mercoledì 19 febbraio 2020

Liam Gallagher accusa Andrea Agnelli: "Ha tramato contro il Man City per escluderlo dalle coppe"

Il Manchester City è al centro del ciclone UEFA per aver violato il Fair Play Finanziario, motivo per cui al club inglese è stata tolta la possibilità per le prossime due stagioni di partecipare a qualsiasi competizione internazionale. Non solo, perché se non verrà accolta in appello la richiesta di sospendere la decisione e ci fossero ulteriori elementi per gli inquirenti che stanno analizzando ogni dettaglio, si potrebbe anche arrivare alla revoca dei titoli conquistati dal club negli ultimi anni. Una ‘Calciopoli' inglese, che metterebbe al muro uno dei più quotati club di Premier nonché tra i più ricchi d'Europa grazie ai soldi degli emiri. E proprio questi soldi sono al centro delle verifiche, mentre infuria la polemica, soprattutto Oltremanica.

In Inghilterra, infatti, serpeggia la sensazione che la decisione dell'UEFA sia stata in qualche modo ‘forzata' dai classici poteri forti, per mettere in difficoltà il club con diversi intenti. I tifosi dei Citizens sono sul piede di guerra e preoccupati mentre la società sta dando mandato ai propri legali di verificare quali siano le vie di fuga cui appellarsi. Tra i tanti sostenitori che non ci stanno e gridano al complotto c'è anche Liam Gallagher, cantante inglese del gruppo (oramai sciolto) degli Oasis che ha voluto postare un proprio pensiero sulla situazione attuale, puntando il dito su una ‘brigata' di personaggi illustri nel mondo del calcaio che avrebbero architettato il grande sgambetto.
Tutti gli uomini del ‘complotto'

Nel post di Gallagher campeggia anche il nome del presidente della Juventus, Andrea Agnelli che fa parte anche del Comitato Esecutivo dell'UEFA oltre a ricoprire il ruolo di CEO nell'Eca (European Club Association) e quindi uomo di spicco nei palazzi del calcio. E' lui il primo nome della ‘piss flap brigade‘ come la chiama Liam Gallagher. Poi c'è David Gil, Presidente non esecutivo del Manchester United e tesoriere Uefa; Nasse Al Khalefi, proprietario del Psg nonché nel board esecutivo dell'Uefa; Jacobo Beltran, inserito nel controllo finanziario dell'UEFA e membro del comitato che controlla le finanze del Real Madri; Rick Parry, in precedenza capo esecutivo del Liverpool e oggi a capo dell'ufficio che investiga sulla corretta esecuzione del fair play UEFA da parte dei club.
L'accusa ‘velata'

Nessuna accusa formale, si intende, ma il solo elenco messo in bella mostra da parte di una persona dichiaratamente tifosa del City, con i problemi attuali del club con l'Uefa ha delineato l'intento finale attorno all'esclusione e alla multa comminata alla società inglese: un grande disegno, orchestrato per destabilizzare una potenza internazionale, ‘detronizzandola' dalla posizione di prestigio che si è conquistata sul campo e non illegalmente.

Source: fanpage.it

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martedì 18 febbraio 2020

Noel Gallagher contro Liam: "Il tuo singolo? Soprattutto nei negozi di merda"

L’eterna faida tra i fratelli Gallagher ha un nuovo episodio all’attivo: dopo mesi di silenzio, Noel Gallagher ha deciso di rispondere per le rime alle continue provocazioni del fratello e lo ha fatto a modo suo, ovvero andandoci giù in modo abbastanza pesante.

Del resto, Liam se l’è anche cercata: negli ultimi tempi ha più volte lanciato frecciatine al fratello e l’ultima in ordine di tempo è stata forse quella più grave, quando lo ha accusato di aver rifiutato 100 milioni di sterline per un reunion tour degli Oasis.

Molti fan ancora sperano in una riconciliazione tra i due musicisti, ma ora come ora sembra davvero improbabile. Dopo aver negato recentemente quanto affermato dal fratello, accusandolo a sua volta di utilizzare questa bugia della reunion solo per farsi pubblicità, Noel ha deciso di attaccarlo su Twitter, utilizzando dunque la sua stessa arma dato che lui di solito lo provoca con i tweet.

“Non c’è nulla da vedere qui amici e amiche – ha esordito Noel – il silenzio è ancora d’oro… ma nel caso in cui non ne siate già a conoscenza, vi informo che qualcuno ha pubblicato un nuovo singolo. Mi pare si intitoli Once, ossia l’esatto numero di volte che questo brano andrebbe suonato”. “Once” in inglese significa “una volta” ed è con questa pungente ironia che Noel ha colpito il fratello, pur senza nominarlo direttamente. Ma non è tutto: “La canzone è ancora disponibile in tutti i migliori negozi di dischi – ha scritto ancora – ma soprattutto in quelli di merda. Buona domenica”.

