, un grandissimo allenatore. Ci sono sempre stati grandi italiani in Premier League e credo che fare bene qua per loro significhi molto. Portano passione per lo sport e per il nostro paese".

Se potessi scegliere un giocatore da portare al City chi sarebbe?

"Jude Bellingham. Credo che a un certo punto Gündoğan andrà via e forse anche Bernardo Silva, vorrà giustamente andare in un posto più caldo. Credo che Bellingham sarebbe perfetto per noi, lo sarebbe per qualunque squadra, ma nella nostra sarebbe incredibile. In realtà la persona che vorrei vedere firmare è Pep. Vorrei vedere il mio amico Pep firmare un contratto di dieci anni e poi tutto andrà bene. Si tratta di una fantasia, ma sarebbe bello firmasse un nuovo contratto prima della fine della stagione. Se invece dovessi scegliere un giocatore, sarebbe Bellngham".

Chi vedete come vostri principali rivali?

"Il rivale principale rimane il Liverpool. Molti si stanno agitando per l’Arsenal che continua a vincere, anche partite importanti. Credo però che su 38 partite, una lunga stagione, dopo la pausa per il mondiale, rimarrà il Liverpool. Quando si arriverà all’ultimo mese della stagione il Liverpool sarà lì. Poi l’Arsenal, certo. Probabilmente loro non vorrebbero che ci fosse il mondiale in questo momento perché sono in ottima forma e si devono fermare un mese. Il City credo che darà continuità, ma sarà come avere due metà della stessa stagione. Se continuiamo come stiamo facendo credo che andrà bene".

Scegli una canzone, fra le tue, per Guardiola, Haaland e De Bruyne.

"Per Pep è 'The Masterplan', perché lui ha il piano. Per Haaland sarebbe 'Supersonic', perché lui è supersonico. Per Kevin de Bruyne dico 'What a life' perché iniziare così come ha fatto lui e poi arrivare a giocare in Premier League, essere venduti. Venire definiti un fallimento per poi ritornare in Premier per tanti soldi e avere tutti in Inghilterra che dicono che non ce l’avrebbe fatta: Infine poi fare bene come ha fatto. Lui è… non ho parole per descriverlo. Lui e Haaland si miglioreranno a vicenda".

Nuovo album, nuovi sound?

"Il singolo che c’è al momento 'Pretty Boy' è un po’ un’anomalia rispetto al resto dell’album. Non c’è altro che gli assomigli. Quando incido una nuova canzone penso sempre che tutto ricordi il mio modo di fare musica, poi esce e nessuno pensa sia così. Ci sono però alcuni elementi caratteristici: è molto orchestrale, molti archi, molti bei cori, credo piacerà molto ai miei fans. Ci sono però forse un paio di cose che non abbineresti a me, ma non voglio svelare troppo. Ogni canzone è molto diversa da quella precedente, il che è un bene".

La top 3 dei momenti che hai vissuto da tifoso del City?

"La mia prima partita, nel 1974, giocavamo in casa contro il Newcastle e abbiamo vinto 4 o 5 a 1. Questo sarebbe il primo. Il secondo sarebbe l’'Aguero moment'. Ero in tour in Cile, erano tipo le 8 del mattino e la stavo guardano in un bar vuoto. È stata una partita mai vista, da pazzi. Il terzo sarebbe contro l’Aston Villa la scorsa stagione. Ero alla partita ed eravamo sul 2 a 0 venti minuti alla fine. Quei 20 minuti sono stati pazzeschi, senza alcun senso".

Alla fine della scorsa stagione ti sei infortunato a fine partita...

"Il padre di Ruben Dias era seduto qualche fila dietro. Stavo tenendo mio figlio in braccio, avevamo appena segnato il gol della vittoria. Lo avevo appena messo giù, mi sono girato e il padre di Ruben Dias mi ha scontrato. Il mio naso... c’era sangue ovunque. Non dimenticherò mai quella giornata!"

Molti ricordi legati al City, belli e brutti.

