Grande ritorno nella loro Manchester per Liam e Noel Gallagher (video alla fine del post). Ieri sera a Heaton Park il primo di cinque concerti nella città inglese, dove la band mancava su un palco da sedici anni. E il tour della reunion, partito a Cardiff, si arricchisce di un'altra serata di gloria.
Liam ha accolto i fan con queste parole: "Manchester, eccoci qua, Manchester in zona!". Prima di lanciarsi nel brano Morning Glory ha detto: "Avete un aspetto strabiliante, cazzo! Dovreste essere orgogliosi di voi stessi". E a un fan che ha iniziato a fare la danza Poznan molto prima del dovuto ha detto: "Sei troppo in anticipo". Prima di Cigarettes & Alcohol Liam fornisce indicazioni al pubblico su come muoversi, afferrare chi è vicino e ballare, poi a chi lo interrompe o lo provoca dice: "Fra simili ci si capisce. La differenza è che almeno io sono uno stronzo di bell'aspetto!".
A metà della scaletta l'atmosfera si fa meno rabbiosa e più rilassata, con le ballate cantate da Noel, che esclama: "Faremo le cose in grande, cazzo, un giorno!".
Liam dedica D'you Know What I Mean a Pep Guardiola, definendolo "il miglior allenatore di sempre". Il tecnico del Manchester City è presente tra il pubblico ed è stato immortalato in compagnia dei figli dei Gallagher e poi con Richard Ashcroft, artista di supporto insieme ai Cast, qualche ora prima. Non tutto il pubblico, ovviamente, gradisce la dedica, tanto che qualche fan, evidentemente di fede United, la accoglie con fischi. "Che cazzo state fischiando? Che cazzo fischiate?", replica stizzito Liam.
"Grazie per esservi uniti a noi, so che siamo una cazzo di faticaccia, ma provate voi a stare in una cazzo di band!", dice poi Liam prima di cantare l'ultimo pezzo prima dell'encore, Rock 'n' Roll Star.
Il concerto si conclude con la commozione sulle ultime note di Champagne Supernova. A Manchester, nella loro Manchester, stasera gli Oasis hanno rifatto la storia.
(oasisnotizie)
Scaletta: F**** in the Bushes intro Hello Acquiesce Morning Glory Some Might Say Bring it on down Cigarettes & Alcohol Fade Away Supersonic Roll With It Talk Tonight (Noel sings) Half the World Away (Noel sings) Little by Little (Noel sings) D'You Know What I Mean Stand By Me Cast No Shadow Slide Away Whatever Live Forever Rock and Roll Star Encore The Masterplan (Noel sings) Don't Look Back in Anger (Noel sings) Wonderwall Champagne Supernova
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Dopo sedici anni rieccoli insieme sullo stesso palco. I fratelli coltelli del rock britannico, Liam e Noel Gallagher, anima degli Oasis, hanno ricostituito gli Oasis ad agosto scorso e questa sera si sono esibiti al Principality Stadium di Cardiff nella tappa inaugurale dell'attesissimo tour di reunion della band che ha riscritto la storia del guitar rock dagli anni '90. Mano nella mano, con Noel visibilmente commosso, i due hanno mandato in brodo di giuggiole i 75mila fan accorsi per questa serata memorabile in un grande impianto destinato alle partite di rugby, ma stasera teatro di un sogno divenuto realtà.
La capitale gallese si incendia per i fratelli Gallagher. L'attesa era stata spasmodica in città, tra eserciti di cappelli alla pescatora, murali e innumerevoli bancarelle che vendevano gadget sulla band più amata degli ultimi trent'anni in Gran Bretagna. L'atmosfera è elettrica, come fosse la finale di FA Cup, che da queste parti si è giocata più volte, ed è al contempo dispersiva e raccolta, dato che il tetto dello stadio, retrattile, è stato chiuso, dando la sensazione di trovarsi in un palazzetto gigante più che in uno stadio. Sul palco, insieme ai Gallagher, ci sono i reduci degli Oasis, Paul 'Bonehead' Arthurs, Gem Archer, Andy Bell, e il batterista Joey Waronker, già al lavoro con Rem e Beck, con la voce di Jess Greenfield, che fa parte del progetto parallelo di Noel, gli High Flying Birds.
Gli Oasis iniziano lo show alle 20 ora inglese (le 21 italiane). Salgono sul palco e si lanciano in Hello, brano del 1995. "It's good to be back", "è bello essere tornati", ha detto Liam durante il primo brano. È anche un verso di Hello, il primo pezzo in scaletta, seguito da Acquiesce, in cui i fratelli cantano insieme "abbiamo bisogno l'uno dell'altro, crediamo l'uno nell'altro", quasi a sancire una rappacificazione aspettata dai fan oltre tre lustri. "È passato troppo tempo", sottolinea Liam tra una canzone e l'altra, per poi aggiungere, a metà spettacolo, "Che succede? Ve la state spassando tutti, no? È valso la pena spendere 4mila sterline per il biglietto?".
È il momento culturale dell'anno, forse del decennio, nel Regno Unito. Sono stati venduti in totale 900mila biglietti per questo tour e stasera e ci sono almeno tre generazioni di fan tra il pubblico. E la scaletta contiene tutti i classici. Non mancano Some Might Say, Morning Glory, Supersonic, il brano da cui tutto ebbe inizio, e poi Cigarettes & Alcohol a un volume assurdo (su questo pezzo Liam chiede ai fan di ballare la danza Poznan, popolare tra i tifosi del suo amato Manchester City allo stadio). C'è il momento in cui i riflettori sono puntati solo su Noel — con Half the World Away e Little By Little, unico brano superstite del periodo post 2000 — e poi torna Liam a cantare Slide Away e Whatever. Gli Oasis non dimenticano la tragedia dell'altro giorno, la morte in un incidente stradale del calciatore del Liverpool Diogo Jota, la cui immagine viene proiettata sul maxischermo mentre Liam canta le ultime battute di Live Forever.
"We're hard work, I know", dice Liam prima di Champagne Supernova. "Siamo una faticaccia, lo so", riferendosi alle polemiche roventi scatenate dall'uso del dynamic pricing, al centro di un'inchiesta parlamentare, e le vendite a prezzi gonfiati dei tagliandi da parte di alcuni siti non ufficiali. L'entusiasmo, però, non è stato spento da queste vicende. Già prima che sul palco salissero gli Oasis, durante l'esibizione di Richard Ashcroft, la gente si è scatenata cantando a squarciagola Sonnet, Space and Time, Song for Lovers, The Drugs Don't Work a Bitter Sweet Symphony, dedicata ai Gallagher. "Sono così orgoglioso di essere qui in questa serata storica con la più grande band rock", ha detto un Ashcroft, accolto con un'ovazione dai presenti, mentre Noel lo guardava da sotto il palco.