Di solito Noel preferisce ignorare le stoccate del fratello, ma evidentemente stavolta Liam gli ha fatto davvero perdere la pazienza. Di sicuro la risposta al vetriolo non tarderà ad arrivare, anche se in questi giorni Liam è molto impegnato con il suo tour. In ogni caso, forse suo fratello non apprezzerà il suo nuovo singolo, ma Once sta riscuotendo consensi da parte del pubblico, probabilmente anche grazie al video realizzato per l’occasione: il protagonista della clip è Eric Cantona, leggenda del Manchester United e personaggio molto amato che ha deciso di vestire i panni del re, mentre il cantante interpreta il suo maggiordomo.

La collaborazione è nata proprio perché Cantona ama molto questa canzone e l’album Why Me? Why Not.: “Sono entusiasta di avere Eric, l’ultimo calciatore rock ‘n’ roll, come protagonista del mio video – ha detto Liam in proposito – Canzoni come questa sono molto rare e lo sono anche i giocatori come lui”.

Source: virginradio.it


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lunedì 17 febbraio 2020

Le recensioni: Liam Gallagher dal vivo a Milano, delirio e lui parla in italiano: "Bellissimo!"

Sono passati 4032 giorni da quando Liam Gallagher mise piede per l’ultima volta sul palco del Forum di Assago. Era il 2 febbraio del 2009, c’erano ancora gli Oasis che riempivano stadi e festival e il rapporto con il fratello Noel proseguiva tra hit da classifica e litigate furibonde (ma nel maggio del 2000 Liam aveva avuto modo già di esibirsi come solista sul palco di Assago: in seguito a una lite, Noel decise di non presentarsi, lasciando la scena al fratello - venne sostituito da Matt Deighton). A distanza di undici anni, due album solisti tra cui l’ultimo "Why me? Why not." uscito a settembre e numerosi tour nei club, Liam ritorna al grande pubblico per la prima volta con un tour nei palazzetti.

L'ex Oasis fa il suo ingresso alle 21.05 con l'immancabile parka (bianco) e la barba folta, preceduto dal coro dei tifosi del Manchester City (la sua squadra del cuore): "Campeones olé, olé". Acclamato dal pubblico e con l’aria da rockstar che lo contraddistingue indica la scritta “rock'n'roll” alle sue spalle per dare un chiaro segnale del mood della serata. Atteggiamento che si traduce con la canzone di apertura che è come di consueto "Rock'n'roll star" degli Oasis.

La prima parte è dedicata alle canzoni tratte dai due album del periodo solista: dopo "Halo" è il turno delle sonorità incalzanti di "Shockwave", singolo che ha anticipato "Why me? Why not.", e poi da "As you were" ecco "Wall of glass" e "For what it's worth". I problemi alla voce che lo avevano costretto il 5 febbraio ad Amburgo ad interrompere il concerto dopo venti minuti sono lontani: la carica e la grinta di Liam fanno conquistano il palazzetto milanese, composto per la maggior parte dai fan degli Oasis che non aspettano altro che la sequenza di "Morning Glory" e "Stand by me", che infatti arrivano.

Nonostante la temperatura sia notevolmente alta, il cantautore non si scompone: continua ad indossare sempre il parka, con un asciugamano sulle spalle. C’è spazio anche per un fuori programma quando riprende un ragazzo sotto palco che urla troppo mandandolo fuori tempo costringendolo a interrompere e ricominciare da capo "Gas panic!". I bis sono un tuffo nel passato firmato Oasis con un successo dietro l’altro: si va da "Live forever" a "Roll with it", passando per "Supersonic" e "Champagne Supernova", suonata in una versione per piano e voce. 

Come per la data romana anche stasera il regalo per il pubblico italiano è "Wonderwall", l'inno che tutti i fan aspettavano di ascoltare (Liam concede al pubblico di cantare pure qualche strofa). La serata finisce con la stessa sfrontatezza da rockstar con cui aveva iniziato suonando, con "Cigarettes and Alcohol", una sorta di racconto di quando i fratelli Gallagher erano solo due adolescenti che pensavano a divertirsi e basta.

Andare ad un concerto di Liam nel 2020 a più di 25 anni dal boom del Brit pop è come ritrovare il tuo compagno delle superiori, quello del banco in fondo alla classe mal visto dai professori e sempre in competizione con il fratello maggiore (Noel) in prima fila che prendeva bei voti. Liam è il compagno a cui tutti volevano bene perché era fuori dagli schemi ma che nessuno pensava ce l’avrebbe fatta. Stasera invece usciamo tutti dal Forum con quel sorriso di chi è contento di aver rivisto quel vecchio amico e averlo trovato in gran forma. I programmi del futuro dei fratelli Gallagher nessuno li conosce, anche se i bookmakers inglesi danno le quote basse per una possibile reunion degli Oasis nel 2022 che coinciderebbe con i 50 anni di Liam e i 55 di Noel. “Non penso che dureremo oltre il primo ritornello della cazzo di ‘Rock N ‘Roll Star’: finirei per saltargli al collo prima”, ha detto recentemente Liam, facendo sapere che il primo tassello in vista della reunion - ovviamente - dovrebbe essere una riappacificazione con il fratello. Chissà che l’età non porti consiglio con buona pace di mamma Gallagher e dei fan.