"Sicuramente, molti anche brutti. Ho visto la squadra retrocedere per tre volte. Tempi terribili. Ora è tutto bello. Mio figlio di dodici anni viene allo stadio con me e non conosce un’altra versione del City se non quella incredibile. Non capisce fino in fondo da dove arrivi il club e non gli interessa nemmeno. Pensa solo che siamo la cosa migliore del mondo, lo siamo sempre stati, lo saremo sempre".

Source: skysport.it

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domenica 23 ottobre 2022

Liam Gallagher Knebworth 2022 arriva nei cinema italiani il 17 e il 18 novembre. Ecco trailer ed elenco delle sale


Ventisei anni dopo gli storici concerti degli Oasis del 1996, nel giugno scorso Liam Gallagher è tornato a Knebworth e ha raccolto 170.000 spettatori. Ora la storia di quei due giorni straordinari diventa un film. Arriva in anteprima esclusiva, nei cinema di tutto il mondo, Liam Gallagher - Knebworth 2022, il docu-film evento, nei cinema italiani solo il 17 e 18 novembre 2022. Con interviste inedite, dietro le quinte e materiali preziosi, per la reunion di tutti i fan dell’artista.

Trafalgar Releasing, Warner Music Entertainment e MTV Entertainment Studios sono lieti di annunciare l’arrivo nelle sale cinematografiche di tutto il mondo del docu-film Liam Gallagher – Knebworth 22, che debutterà nei cinema italiani solo il 17 e il 18 novembre (prevendite aperte dal 21 ottobre. Elenco sale su nexodigital.it). Le proiezioni in sala saranno arricchite da due canzoni aggiuntive tratte dall’esibizione di Knebworth che verranno suonate in chiusura del docu-film: un contenuto esclusivo per le sale cinematografiche che non apparirà in nessun’altra uscita del film e che i fan potranno godersi sul grande schermo solo in questa occasione.

All’inizio di quest’anno Liam Gallagher ha superato ogni aspettativa ed è tornato a Knebworth, circa 26 anni dopo gli storici concerti degli Oasis del 1996. L’evento di quest’anno ha coinciso con la pubblicazione del terzo album da solista, C’mon You Know, che è valso la conquista del suo terzo numero uno nella classifica degli album in UK.

Liam Gallagher – Knebworth 22, diretto da Toby L (Foals – Rip Up The Road / Olivia Rodrigo – Sour Prom / Tonight With Arlo Parks / Bastille – ReOrchestrated / Rihanna – 777), è un documentario che riporta Liam Gallagher nel luogo delle esibizioni più importanti della sua ex band, con interviste inedite, dietro le quinte e filmati dei concerti ripresi da 20 camere. Ma il docu-film si spinge anche oltre, alla ricerca di storie e punti di vista di collaboratori e fan di diverse generazioni provenienti da tutto il mondo, confrontando il contesto emotivo e sociale degli spettacoli degli anni ’90 rispetto al tumulto della nostra epoca attuale.

Racconta Liam Gallagher: "Sono ancora sotto shock per il fatto di aver potuto suonare a Knebworth due sere, 26 anni dopo averci suonato con gli Oasis. Sto ancora cercando di capacitarmene. Aver suonato per più generazioni nello stesso luogo a così tanti anni di distanza è stato biblico, anzi qualcosa di più. Sono felice di averlo documentato. Per me Knebworth è stato e sarà sempre una celebrazione dei fan e della musica. Godetevi il film e rifacciamolo tra altri 26 anni".

Il regista Toby aggiunge: "Volevamo aggiungere un altro livello alla storia di Liam Gallagher, celebrando il suo ritorno in un luogo così sacro come artista solista, ma anche condividendone la luce con coloro che rendono Knebworth un luogo così importante: le persone. Pochi spettacoli raggiungeranno mai una tale portata e pochi momenti preziosi come quello vissuto all’inizio dell’estate possono significare tantissimo per tante persone. In un momento in cui è facile sentirsi impotenti di fronte al peso del mondo che ci circonda, speriamo che questo film possa essere un piccolo promemoria di ciò che siamo in grado di superare. È una lettera d’amore alla musica dal vivo e all’essere di nuovo insieme".