Liam conclude il concerto cantando Champagne Supernova, introdotta così: "Grazie per averci sopportato in tutti questi anni". Noel ringrazia i fan più giovani della band e inizia l'encore, la parte finale del concerto, con The Masterplan, introdotta da queste parole: "Questa è per tutte le persone che hanno tra i 20 e i 30 anni, non ci hanno mai visto prima e ci hanno fatto rimanere alla moda per gli ultimi vent'anni". Ed è proprio questo, forse, il segreto degli Oasis: unire gente di tutte le età come nessun'altra band.
Domani sera si replica a Cardiff. Il mastodontico tour si snoderà in 41 date, toccando nei prossimi mesi Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Giappone, Australia e Brasile.
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Scaletta
‘Hello’
‘Acquiesce’
‘Morning Glory’
‘Some Might Say’
‘Bring It on Down’
‘Cigarettes & Alcohol’
‘Fade Away’
‘Supersonic’
‘Roll With It’
‘Talk Tonight’
‘Half the World Away’
‘Little By Little’
‘D’You Know What I Mean?’
‘Stand By Me’
‘Cast No Shadow’
‘Slide Away’
‘Whatever’
‘Rock ‘n’ Roll Star’
ENCORE:
‘The Masterplan’
‘Don’t Look Back In Anger’
‘Wonderwall’
‘Champagne Supernova’
Succede che a un certo punto della storia l’edonistico inno alla vita di Cigarettes & alcohol diventi un canto quasi politico, un inno sociale per una nuova generazione che si ribella al mito dell’efficienza ad ogni costo che ha stritolato le precedenti. “Vale la pena dannarsi per trovare un lavoro quando non c’è nulla per cui valga la pena lavorare?”, sibila Liam Gallagher oggi come trenta anni fa, quando la band che aveva formato in un grigio quartiere popolare alla periferia di Manchester stava per dare alla luce il disco di debutto per una etichetta indipendente.
Mamma Gallagher vive ancora nella stessa casa di Burnage, periferia operaia di Manchester, gli Oasis non esistono più, ma quello che ha rappresentato Definitely maybe per una città, una nazione, la scena musicale, si respira nell’aria di questo nuvoloso centro industriale del nord dell’Inghilterra che ha dato i natali a un sorprendente numero di band tra le più importanti della storia del rock. Gli Oasis ne sono stati la rappresentazione più popolare nel senso di successo ma anche di vicinanza al proprio popolo e Liam Gallagher è oggi il working class hero che alla Co-op Live Arena da profeta in patria chiude a Manchester un tour da 250mila spettatori e ogni data sold out (per ora solo inglese, c’è da augurarsi che anche l’Italia possa avere la sua parte in inverno) che riporta sui palchi quel disco davanti a tre o quattro generazioni, perché forse sorprendentemente il suo pubblico oggi è formato anche di ragazzi che all’epoca degli Oasis ancora non erano nemmeno stati concepiti.
I singoli, i classici, le b-side, demo mai ascoltate live prima di ora, canzoni tradizionalmente cantate dal fratello e ora fatte sue, nuove-vecchie versioni come l’incredibile “Columbia” ripescata dagli archivi delle sale prove di quando gli Oasis non li aveva mai ascoltati nessuno, in cui Liam - perché tutti qui lo chiamano solo per nome, come uno di famiglia, adorato figlio della città - finisce persino a cantare una strofa quasi rap. Chi mai lo avrebbe pronosticato, chi mai avrebbe solo osato sperare di sentire tanto ben di Dio dal vivo ancora una - o per la prima - volta quel giorno di agosto 2009 quando gli Oasis si separarono bruscamente. Oggi che i rumors di reunion si fanno più insistenti, vien da dire che non se ne sente il bisogno, il verbo è in buone mani così.
Definitely maybe può essere come no il miglior disco degli Oasis, ma di certo è il manifesto di tutto quello che sono e hanno rappresentato, nell’espressione più spontanea, onesta, la nemesi delle grandi star patinate americane e del rock intellettuale alla Radiohead, un’attitudine più vicina al punk che ai Beatles. E alla loro gente, virtualmente ancora quella della classe operaia e dei quartieri popolari, anche se il pubblico è diventato enorme e trasversale. Ma il suo essere in tutto diverso da ogni altra pop e rockstar globale Liam Gallagher lo mantiene, dall’outfit (abituati a vedere popstar che si cambiano d’abito dieci volte a concerto, lui per tutto il tour ha indossato lo stesso impermeabile nero) alla mancanza totale di diplomazia verso i colleghi, all’urgenza espressiva di far felici i fan senza bisogno di arruffianarseli (“Questa è l’ultima canzone davvero, mica siamo a un concerto dei Foo Fighters", dice prima dell’epica conclusione con la cover di I am the walrus, alludendo alla durata fiume degli show della band dell’amico Dave Grohl). Qui invece si tratta di 90 minuti più recupero, ma trovatelo in giro chi possa permettersi di suonare un’ora e mezza di soli brani da un unico album e le canzoni che da quel disco vennero escluse, trovando davanti a sé ventimila persone a sera che ne cantano ogni parola.
Così a Liam puoi pure perdonare una scenografia un pochino pacchiana tra mappamondi giganti e fenicotteri rosa, che ricorda più gli scatti d’estro drogato del tour di Be here now che l’essenzialità di Definitely maybe. Ma con tutte quelle canzoni messe lì in fila, suonate una dopo l’altra davanti a tre generazioni di pubblico, ti rendi conto che alla fine quello non era altro che un inconsapevole concept album sul passaggio all’età adulta, e forse per questo è dentro alle viscere di così tante persone, anche fuori da questa città orgogliosa e gelosa della sua diversità. Inizi dallo spirito sbruffone dell’adolescenza di Rock’n’roll Star, passi da una gioventù d’eccessi, sbronze, vita notturna, verso la ricerca di un lavoro, al precariato, perché in fondo Cigarettes & Alcohol è appunto anche questo. Poi trovi l’amore, da quello leggero e spensierato di Digsy’s Dinner, a quello solenne di Slide Away, fino a diventare una coppia che un tempo s’amava ma ormai s’è detta tutto e si fa bastare l’abitudine del volersi bene di Married with children. Sia un finale lieto o meno, difficile dirlo. Perché, in fondo, posso anche lamentarmi di te, dei tuoi libri, della tua musica, dei tuoi amici. Ma tanto “lo so che poi tornerò qui da te”. Come la sua gente torna sempre da Liam, e Liam dalla sua gente.
