24 febbraio 2009 - Oasis live al Mandela Forum di Firenze
(io c'ero!)
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FIRENZE — Il ciclone Oasis si è finalmente materializzato ieri sera (24 febbraio) in un Mandela Forum esaurito da mesi e che ha conosciuto una grande serata di rock, come forse da tempo non accadeva. Si vedono in giro quindicenni accompagnati da genitori a loro volta fans e cinquantenni, fans degli inizi. Ma l’atmosfera è rilassata, anche se piena di aspettative.
L’ultima volta che avevo visto gli Oasis era stata la performance del luglio 2002 al Summer Festival di Lucca: ottanta minuti scarsi che scatenarono l’ira dei fans “traditi”. Ma oggi gli Oasis hanno abbandonato gli atteggiamenti da “divetti”, preoccupandosi esclusivamente della musica: l’ultimo ottimo disco, “Dig out your soul”, e questo tour lo testimoniano pienamente.
Intanto, si comincia puntualissimi alle 21: il palco è ricchissimo di luci e sul fondo quattro schermi verticali diffondono immagini a commento dei brani o i primi piani dei membri della band. Liam si presenta con una giacca nera, con doppia fila di grossi bottoni luccicanti, capello corto e basettona d’ordinanza: “stasera sono una rock’n’roll star”, attacca l’ex-fratello terribile della famiglia Gallagher, ed è immediatamente grande rock con il pezzo tratto da “Definitely Maybe”. “Lyla” e “The shock of lightning” fanno definitivamente decollare lo spettacolo.
La scaletta è rispettata al 100%, ma lo show sembra tutto fuorché il compitino da svolgere. Ecco “Cigarettes & alcohol”, “The meaning of soul” e la nuova, bellissima, “To be where there’s life”, dall’attacco orientaleggiante. Il microfono passa a Noel (Liam si ritira) e arriva “Waiting for the rapture”, altro brano nuovo che i fans salutano con entusiasmo, che diventa molto di più per “The masterplan”, uno dei classici della band. Con la suggestiva “Songbird” finisce la parentesi semiacusitica e riappare Liam: “Slide away”, “Morning glory” e “Ain’t got nothin’” riportano il clima del concerto a temperature elevatissime. Poche parole dalla band, ma grinta e talento da vendere: il primo “grazie” in italiano lo dà Noel, dopo “The importance of being Idle” e prima di una struggente versione di “I’m outta time”, dove appaiono (pochi) accendini e (soprattutto) cellulari accesi. Il set è chiuso da altri due pezzi da novanta, “Wonderwall” e “Supersonic” e l’uscita della band, dopo un’ora e un quarto, rievoca in qualcuno i capricci del passato.
Ma stavolta il bis c’è, eccome: dopo tre minuti di odioso effetto elettronico tritaudito, la dolcezza e la poesia di "Don’t look back in anger” suona come sinfonia. Noel lascia cantare il ritornello ai fans davvero senza gigioneria e il risultato è da brividi. E ancora, “Falling down” e “Champagne supernova”, prima che una straordinaria, torrenziale e devastante cover della onirica e beatlesiana “I am the walrus” metta fine allo show, chiudendo idealmente il cerchio tra il brit (si fa per dire...) d’antan e quello di oggi. Grande musica, quella, ma anche questa.
Paolo Ceragioli
Lo Schermo di Lucca
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