Kate Shepherd, Managing Director di Warner Music Entertainment UK, ha dichiarato: "Liam è all’apice delle sue capacità e per noi era davvero importante catturare non solo la sua incredibile performance, ma anche i fan multigenerazionali che hanno reso questo momento così fondamentale. Questo film dimostra che Liam è una delle più grandi rockstar britanniche di sempre e che la portata del suo lavoro è più forte che mai".

In Italia il docu-film è distribuito in esclusiva da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it e Live Nation.

MUSICA: LIAM GALLAGHER 
DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA: SEBASTIAN CORT
REDATTORE PRINCIPALE: DANNY ABEL
ASSISTENTE AL MONTAGGIO: ALEX TOWNEY
COLONNA SONORA ORIGINALE: ED HARCOURT
ASSISTENTE ALLA PRODUZIONE: KATIE COOPER
PRODUTTORE: JOSH CONNOLLY
PRODUTTORI ESECUTIVI: JOSH CONNOLLY, TOBY L, DEBBIE GWYTHER, SAM ELDRIDGE, KATE SHEPHERD, LAURA COLLINS, JEREMY DAVIES & BRUCE GILLMER
DIRETTO DA TOBY L

Si informano gli spettatori che i cinema del circuito The Space non aderiscono alle convenzioni.

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martedì 31 maggio 2022

Liam Gallagher a La Stampa: "Ora voglio serenità. Gli Oasis? Voglio bene a Noel, andremmo lontano. C'era ancora molto da fare insieme"


«Se non fossi stato una rockstar? Non credo che sarei diventato un calciatore professionista», si chiede Liam Gallagher. E di motivi per fermarsi a riflettere sulla percezione collettiva di rockstar e sull’impronta che ha lasciato in decenni ne ha. Quando insieme a Noel ha traghettato il Britpop dai sobborghi e le scuole superiori di Manchester alle vette delle charts, tutto ciò che i fratelli Gallagher toccavano diventava icona: dall’album d’esordio, l’ossimorico Definitely Maybe, uscito nell’estate del 1994 ai riferimenti dei video, compreso l’ambito school bus di Go Let It Out che, per la generazione MTV, passava a ciclo continuo con la promessa di condurci altrove. Ora Liam Gallagher, classe 1972, ha quasi 50 anni e con un nuovo album in studio appena uscito, C’Mon You Know, il terzo da solista dopo As You Were (2017) e Why Me? Why Not? (2019), entrambi schizzati al numero uno delle chart britanniche, ha lasciato alle spalle turbolenze, le tenzoni, rimbalzate da un tabloid all’altro, con Liam e l’edonismo lisergico dei Novanta.

«Amo svegliarmi presto la mattina, mi piace la quiete - racconta -. Se esci alle undici è già pieno di pazzi in giro». Aggiunge, quasi a scandire il tempo che lo separa dagli esordi: «Ho quasi cinquant’anni, voglio vivere momenti sereni. So di aver perso qualcosa, ne siamo tutti consapevoli quando ci guardiamo allo specchio, ci sono cose che ho fatto di cui non sono orgoglioso, ho fatto cose stupide». Il percorso solista, fin dalla separazione nel 2009 da Noel, dopo la chitarra andata in frantumi al festival francese Rock en Seine il 28 agosto di quell’anno (e insieme il sogno Britpop), indica una nuova via in ascesa, la rivista NME ha descritto il nuovo lavoro di Liam come il «migliore e più sperimentale» realizzato da Gallagher fino ad ora, tra rimandi alla Summer of Love e distorsioni rap. Il nuovo disco, anticipato dal singolo Everything’s Electric firmato con Dave Grohl, porta i segni di una fratellanza di vecchia data - i due si sono conosciuti anni fa quando i Foo Fighters sono stati in tour con gli Oasis. «L'album è insolito e mi piace: per l’80 per cento è follia e per il 20 per cento è classico». Pochi giorni dopo l’uscita del disco - i cui testi sono rapidi come ritratti dallo specchietto retrovisore, snapshot di quotidianità - con 160 mila biglietti polverizzati il primo giorno, Liam si esibirà per due date al Knebworth Park, teatro di uno dei momenti memorabili, il live degli Oasis del 1996. Un riferimento a quella data impressa nella memoria collettiva? A chi gli chiede l’ultima volta che ha visto Noel, lui risponde: «A una partita di calcio dieci anni fa». Prosegue: «È un peccato, no? Non ci parliamo da circa tredici anni, potremmo andare avanti ore a chiederci di chi è la colpa. Non avremmo dovuto dividerci, ma è accaduto, ora siamo a questo punto. Voglio bene a Noel».