Luca Bortolotti
(Source: La Repubblica)
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«Vi dico un'altra cosa. Non pensavo che avrei mai avuto voglia di cantare del cazzo di blues!», esclama Liam Gallagher davanti al pubblico del Fabrique di Milano, tutto esaurito per l’unica data italiana dell’ex cantante degli Oasis assieme a John Squire, già chitarrista degli Stone Roses. I’m A Wheel, scritta da quest’ultimo come tutti gli altri pezzi del disco che i due hanno recentemente pubblicato insieme, è in effetti quanto di più lontano da ciò a cui Liam ci aveva abituati negli ormai trent’anni della sua carriera, dal debutto di Definitely Maybe a oggi. Eppure funziona, per la gioia di un pubblico venuto da ogni parte d’Europa, complice anche il fatto che, dopo i live in Gran Bretagna e Irlanda, i due si sono esibiti soltanto a Parigi e Berlino e quella di Milano è l’ultima data in Europa.
Ieri sera, al Fabrique, abbiamo sentito parlare inglese, olandese e spagnolo. E abbiamo visto tanti bucket hat, il cappello da pescatore indossato a suo tempo da Reni degli Stone Roses e poi dallo stesso Liam, e tante magliette delle due band.
Liam & John salgono sul palco alle nove e un quarto circa, dopo l’apertura affidata a un applaudito Jake Bugg e ai suoi pezzi voce-chitarra. Vestiti di scuro, Liam con giubbino Adidas Spezial, per chi ama questi dettagli che nel suo caso non sono pura frivolezza, i due sono accompagnati dal bassista Barrie Cadogan (già con Liam a Knebworth ma con un ricchissimo curriculum che va da Morrissey ai Primal Scream), dal batterista Joey Waronker (che ha suonato nell’album di Gallagher e Squire e anch’egli con un curriculum invidiabile: da Beck ai R.E.M. e molto altro) e dal tastierista Chris Madden (anch’egli membro stabile della band di Liam). I pezzi sono quelli dell’album, non uno di più, non uno di meno. Nell’intervista rilasciata a Rolling Stone in occasione della sua uscita, Liam ce l’aveva anticipato: nessuna canzone degli Oasis e degli Stone Roses. «Niente nonsense da tre ore», aveva detto. «Va bene perché in un’ora puoi fare un sacco di cose, no? Puoi centrare il punto e farti capire. Certe volte i concerti durano troppo e l’attenzione cala, capito?».
Il suono è ancora più classico che su disco. Potremmo essere a un concerto nel 1975: non c’è niente del punk e della new wave che, sia pur non così manifesti nei suoni, erano per forza di cose nel dna degli Stone Roses e degli Oasis. E se Liam non fa niente di diverso da quello che siamo abituati a vedere (e sentire), compreso agitare le maracas e provocare bonariamente il pubblico delle prime file, Squire fa il solista classico alla Jimmy Page, con assoli piazzati nelle frequenti jam strumentali dal sapore 70s che partono in chiusura dei pezzi, durante le quali il cantante esce di scena e la lascia all’amico. Classic rock in purezza, insomma.
«È più il disco di John dove ci sono io che canto», ci aveva detto Liam a proposito dell’album. Dal vivo però il protagonista è lui, a partire dai cori del pubblico che in paio di occasioni lo invoca con degli olè degni dell’Etihad Stadium. Abbiamo detto che non fa niente di diverso da quello a cui siamo abituati, ma lo fa veramente bene, sia come frontman sia come cantante: se possibile, la sua voce sale e limone è migliorata col tempo.
Eseguiti i dieci pezzi dell’album, tutti nei camerini. C’è tempo per un unico bis. «Volete sentire i Rolling Stones?», chiede Liam prima di una Jumpin’ Jack Flash durante la quale ci è parso che la sua voce ricordasse quella di Mick Jagger. Alle 10:17 è tutto finito, e nell’era di setlist.fm nessuno si sogna di chiedere più di quanto è già stato suonato nelle precedenti date del tour. Si accendono le luci, si aprono le porte e si va tutti a casa.
I brani in scaletta non si contano ma si pesano, per fortuna. Con buona pace di chi, anche in Gran Bretagna, si è lamentato dell’esiguo tasso pezzi eseguiti/costo del biglietto. L’esecuzione live dell’album che porta il nome dei due musicisti è decisamente riuscita. «Se ti piacevano Björk o chi cazzo vuoi tu, probabilmente lo odierai», aveva detto Liam a proposito del disco. In questo caso possiamo tranquillamente dire che chi invece lo ha amato, ha sicuramente apprezzato anche il concerto.
Source: Rolling Stone Italia
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Cliccando qui potete rivedere tutto il concerto da noi registrato
Cliccando qui potete vedere una ricca galleria fotografica del concerto
SCALETTA
Just Another Rainbow
One Day at a Time
I'm a Wheel
Love You Forever
Make It Up as You Go Along
You're Not the Only One
I'm So Bored
Mars to Liverpool
Mother Nature's Song
Raise Your Hands
ENCORE
Jumpin' Jack Flash (The Rolling Stones cover)
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Senza sorpresa di nessuno l'album di debutto del duo, dal titolo prosaico Liam Gallagher John Squire, suona come un incrocio tra Oasis e Stone Roses, le loro band precedenti, e i loro fan lo adoreranno.
Qualche settimana fa Liam Gallagher si è rivolto ai social media per parlare del suo album realizzato in collaborazione con John Squire. Dichiarandolo sia “spirituale” sia “cruciale”, ha anche condiviso i suoi pensieri sul suo potenziale pubblico. "Penso che le persone che amano gli Stone Roses e gli Oasis e cose del genere lo adoreranno, cazzo!".
Si può prendere in giro questa affermazione se si vuole: qualcuno pensa che il titolo prosaico di Liam Gallagher John Squire sembri qualcosa dei 100 Gecs, ma al centro c’è ancora una presentazione di vendita straordinariamente mirata. Esiste ancora una nutrita schiera di persone che tengono in così alta considerazione gli Oasis e gli Stone Roses da ritenere che un album che coinvolge i rispettivi vocalist e chitarrista solista rappresenti automaticamente una manna dal cielo. La continua esistenza di questi fan significa che Liam Gallagher John Squire sarebbe probabilmente un successo se consistesse in una registrazione audio vérité di 45 minuti dei suoi due principali partecipanti che accendono le proprie scoregge.
La sensazione che Gallagher e Squire lo sappiano, e che di conseguenza il loro album sia essenzialmente a prova di critica, è difficilmente eludibile, anche prima di premere play o di far cadere la puntina. Qualsiasi artista preoccupato di ciò che potrebbero dire i critici non pubblica un album contenente canzoni intitolate come Make It Up As You Go Along o I'm So Bored (quest'ultima contenente il verso "I'm so bored of this song", "questa canzone mi annoia tanto"), rappresentando questo una sorta di assist a porta vuota per chiunque sia incline a scrivere una recensione negativa. E in particolare non mette I'm So Bored accanto a una canzone intitolata, aspetta, You're Not the Only One, nella lista delle tracce.
Inoltre se Liam Gallagher, un uomo che ha trascorso tutta la carriera tormentato dall'accusa di spacciare una pallida imitazione dei Beatles, fosse preoccupato di dare argomenti ai propri oppositori allora non concluderebbe l'album con qualcosa che si chiama Mother Nature's Song, che è – e può darsi che qui voi mi abbiate preceduto – il titolo di una traccia dei Beatles con una lettera aggiunta alla fine.
Allo stesso modo la musica non è disturbata da ciò che pensa chiunque non sia già a bordo, dato che poggia quasi interamente su un tira e molla tra il suono delle ex band di Gallagher e Squire. I'm So Bored affonda le radici negli Oasis arroganti e volgari Oasis di Morning Glory, mentre One Day at a Time ha un sound tale per cui avrebbe potuto inserirsi in Definitely Maybe - o almeno tra i lati B della stessa epoca. Nel frattempo Mars to Liverpool e Make It Up As You Go Along hanno melodie molto più accattivanti di quanto gli Oasis avrebbero mai tollerato, più simili al genere di cose che gli Stone Roses tentarono con Mersey Paradise o Going Down. Love You Forever è radicata nei riff pesanti e nella batteria rimbombante del loro singolo di ritorno del 1994 Love Spreads, e You're Not the Only One non sarebbe fuori posto neanche in Second Coming.
Ovviamente tutto questo è quello che si può immaginare. Nel corso dei 45 minuti di Liam Gallagher John Squire non accade nulla che tu non ti aspettassi di sentire ancora di ascoltarlo, con la possibile eccezione di I'm a Wheel, che supera il blues-rock ispirato ai Led Zeppelin che ha alimentato Second Coming nel più diretto territorio del revival blues della fine degli anni '60: ha letteralmente uno di quei goffi riff di I'm a Man che fa der-NERRRR-nuh-NUH, sposato con un ritornello glamour. E una cosa che potresti ragionevolmente aspettarti che accada non accade. Non c'è niente qui che assomigli al suono ipnotico, alimentato dal breakbeat e dal pedale wah di Fool's Gold, il che sembra un peccato, anche perché potrebbe essere divertente sentire Liam Gallagher cantare su un ritmo dance, qualcosa che ha fatto sorprendentemente bene in Shoot Down dei Prodigy.
Detto questo, è un album notevolmente migliore di qualsiasi altra opera del Gallagher post-Oasis, e in effetti di qualsiasi cosa Squire abbia pubblicato da quando ha lasciato gli Stone Roses nel 1996. La scrittura delle canzoni è melodicamente più forte e le performance più vibranti, con una netta sensazione che entrambe le parti siano stimolate l'uno dalla compagnia dell'altro. Non ha una canzone che eguagli le vette ampiamente riconosciute delle loro band precedenti - Slide Away o She Bangs the Drums - anche se l'apertura Raise Your Hands si avvicina relativamente, sposando l'abile esecuzione di Squire con un ritmo alla She's Electric e inserendo un ritornello scatenato e un bridge di pianoforte preso da Let's Spend the Night Together dei Rolling Stones.
E ancorché si possa considerare la sua prevedibilità come un fallimento dell’immaginazione, lo si potrebbe anche dipingere come l'opera di persone che comprendono completamente il proprio mercato. Il suddetto gruppo di fan non spende i propri soldi in cerca di sorprese, nemmeno il consistente contingente che è troppo giovane per ricordare in prima persona gli anni '90. Si può, se lo si vuole, sollevare qualche perplessità sulla loro volontà di credere alle storie di guerre di papà degli anni in cui era mad for it, ma se i tuoi gusti vanno all'alternative rock a tratti ampio allora il 2024 non ha molto da offrire e difficilmente puoi essere biasimato perché ti richiami a un’epoca in cui sembrava che quella cosa dettasse l’ordine del giorno. Liam Gallagher John Squire propone un simulacro di quell'epoca molto più forte rispetto alla manciata di smorte band tappabuchi sorte per soddisfare le tue esigenze negli anni successivi al crollo e all'incenerimento del Britpop 2.0 degli anni 2000. È altamente improbabile che le persone a cui è rivolto si sentano imbrogliate.
Io questa sera ho capito per la prima volta cosa significhi essere Noel Gallagher.
Perché puoi avere avuto il coraggio di lasciare la band che hai fondato e con cui hai venduto oltre 70 milioni di dischi in tutto il globo; perché puoi pure averne fondata un’altra che porta il tuo nome e che sta sulle scene da ormai 15 anni; puoi avere avuto collaborazioni con il gotha della musica mondiale che vanno dagli Who ai Chemical Brothers, passando per Coldplay, Prodigy, Beck, Paul Weller, Johnny Marr (che ha partecipato in ben tre dei pezzi dell’ultimo album “Council Skies”) ma ci sarà sempre quello stronzo che ti chiede «Oh, mi fai So Sally can wait?!?»
E partendo da questo aspetto, allora capisci perché ti trovi di fronte ad un concerto in cui Noel insieme ai suoi High Flyng Birds riempie il Forum di Assago e lo fa cantare a squarciagola… le canzoni degli Oasis! Ma approfondiamo questo concetto con la cronaca dell’evento.
La band sale sul palco con precisione svizzera alle 20.30, in formazione classica: Gem Archer (chitarra solista), Russell Pritchard (basso), Mikey Rowe (tastiera), Chris Sharrock (batteria) e le coriste Audrey Gbaguidi, Jessica Greenfield e Charlotte Marionneau. Noel segue a ruota e si presenta con Pretty Boy, il primo singolo dell’album 2023, che è proprio uno di quei tre pezzi in collaborazione con l’ex leader dei Jam, che è anche stato di recente remixato da Robert Smith dei Cure.
Neanche il tempo di godersi il boato del Forum che lo saluta, che The Chief riparte subito con Open the Door, See What You Find, accompagnato alle sue spalle da un wall con fantasie psichedeliche anni Settanta. Al termine, del brano parte un coro per Noel che lui zittisce scherzosamente con uno «Shhhh!» e, cambiandosi la chitarra acustica con una elettrica, attacca con il brano eponimo Council Skies. Re-imbraccia di nuovo la fidata acustica e propone We’re Gonna Get There in the End, un pezzo con influenze marcatamente beatlesiana, che fai il pari con la successiva Easy Now in cui sembrerebbe quasi che John Lennon avesse fatto un’incursione in una session degli Oasis.