Il resto si è visto, letto, raccontato, deformato mentre un desiderio collettivo invocava una reunion. «Mi piacerebbe che gli Oasis tornassero insieme, non accadrà ora, se succede, succede. Per il momento sono contento di ciò che faccio, cosa significa un “forse”?», si chiede Liam. Per ora c’è un tracciato comune, un passato che, ventenni, li ha resi al centro del sistema musicale. «Tutti dicono che eravamo i più grandi, in realtà era pieno di posti in cui avremmo potuto essere più famosi. Eravamo "the biggest thing" in Inghilterra, ma non era così in America, in Spagna non abbiamo mai suonato negli stadi, c’era tanto lavoro che avremmo potuto fare se non ci fossimo sciolti», prosegue Liam. Riavvolgendo il nastro, quando i due fratelli Noel e Paul erano già coinvolti nella scena musicale delle scuole superiori, Liam ci finì per caso dopo essere finito in ospedale e aver subito ingiurie da un gruppo di un’altra scuola. Dell’infanzia difficile, dei complessi rapporti con il padre, violento in famiglia, molto si sa. Meno dei momenti che, prima di fuggire dalla provincia, ora sono ricordi lievi: «La vita è tutto qui, essere vivi e amati - riflette Liam -. Dei giorni difficili chi vuole saperne? Vogliamo uscire e dire cose che ci rendono felici. Quando il sole splendeva, quando giocavamo a pallone al parco o avevamo abbastanza soldi da permetterci una birra. Erano le piccole cose a renderci felici, amavamo la via di fuga offerta da una chitarra. Tutto il resto era un bonus».

Un bonus regalato ai fan a ogni live. Con una data in Italia - a Lucca, il 6 luglio - e un tour che toccherà anche Manchester, Belfast e Glasgow, Liam conosce il potere della parola nonsense magica come una formula surrealista: Wonderwall: «L’ho cantata alla fine di un concerto qualche tempo fa, porta fuori di testa il pubblico anche se l’abbiamo sentita mille volte, state certi la risentirete». E, come ultima curiosità, a chi gli chiede per cosa vorrebbe essere ricordato, lui risponde: «Per aver fatto esattamente quello che ci si aspettava da me. E per essere stato bene mentre lo facevo».

Sofia Mattioli

(La Stampa, 30 maggio 2022)



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domenica 24 aprile 2022

Video - Liam Gallagher a Radio Deejay: "Amo l'Italia e festeggerò i 50 anni da voi con la Peroni!". Poi una frecciata allo stadio del Man United ...

"Ciao, ciao, ciao, beautiful people of Italy!". Così Liam Gallagher si è presentato al pubblico italiano di Radio Deejay. Ospite di Nikki e federico Russo a Summer Camp, il cantante ha parlato di tante cose e ha rivelato di aver scelto di spegnere le imminenti 50 candeline nel nostro paese: "Il 21 settembre compirò 50 anni e non c’è miglior posto per festeggiare che nel vostro paese: ottimo cibo, bellissime persone, sole e quella buonissima birra Peroni".  Poi una frecciata allo stadio del Man United ...

Guarda qui il video dell'intervista telefonica a Liam. 

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mercoledì 20 aprile 2022

Liam Gallagher al Corriere della Sera: "Non cambierei nulla della mia vita, neanche gli errori. Festeggerò i 50 anni in Italia. Gli Oasis? Avevano ancora molto da fare, non avremmo dovuto scioglierci"

Liam Gallagher al Corriere della Sera: "Non cambierei nulla della mia vita, neanche gli errori. Festeggerò i 50 anni in Italia. Gli Oasis? Avevano ancora molto da fare, non avremmo dovuto scioglierci"

Il rocker di Manchester: «Ho nostalgia della band. Nel nuovo disco solista “C’mon You Know” pensieri positivi nati in lockdown

La festa dei 50 anni la farà in Italia. «In Sicilia. Dell’Italia amo la gente, il cibo, i vestiti. ... e queste cose non le dico in ogni Paese». Liam Gallagher, icona brit anni 90, sta per pubblicare il suo terzo album solista. Esce il 27 maggio «C’mon You Know», una serie di canzoni che, pur con qualche esperimento — un sax, un coro di bambini, un brano reggae e atmosfere gospel — tiene in vita l’eredità e l’attitudine rock degli Oasis.