Dopo la carrellata dei singoli dell’ultimo album che conclude il primo set, Noel ha forse il primo vero contatto con il pubblico italiano, salutandolo con un «Ciao Milano!» che apre le danze al repertorio “storico” degli High Flying Birds: You Know We Can’t Go Back fa pestare come un matto il batterista che attiva il palazzetto, che con la prima ballad della serata We’re On Our Way Now accenna i primi cori sul ritornello, per poi portare le mani al cielo sulle note di Heat Of The Moment che sancisce il primo vero momento di sing aloud della serata. Seguono If I Had A Gun (canzone gallagheriana per antonomasia), AKA… What A Life! (che il cantante dedica ai tifosi del Manchester City) e si chiude il secondo set con la malinconica Dead In The Water che la gente canta a menadito, perché forse la percepisce come l’ideale punto di congiunzione verso i sound degli anni Novanta e della band che il Nostro aveva fondato con il fratello Liam e con altri tre squinternati di Manchester. (Il motivo per il quale credo che almeno l’80% delle persone sia qui ad Assago questa sera… a stare bassi!).
È proprio a questo punto della serata che immagino uno scenario distopico, un misto tra Squid Game e i giochi alcolici del college Americani, in cui ognuno dei presenti dovrebbe bersi a goccia un chupito ogni qualvolta che viene pronunciata la parola “Oasis“. Lo penso a ragion veduta, perchè in tutta la serata quel nome Noel non lo ha mai pronunciato e per avvisarci del cambio di repertorio, ha usato la perifrasi sibillina “adesso passiamo agli anni Novanta“: il Forum ha letteralmente ululato all’annuncio, ma forse forse dentro il cantante ha aperto la ferita che non si rimargina mai, perché in ogni data dei suoi tour il “Noel attuale” deve combattere con il “Noel degli Oasis” (Ale, bevi a goccia!) che ogni sera lo sfida a fare meglio di quello che era riuscito ad inventarsi il quel decennio mirabile. E quasi me lo vedo tornare indietro nel tempo come Marty McFly, che dice al sè stesso di (What’s the Story) Morning Glory? che se non avesse smesso di stuzzicarsi con suo fratello, a breve tutto quel successo avrebbe potuto svanire!
Mi sveglio da questo trip, quando lo sento chiederci se per caso ci ricordiamo di una canzone chiamata Stand by me cantata sempre da quel gruppetto inglese che inizia con la O: quando siamo tutti pronti a cantarla a squarciagola, lui ci dice «Bene, parlavo del suo lato B: Going Nowhere!». Nonostante l'”inganno della cadrega” (in stile mancuniano), parte ufficialmente il set delle cover degli Oasis (Ale, bevine un altro!). Con The Importance Of Being Idle, dall’alto si vede uno stormo di lucciole digitali formato dagli smartphone intenti a riprendere il primo assolo di chitarra del signor G. che poi infiamma letteralmente il Mediolanumforum con The Masterplan, un pezzo sottovalutatissimo nel ’95 (quando uscì come b-side di Wonderwall), che ha avuto una seconda giovinezza nel ’98 quando è stato pubblicato l’album omonimo (che conteneva tutti i lati b del gruppo con la O più un paio di inediti) e che oggi sembra essere diventato una sorta di inno generazionale del brit-pop: questo ovviamente a mio (in)sindicabile giudizio!. La scelta successiva di Half The World Away ad essere onesti abbassa un po’ il mood creato fino ad ora, che però ritorna immediatamente alto con Little by little che, forse complice l’acustica non troppo perfetta del palazzetto, mi è sembrata arrangiata in maniera leggermente diversa dalla versione album del 2002 – meno ballad e più distorta – chiudendo il terzo set del match tra “Noel ’90” e “Noel ’20”, avviandoci all’encore.
Il dado è tratto: la band rientra e con lei anche Noel che sadicamente ci tiene sulle spine chiedendoci se ci piaccia Bob Dylan o almeno io intendo così, ma ne ho conferma quando parte la sua cover personale di “The Mighty Quinn“.
Quando siamo pronti ad aspettarci QUELLA intro di piano, di QUELLA canzone che tutti gli chiedono e che tutti si aspettano (noi compresi, ovviamente), eccolo che ci prolunga l’attesa, proponendoci la sua versione di Live Forever che ai tempi di Definitely Maybe veniva naturalmente cantata da Liam G e che quindi nella interpretazione di Noel (comunque autore della suddetta) sortisce in qualche modo un effetto straniante. Non abbiamo però tempo di pensare alla perturbanza del pezzo appena concluso che – non prima di uno sfottò ai tifosi interisti per quanto successo nella scorsa finale di Champions – quella intro di piano arriva per davvero, viene doppiata da tre note di chitarra elettrica che lascia spazio alle parole «Sleep inside the eye of your mind…» e il resto è storia, perché ovviamente su Don’t Look Back In Anger, l’intero Forum si sostituisce alla voce del cantante per tutto il pezzo, fino ad esplodere inevitabilmente su quella benedetta/maledetta strofa «So Sally can wait, she knows it’s too late» che mi riporta al quesito iniziale, prima che The Chief e tutta la band si congedino: Noel Gallagher sarà per sempre schiavo del passato degli Oasis (Ale, bevi!) o è proprio grazie ad essi che può continuare a sperimentare in ambito musicale, con la speranza che col tempo qualcuno gli chieda implorante di fargli un pezzo dei High Flying Birds?
Con questo dubbio torno a la maison, pensando a McCartney che pur avendo ingranato qualche buon album con i Wings, si porterà per sempre dietro l’eredità ingombrante dei Fab 4; oppure a Sting, che seppur con una decina di album da solista alle spalle, avrà sempre da fare inevitabilmente i conti con il repertorio dei Police; oppure al Martellone di Boris, che nonostante tutti gli sforzi accademici ed attoriali per scampare dai suoi esordi trash-comici, si porterà sempre dietro il fardello del “bucio de culo“.
Ma per me Noel resta comunque l’icona indiscussa del brit-pop e nessuno potrà mai levargli questo scettro. Nemmeno il fratello con cui cantava nel gruppo con la O, anche se per noi Millenials sarebbe bello vederli almeno ancora una volta insieme sul palco con la formazione originaria degli Oasis (bevi!).
Ecco il servizio del TG1 delle ore 20.00 del 2 luglio 2023 sul concerto del giorno prima di Liam Gallagher all'I-Days di Milano. Si parla dell'attesa reunion degli Oasis e dello sfottò di Liam ai tifosi interisti (con ringraziamento ai tifosi milanisti). Guardalo qui e iscriviti al nostro canale YouTube.
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«C’è qualche fan degli Oasis qui stasera?». Domanda retorica che Liam Gallagher ripete tre volte, per aizzare la folla. Basta guardare velocemente le t-shirt che spuntano qua e là, insieme ai tantissimi cappellini da pescatore, suo marchio di fabbrica, per avere un’idea della nostalgia che pervade il pubblico nei confronti del gruppo di Manchester, scioltosi nel 2009 dopo l’ennesimo litigio con il fratello Noel. Anzi, sarebbe da capire se qualcuno fra gli oltre 27mila accorsi sabato sera all’Ippodromo Snai La Maura, sia venuto lì per il repertorio solista di Liam e non per risentire i pezzi degli Oasis.
Il rocker britannico, 50 anni, lo sa bene e infatti nella scaletta del suo concerto agli I-Days (preceduto da The Black Keys e Nothing but thieves, stasera arrivano i Red Hot Chili Peppers e il 15 gran finale con gli Arctic Monkeys), dosa equamente brani suoi e quelli della mitologica band Britpop, partendo in quarta con «Morning glory» dopo essersi fatto annunciare dal coro da stadio Manchester City Champions Chant e da una serie di scritte sui maxischermi che lo descrivono, tra l’ilarità della gente, come «iconico», «umile», «alla mano», «zen» e una lunga serie di altri aggettivi lusinghieri e improbabili, ad accrescere il suo ego smisurato da rockstar.
Parka e pantaloncini corti, consueto modo di protendersi sul microfono tenendo le mani dietro la schiena, Liam conferma il suo status di icona degli anni 90, acclamatissimo dalla gente. La voce, però, almeno in questa occasione non è certo quella di una volta, nonostante l’aiuto del pubblico e delle tre coriste che si aggiungono a una band di sei musicisti: «Certe sere la voce ce l’hai, certe altre no, è la vita», dice lui scusandosi e mettendo da parte per un attimo la proverbiale strafottenza. In poco più di un’ora di concerto, iniziato alle 22 e tagliato corto subito dopo le 23 dicendo «devo proprio andare bellissima gente», l’entusiasmo sale alle stelle sui pezzi degli Oasis, fra «Stand by me» e «Roll it over», chiudendo con «Cigarettes & alcohol», «Wonderwall» e «Champagne supernova», mentre si smorza sui pezzi suoi, meno conosciuti.
I riferimenti calcistici, dopo il trionfo in Champions League della sua squadra, non si limitano all’inno iniziale: «Ci sono tifosi dell’Inter qui fra voi?» chiede Liam, tra qualche fischio e insulto. «E ci sono tifosi del Manchester City?», prosegue, alzando la mano, mentre la sconfitta subita a Istanbul brucia ancora. «Devo dire che i tifosi del Milan sono stati molto gentili mentre ero qui, grazie per tutto il vostro amore e rispetto», conclude dedicando loro «Wonderwall». L’ironia a Liam non manca, né la voglia di punzecchiare. Quel che manca sono gli Oasis. Ma per la reunion più attesa del rock (e anche da lui) bisogna aspettare, chissà quando, il nulla osta del fratello.
Ieri sera Liam Gallagher si è esibito all'I-Days di Milano, all'ippodromo La Maura, dopo i Nothing but Thieves e i Black Keys.
"È da un po’ di tempo che penso che Liam Gallagher, la magnetica voce degli Oasis, rock’n’roll star degli anni ’90 e icona di un brit pop da birra al pub, cori da stadio (possibilmente a una partita del Manchester City) e attitude da spaccone sia ormai fuori tempo massimo. Troppo preso dai continui bisticci con il fratello Noel e dal tentativo di essere sempre e ancora supersonic con pezzi che ricordano gli Oasis abbastanza da non perdere i fan della storica formazione britannica, ma non così tanto da esserne una stucchevole imitazione, Liam sta invecchiando nella sua arroganza.
Sempre più musicisti, più o meno giovani, si stanno mettendo alla prova in termini di tutela e valorizzazione delle differenze e delle minoranze (anche in musica, pensiamo anche solo all’attenzione per le produzioni non anglofone), di ampliamento dei propri orizzonti e di protezione dell’ambiente. In un contesto in cui avviene tutto questo, Gallagher appare terribilmente fuori luogo. Fornire prospettive inedite in termini tanto sonori quanto concettuali è uno dei compiti della musica e la musica che continua a ripetersi con irrisorie variazioni sul tema, senza prestare orecchio ai cambiamenti, presto inizia a raggrinzire.
Anche se continua a mangiarsi il palco – Gallagher resta un grande performer e lo ha dimostrato anche ieri sera agli I-Days all’Ippodromo La Maura di Milano – il cantante britannico sta iniziando, nel suo ritenersi un celestiale profeta spirituale (parole sue, andate sul suo profilo Twitter), a parlare sempre più a se stesso e non a chi gli sta intorno. Un conto è farlo dopo la pubblicazione di album come Definitely Maybe o (What’s the Story) Morning Glory?, un altro è farlo dopo C’mon You Know, la terza prova discografica solista dell’ex Oasis uscita lo scorso anno.
A Gallagher il pubblico non manca. Per molti fan ogni sua mossa è culto e quando partono Stand by Me o Champagne Supernova, la classica chiusura, ci si emoziona tutti. Ma la sensazione è sempre quella di un tuffo nel passato, che porta comunque una certa euforia dopo quelli che non credo dovremmo aver paura di definire brani minori, da Why Me? Why Not. a More Power, per citarne un paio. Se come dice qualcuno ciò che conta sono le idee, in questo set e nella carriera solista dell’artista non ce ne sono moltissime.
La formula di ieri sera che all’artista britannico ha accostato i Black Keys, che pur avendo suonato prima di Gallagher non erano propriamente opening act, arricchisce l’esperienza (prima di loro si sono esibiti i Nothing but Thieves, ndr). Se vi eravate dimenticati di loro, vi aggiorno: dopo un paio di album più scarichi dei precedenti e una pausa di riflessione – e di progetti solisti – di cinque anni, nel 2019 Dan Auerbach e Patrick Carney sono tornati in forze con nuove produzioni di cui l’ultima, Dropout Boogie, del 2022".
(Rolling Stone)
"Dopo la pioggia che ha segnato e accompagnato il concerto di Travis Scott della sera precedente, il sereno è tornato su Milano ad accompagnare la serata rock proposta degli I-Days 2023 di fronte a circa 27.000 persone. Tre erano gli appuntamenti previsti nella giornata del sabato all’Ippodromo SNAI La Maura con un pubblico pronto a godersi le esibizioni di (nell’ordine) Nothing but Thieves, Black Keys e a chiusura Liam Gallagher (questi ultimi due co-headliner con set da 75 minuti cadauno).