Nella title track dice che tutto va bene, canta di sorrisi, di ritorno alla vita... Una reazione alla pandemia?

«Potrebbero essere cose scritte in qualsiasi momento, devi sempre pensare positivo... Che tu abbia 2, 4, 8, 35 o 40 anni sta sempre accadendo qualcosa nel mondo in cui comunque finisci dentro. Quindi forse parla di pandemia... non lo so. Non mi metto mai a scrivere pensando a questo tema o quello. Finito il tour di “Why me? Why Not” non avevo in progetto un disco nuovo. In lockdown mi sono ritrovato sul divano a fare nulla, ho giocato con la musica e sono nate le canzoni».

Ha pensato che «Moscow Rules», scritta con Ezra Koenig dei Vampire Weekend, è un titolo profetico?

«La canzone non ha nulla a che vedere con la forza di Mosca, è stata solo una questione di tempismo sbagliato».

Sui social ha postato la sua solidarietà all’Ucraina...

«Dovremmo vivere tutti in piena armonia e dire basta a petrolio, avarizia e puttanate del genere... Io sto con i fratelli e le sorelle ucraini. E anche con il popolo russo che starà pensando: “ci stiamo prendendo merda da tutti per colpa di questo vecchio pazzo”. Non è la gente a bombardare, le guerre le fa chi governa».

Come vive il passaggio del mezzo secolo?

«Meglio compierne 50 che 60. E a 60 dirò meglio così che 70... Spirito e mente stanno bene. Mi alzo la mattina, faccio lunghe camminate, non bevo quanto penso che potrei riuscire a bere, idem con il fumo, ma amo questa vita».

Cambierebbe qualcosa?

«Mi sono divertito e avrei voluto che quei momenti durassero per sempre. Ho fatto errori, non puoi essere perfetto. Ma non cambierei nulla».

Nemmeno lo scioglimento degli Oasis?

«Non ci avremmo mai dovuto scioglierci».

Un gesto di pace verso suo fratello Noel?

«No, ma non doveva accadere. Avevamo lavorato molto per arrivare dove eravamo, ma non siamo mai stati grandissimi. Lo eravamo in Inghilterra, ma non altrove. Non eravamo la più grande rock’n’roll band del mondo. C’era ancora molto da fare».

Lei ha detto che vi avrebbero offerto 100 milioni di sterline per la reunion, ma Noel ha smentito. Dice che a quella cifra l’avrebbe fatto...

«È un bugiardo. Non vuole condividere nulla. Ha paura che chiunque altro possa ricevere attenzione, non è in grado di gestire il tema».

È lui la rockstar noiosa e morente che cita in «Joker»?

«Non ho idea di chi sia, ma non è lui. Al mondo non c’è solo Noel Gallagher».

Lei è al terzo album solista, mentre per gli Oasis aveva scritto solo tre canzoni. Una crescita artistica?

«Mi manca essere in una band. Mi manca essere negli Oasis. Erano perfetti per come mi vesto, per come recito, per la camminata, per come parlo... Bisogna prendere quello che passa il convento, ma vorrei essere altrove. Sono stato umiliato. Non scrivevo perché Noel aveva una formula e un suono per gli Oasis: mi andava bene essere solo la rock star, non sono mai andato a dirgli di farmi scrivere. Oggi mi diverto a prendere la chitarra, ma non ho mai preso gusto nello scrivere».

Sarà presto in tour (in Italia a Lucca il 6 luglio): è diverso essere il frontman di se stessi?

«No, è lo stesso. Le canzoni non appartengono a nessuno. Arrivano da un qualcosa di spirituale, da un livello più alto, e passano attraverso noi».