Arrivano le 22.00 e a favor di tenebre, introdotto da cori da stadio (l’inno del Manchester campione) e un potente rock (Fuckin’ in the Bush firmato Oasis), torna sul palco dell’I-Days (dove era già stato nel 2018) Liam Gallagher, con tanto di parka d’ordinanza, bermuda e tra le mani le mitiche maracas e il tamburello. Ad accoglierlo un’ovazione del pubblico. L’attacco del concerto è tutto dedicato alla sua storia, o meglio a quella fantastica avventura con suo fratello. Ecco così che il cantante si riallaccia agli Oasis (indissolubile rapporto) per avviare i motori del concerto. Morning Glory e Rock 'n' Roll Star sono un bel e inevitabile inizio e scaldano il pubblico che ovviamente questi brani li maneggia e li appassiona. La band che lo accompagna (una “large band” composta da otto elementi e quattro coriste) spinge e picchia duro, sostenuta anche da un volume adeguato, con le chitarre protagoniste. Se quelle dei Black Keys erano anni ’70 qui siamo inevitabilmente nel mondo del rock anni ’90.
Liam sul palco fa Liam, canta sempre proteso verso il microfono, nel suo consueto modo, con la voce non perfetta e il suo fare che sembra tra lo strafottente e l’annoiato. Nelle aperture musicali viaggia per il palco, guarda in alto (forse attratto da una luna quasi piena che fa mostra sulle teste del pubblico) come su tutto ciò che lo circonda non lo riguardasse. Non è un mostro di empatia e anche quando si rivolge al pubblico lo fa con apparente “freddezza” e poco trasporto.
Nello sviluppo del concerto Liam si divide tra le sue canzoni da solista e i grandi successi della band. Ovviamente i brani storici sono ben accolti, un po’ più di distacco dalla platea sulle sue canzoni che sono molto in stile Oasis o meno li accomuna la band che lo accompagna. Tra le esecuzioni spicca Stand by Me che diventa un inno corale tra pubblico e palco.
Sul finire del set Liam punta molto sul suo repertorio e quello è il momento in cui il pubblico pare essere più distratto, lontano. Ma arriva subito una sterzata finale sulle note delle canzoni degli Oasis. Il trittico conclusivo, tutto dedicato al repertorio della band è coinvolgente, Soprattutto quando arrivano le prime note dell’iconica Wonderwall diventato un inno generazionale. Su Champagne Supernova si va tutti a casa, così, senza una parola. Tutti soddisfatti canticchiando Wonderwall ci si avvia all’uscita. L’impressione, che in realtà offre sempre Liam, è quella che il compito sia fatto, messo da parte anche questo concerto.... ma è solo un’impressione. La realtà è che si tratta di un concerto ben confezionato e più appassionante quando affonda le mani nel vecchio repertorio".
Morning Glory
Rock 'n' Roll Star
Wall of Glass
Better Days
Why Me? Why Not. (con un pezzo di Come Together alla fine)
Stand by Me
Roll It Over
Slide Away
More Power
Diamond in the Dark
The River
Once
Cigarettes & Alcohol
Wonderwall
Champagne Supernova
Per Liam si trattava della seconda data del tour europeo di quest'estate, dopo l'esibizione di venerdì 30 giugno al Rock Werchter, in Belgio. Prossimo appuntamento sabato 8 luglio al Mad Cool Festival di Madrid, in Spagna.
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Oasis, c’eravamo tanto amati: arriva «Supersonic», l’unico libro autorizzato dalla band
Il «demonio» Liam e il «solitario» Noel tra aneddoti personali e artistici. I Gallagher: «Noi fratelli? Siamo solo parenti»
Comincia tutto in un quartiere popolare appena fuori Manchester, lungo una strada molto trafficata, dentro una casa con le stanze piccolissime e il bagno esterno. I fratelli Noel e Liam Gallagher, cinque anni di differenza e due caratteri che non potrebbero essere più diversi, si trovano a dividere la camera da letto, non senza malumori. Qualche anno dopo, si trovano a dividere anche lo scettro di una delle rock band più famose al mondo, gli Oasis. I loro litigi scandiscono il percorso del gruppo quasi quanto la loro musica, che intanto fa la storia degli anni '90. All’ennesimo mandarsi a quel paese, nel 2009 Noel se ne va, il gruppo si scioglie e lascia i fan nella disperazione, in attesa di una reunion che ancora non si è concretizzata.
Nel 2015, però, i due fratelli, insieme al resto della band, alla madre e a tanti personaggi che ruotavano intorno all’universo-Oasis, si fanno intervistare dall’amico designer Simon Halfon per quello che diventerà il documentario «Supersonic». Ci sono 16 ore di interviste con Noel e 12 con Liam, un materiale ricchissimo che in buona parte non ha trovato posto nel film ed è invece confluito nel libro omonimo, «Supersonic», in uscita in Italia martedì 26 luglio per Baldini+Castoldi (traduzione di Riccardo Vianello, 448 pagine, 20 euro), unico libro autorizzato dalla band, tanto da essere considerato un’autobiografia.
È dalle loro parole in prima persona, caustiche ma spesso esilaranti, unite a quelle di chi li circonda, che viene ricostruita la loro storia, partendo dall’infanzia nei sobborghi di Manchester, fino al culmine del successo, con le due date inglesi a Knebworth Park nel 1996 andate subito sold out.
Liam, definito dalla madre Peggy «un demonio», fin da piccolo ha un’energia incontenibile ed è costantemente alla ricerca di attenzioni. Il fratello maggiore Noel è più tranquillo e passa le giornate in camera con la sua chitarra. «Non saprei dire perché Liam e io siamo così diversi, in fondo abbiamo avuto la stessa infanzia, no? Io sono più solitario — dice Noel —. Se anche dovessi passare qualche anno in prigione, la cosa non mi darebbe il minimo problema». E Liam commenta: «Se uno mi dice che potrebbe tranquillamente andare in prigione, io mi preoccupo. Mi fa paura». «Liam è un maledetto palo nel c… Non basta una sola parola per definire esattamente quando sia una perfetta testa di c...», prosegue poco dopo il fratello.
Entrambi senza peli sulla lingua, entrambi spregiudicati nel volersi prendere tutta la gloria per cui sentono di essere nati, sono però legatissimi alla madre che racconta come sbarcasse il lunario pulendo cinque case al giorno. Fanno i conti con un padre violento che presto esce dalla loro vita: «Le dava sempre a mia madre. Non mi ha mai toccato. A Noel e Paul (il terzo fratello, ndr) le suonava di tanto in tanto, ma a me non mi ha mai toccato», dice Liam.