Ha partecipato a un concerto per i lavoratori della sanità e a uno per il Teenage Cancer Trust... è in arrivo un Liam impegnato?

«Se posso aiutare con la mia musica ci sono... Mi piace cantare dal vivo e se me lo chiedono per la causa giusta lo faccio. Ma non farei una canzone impegnata. Ho le miei idee, so che alla gente piacciono le canzoni politiche, ma non fanno per me».

Il singolo «Everything's Electric» è scritto con Dave Grohl. Come è andata?

«Il produttore Greg Kurstin stava lavorando sia con me che con lui e mi ha passato questa canzone. Il disco era finito, ma ho pensato che un po’ di rock and roll ci sarebbe stato bene».

«I’m Free» parte rock e vira sul reggae. Sui social usa spesso slang jamaicano...

«Fumando sono arrivato alla marijuana e a Bob Marley. Non fumo ganja da 20 anni ma Marley rimane lassù con John Lennon. Un altro che c’è sempre».

(Intervista di Andrea Laffranchi)

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Source: Corriere della Sera

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giovedì 10 febbraio 2022

Liam Gallagher: "Se l'album non vi piacerà, darò la colpa al covid". Ascolta l'intervista a Virgin Radio Italia

Venerdì 4 febbraio Liam Gallagher è intervenuto telefonicamente su Virgin Radio Italia, ai microfoni di Personal Giulia, programma condotto da Giulia Salvi. Ecco l'audio della chiacchierata, in cui Liam ha presentato il suo nuovo singolo.

"Incontrare Dave Grohl? Quest'anno abbiamo alcuni concerti insieme, ai festival, se tutto va bene ci vedremo. Mi piacerebbe farmi una bevuta con lui e magari suonare insieme il pezzo sul palco", ha detto, tra l'altro, Liam.

Il 6 luglio 2022 Liam sarà sul palco del Lucca Summer Festival insieme ai Kasabian. E Liam tornerà in Italia. "Non vedo l'ora, è passato troppo tempo", ha detto il cantautore. 

Riguardo alla collaborazione con Richard Ashcroft, con cui Liam ha registrato una nuova versione di C'me on People (We're Making it Now) ha detto: "Riportarlo in Italia con me? Mi piacerebbe, magari parlerò con lui, ma sono sicuro che lui sia molto impegnato con il suo materiale al momento, capisci? Penso che finirà nel suo nuovo album, che sta registrando. Magari gli parlerò a breve. Mi piacerebbe, perché lui è fantastico, amo stare con lui. È un ragazzo eccezionale. E anche la sua compagna è fantastica. C'me on People (We're Making it Now) è la mia canzone preferita tra le sue. Di solito gli mandavo mie versioni di quel brano in cui lo cantavo quando ero ubriaco la sera. E lui mi ha invitato a casa sua a registrarlo per la sua nuova pubblicazione. Quindi va tutto bene!".

"È un po' strano, ci sono alcune canzoni particolari. È un po' diverso dagli altri due album da solista. Spero che alla gente piacerà. In caso contrario darò la colpa al covid", ha detto Liam del nuovo album, C'mon You Know, in uscita il 27 maggio.  

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martedì 13 luglio 2021

Oasis, nei cinema italiani dal 27 settembre il documentario sui grandiosi concerti di Knebworth del 1996

Gli Oasis hanno annunciato l’uscita dell'attesissimo documentario cinematografico sui loro concerti di venticinque anni fa a Knebworth, Oasis Knebworth 1996.

Il film sarà visibile nei cinema italiani il 27-28-29 settembre (nel mondo dal 23 settembre). I biglietti saranno in vendita da martedì 10 agosto, data che segna i 25 anni dalla prima delle due serate che hanno visto i fratelli Gallagher sul palco. Per informazioni www.oasisknebworth1996.com

Dopo quasi due anni senza grandi eventi live in tutto il mondo, Oasis Knebworth 1996 servirà da ricordo per i fan, vecchi e nuovi, dell’euforia e del legame che solo un grande concerto può portare. Oasis Knebworth 1996 è la storia del rapporto speciale tra gli Oasis e i loro fan, che hanno reso possibile la realizzazione del più grande concerto degli anni ’90.

Il concerto è costruito attorno a materiale d’archivio con contenuti inediti, filmati del backstage, oltre a interviste con la band, gli organizzatori e ai fan presenti.

Diretto dal regista vincitore di Grammy Award Jake Scott, questo film è una celebrazione cinematografica gioiosa e a tratti commovente di uno dei concerti live più iconici degli ultimi 25 anni, guidato interamente dalla musica e dalle esperienze dei fan che raccontano in prima persona quel weekend straordinario.

Le due serate da record si sono tenute il 10 e l’11 agosto 1996, con oltre un quarto di milione di giovani fan da tutto il mondo che confluirono a Knebworth Park, nell’Hertfordshire, per assistere al leggendario set.

I biglietti allora erano stati messi in vendita l’11 maggio 1996. Fuori dai negozi locali di musica e dalle biglietterie si erano formate le code dalla notte prima, e i fan di tutto il mondo passarono la giornata attaccati ai telefoni fissi per parlare con le linee di prenotazione, costantemente occupate. Il concerto aveva raggiunto il sold out in meno di 24 ore, stravolgendo tutti i record del botteghino britannico.

Gli organizzatori avevano stimato che la band avrebbe potuto vendere due se non tre volte tanto. Più del 2% della popolazione del Regno Unito aveva tentato di comprare i biglietti. 

Questi straordinari concerti vennero organizzati in un momento in cui il Regno Unito si stava lentamente riprendendo da un decennio di recessione. In uscita dagli anni ’80, lo stato d’animo della nazione stava cambiando. Una resurrezione nel campo artistico-culturale stava dando vita alla Cool Britannia e, nella loro ascesa fulminea, gli Oasis incarnavano l’ottimismo e l’audacia ritrovati. Il gruppo ha impiegato quasi due anni dalle case popolari di Manchester per diventare una delle band più famose di tutto il mondo e alle persone riunite in quei giorni, che si rispecchiavano nei cinque uomini sul palco di fronte a loro, tutto sembrava possibile.

I concerti di Knebworth, caratterizzati dall’inizio alla fine da una setlist piena di classici, dall’apertura con ‘Columbia’ e ‘Acquiesce’ fino a ‘Champagne Supernova’, ‘Don’t Look Back In Anger’, ‘Live Forever’, da una trionfante ‘I Am The Walrus’ (accompagnata dall’orchestra), a ‘Wonderwall’ (la prima canzone degli anni ’90 a superare il miliardo di stream su Spotify), rappresentarono contemporaneamente il picco del successo della band e il raduno che diventò pietra miliare di una generazione.

Il film sarà prodotto da Black Dog Films. Noel Gallagher e Liam Gallagher saranno i produttori esecutivi. Sarà finanziato e distribuito da Sony Music Entertainment e rilasciato nei cinema da Trafalgar Releasing. 

Liam Gallagher spiega “Knebworth per me è stato il Woodstock degli anni 90. Le uniche cose importanti erano la musica e le persone. Non mi ricordo molto di quel concerto, ma non lo dimenticherò mai. È stato biblico.”

Noel Gallagher afferma “Non posso credere che non abbiamo mai suonato Rock ’n’ Roll Star!”

Tom Mackay, Presidente della Sony Music Entertainment - Premium Content, dichiara “siamo emozionati all’idea di lavorare con RSA Films e Trafalgar Releasing per portare al pubblico mondiale un’incredibile esperienza cinematografica su uno dei concerti più storici degli Oasis. La premiere di Oasis Knebworth 1996 invita le generazioni dei fan che non erano presenti all’iconico evento a vivere l’energia e l’impatto duraturo della performance degli Oasis che scosse Knebworth 25 anni fa.”

Marc Allenby della Trafalgar Releasing afferma: “Il successo e il lascito infinito degli Oasis ha definito una generazione in un modo che poche band hanno avuto nella storia della musica. Siamo orgogliosi di portare questo film di celebrazione al cinema in questa speciale event release, unendo fan da tutto il mondo per commemorare il 25esimo anniversario di questi concerti storici.”

Source: Virgin Radio Italia

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