«Se devo essere sincero, non so quanti padri dei miei amici fossero meglio di lui. Per me tutti i padri erano così», continua Noel che poi sostiene di non aver mai voluto riversare nella musica le cicatrici dell’infanzia: «Se volessi vendicarmi di mio padre, gli darei una mazza da baseball sulla testa. Non sono così poetico da aver fatto una cosa del genere in modo artistico, tramite una canzone».
Dei loro primi anni nella band Noel e Liam parlano senza filtri: ci sono quintali di droga e di alcol, stanze di hotel distrutte e il celebre arresto dopo una rissa scoppiata sulla nave che li portava ad Amsterdam per la prima data all’estero: «Tutto ciò che ricordo è che sembrava una scenetta di Benny Hill, con la polizia che ci inseguiva per tutto il dannato traghetto», rievoca Liam. Sono anni selvaggi: «Spendevamo tutto in alcol, cocaina e droghe assortite. Andavamo a casa di qualche fan oppure in albergo, e facevamo danni ovunque», descrive Noel. «Si chiama divertimento senza preoccuparsi più di tanto del futuro. Vivere il momento. Il rock’n’roll è esattamente questo», sostiene Liam. E se in Giappone i fan impazziscono per loro, negli Stati Uniti è più dura, soprattutto strafatti di metanfetamine. Così un concerto andato storto a Los Angeles porta Noel a un primo, temporaneo allontanamento.
Ma quando i due fratelli si ritrovano in studio, sono delle macchine da guerra: Noel scrive, Liam canta alla perfezione al primo colpo. Con «(What’s the story) morning glory?» inizia la rivalità con i Blur, «uno dei più grandi episodi nella musica pop inglese», dice Noel. E se i rapporti con Damon Albarn, negli anni, sono migliorati, quelli fra i due fratelli restano interrotti: «Io non amo Liam e non lo odio. Siamo semplicemente parenti», taglia corto Noel. Mentre Liam, che della band ha sempre avuto nostalgia, è molto meno gelido: «Prima di tutto è mio fratello. E questa è la cosa più importante».
Barbara Visentin
(Corriere della Sera, 24 luglio 2022)
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Dopo quattro canzoni di una scaletta ridotta, suonate sul palco Pyramid al festival di Glastonbury, lo scorso 25 giugno, Noel Gallagher confessa: "Quello che accadrà qui adesso è che suonerò qualche altro brano di cui non vi frega un cazzo. Sono per me, ma se vi aggregate dopo ci saranno molte persone molto felici con i cappelli a secchiello".
Il sollievo è udibile. In precedenza alcuni partecipanti al festival particolarmente speranzosi erano stati ascoltati per caso speculare sul fatto che questa esibizione fosse in realtà una cortina fumogena per la 'balena bianca' di Glastonbury, una reunion degli Oasis sul palco Pyramid. Non è mai stato un problema, ovviamente – anzi, semmai, il posizionamento temporale di questa performance sembrava suggerire che Noel avesse fatto un gestaccio al proprio fratello, dopo gli enormi concerti di Liam all'inizio di quest'estate. "Farai da headliner a Knebworth, vero? Be', che ne dici, invece, di suonare sul palco Pyramid direttamente davanti al nostro comune eroe musicale Paul McCartney? Batti questo (se ci riesci, ndr)".
Quindi, deluse le speranze di una reunion degli Oasis, il timore era che Noel, sempre il Gallagher più ostinato, aggiungesse la beffa al danno, guardando in cagnesco mentre esegue una serie di brani semisconosciuti degli High Flying Birds. E tutti gli altri avrebbero dovuto intrattenersi prima dell'arrivo, più avanti nel corso della serata, della canzone che piace alla folla. Quei primi segni non erano promettenti; l'unico momento clou in una successione di cupi brani a ritmo lento è stata l'amata cantante di supporto di Noel, Charlotte Marionneau, che suona le forbici.
Noel, però, ha anche una comprensione abbastanza decente di come funziona il Pyramid. "Il palco principale non è il tuo pubblico, è un pubblico di Glastonbury", ha detto in un'intervista prima di questa esibizione. E una folla di Glastonbury alle 19:30 di sabato vuole un enorme canto collettivo pre-McCartney. Quindi Noel, nella seconda metà dell'esibizione, obbliga a una sorta di 'kit del principiante' degli Oasis. Sostenuto dai suoi membri abituali di High Flying Birds Gem Archer, Mike Rowe e Chris Sharrock, così come da alcuni cantanti di supporto pieni di sentimento e un'infarinatura di fiati, si lancia nel suo materiale di alto livello.
Little By Little è la prima a essere eseguita e fa immediatamente ammucchiare le persone sulle spalle del conoscente. Noel, prima di eseguirla, esclama: "Ce l'avete fatta!". Una nuvola di fumo pirotecnico in vari colori primari sale sopra la folla e rimane lì per il resto della performance. Poi è The Importance of Being Idle, che richiede una giga di massa alla Rhys Ifans. Poi Whatever, con un bell'arrangiamento di ottoni, e Wonderwall, di cui Noel ha a malapena bisogno di cantare una parola, tale è il frastuono che si sprigiona di fronte a lui. Quando riprende l'iniziativa dal pubblico per il ritornello finale di quella canzone, sottolinea quanto bene la sua voce abbia retto nel corso degli anni, sicuramente rispetto ad altri membri della famiglia Gallagher.
Half the World Away e Stop Crying Your Heart Out – quest'ultima dedicata ai tifosi del Liverpool, che Noel aveva già spronato con un'enorme bandiera del Manchester City sulla sua pila di amplificatori – arrivano in rapida successione. "Ciao, avete tutti trascorso un bel giubileo della regina? Be', la prossima canzone è per la vera Royle family, di Manchester", ironizza il chitarrista e cantautore, riferendosi alla sitcom di cui il brano Half the World Away è sigla. Poi l'ex Oasis è persino in grado di concedersi il suo forse unico vero brano di alto livello degli High Flying Birds, AKA … What a Life!, senza troppo dissenso da parte del pubblico.
Tutti quelli che sono sul palco e fuori dal palco sanno, però, per cosa sono qui e c'è tempo per un ultimo canto, quello per Don't Look Back in Anger. "Lasciate che il dogging abbia inizio", scherza il musicista prima di questa ultima hit, una preferita dal pubblico che fa paura a Hey Jude.
"Godetevi l'uomo importante quando arriverà ... ha qualche canzone", dice scherzosamente Noel prima di andare via. McCartney non è l'unico.
Fort Knox
Holy Mountain
It's a Beautiful World
She Taught Me How to Fly
We re on Our Way Now
Black Star Dancing
Dead in the Water
Little by Little
The Importance of Being Idle
Whatever
Wonderwall
Half the World Away
Stop Crying Your Heart Out
AKA… What a Life!
Don't Look Back in Anger
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