Gianmatteo Bruno

(Rockol.it)

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IL CONTESTO:
Seconda data italiana per Liam Gallagher dopo quella romana di sabato sera e – ovviamente – secondo sold out. Come era lecito aspettarsi, del resto, per uno che è stato l’ultima vera fucking” rock ‘n’ roll star del ventesimo secolo, in un secolo in cui di rock star vere non ne nascono più, almeno non nel senso in cui le si intendeva negli anni 90. E questo non per mancanza di talenti, ma semplicemente perché quel mondo che le aveva generate, plasmate, osannate e infine fagocitate (e in alcuni casi anche risputate fuori) oggi non esiste più. Liam è un reduce di quel mondo lì. Uno che non si è arreso alla fine di quel momento irripetibile in cui tutto era possibile, persino che quattro ragazzi delle case popolari privi di tecnica musicale diventassero la più grande rock band del pianeta. Uno che continua nonostante tutto a salire sul palco nel tentativo di (ri)portare avanti (o di rigenerare) un discorso che molto probabilmente aveva già esaurito tutto quello che aveva da dire dopo i primi due incredibili, spettacolari, impossibili e proprio per questo ineguagliabili album degli Oasis, al secolo Definitely Maybe e What’s The Story? Morning Glory, 37 milioni di copie vendute in due. Due come i fratelli al comando. Due come le band che all’epoca si contendevano lo scettro della musica inglese. Oggi possiamo dirlo tranquillamente, nell’eterno derby tra Oasis e Blur – (c’è una scena di My Mad Fat Diary che rende visivamente bene l’incubo di qualsiasi fan oasisiano) – la band di Damon Albarn ha ampiamente dimostrato un livello di scrittura infinitamente superiore nel lungo periodo, ma nel breve e più precisamente in quei tre anni compresi tra l’esordio “supersonico” del 94 e i due concerti oceanici di Knebworth del 96 (250 mila persone per due sere di fila a fronte di una richiesta inaffrontabile di 2,5 milioni di biglietti, circa il 4% della popolazione inglese) non c’è stata storia, il “mattino di gloria” era tutto dei fratelli Gallagher.

Per questo Liam oggi potrebbe anche campare di rendita e continuare a cantare soltanto le vecchie canzoni degli Oasis, farebbe tutto esaurito lo stesso. Ma non sarebbe nel suo stile. Liam non è quel tipo di persona. Lui sa che non potrà mai più essere così grande, ma continua lo stesso a fare la sua cosa e a pubblicare album incurante delle critiche. Finché vedrà i suoi “kids” sotto il palco non si fermerà. Perché è questo che fanno gli eroi, i campioni e le ultime vere rock star. Non se ne vanno nel momento di gloria come ha fatto Mourinho dopo il triplete con l’Inter. No, i veri eroi restano lì come Clint Eastwood che rimane negli studios a finire il suo lavoro mentre fuori scoppia un incendio. Non importa se non possono più vincere la gara, quelli come Liam continuano a guidare finché non si staccano le ruote e fondono il motore.

IL CONCERTO:
E Il motore di Liam è ancora acceso. Il suo rombo viene da lontano, ma lo possiamo sentire ancora forte e chiaro. Così come il coro del Manchester City che viene sparato fuori a palla un attimo prima che lui salga sul palco con il suo Parka d’ordinanza, il tamburello e le maracas. L’effetto è quello di trasmettere immediatamente una sensazione da stadio e ribadire al tempo stesso che è quella la sua squadra del cuore e non “quell’altra”, cioè proprio quella che fino a 10 anni fa era la squadra dei perdenti delle case popolari come lui e che poi ha avuto più o meno la stessa evoluzione degli Oasis, diventando una delle più quotate della Premier League. Staremo a vedere se alla fine avrà anche lo stesso epilogo dissolutore. “This how it feels to be City, this is how it feels to be small, this is how it feels when your team wins nothing at all” gli cantavano i tifosi vincenti del Manchester United storpiando il ritornello di un famoso brano degli Inspiral Carpets (che in realtà diceva: “This how it feels to be LONELY, this is how it feels to be small, this is how it feels when your WORDS MEANS nothing at all”) il cui poster appeso in camera ispirò Liam nella scelta del nome degli Oasis.

E così, siamo solo all’inizio, ma già tutto torna. Perché non si può capire Liam Gallagher senza capire Manchester. La sua Manchester, l’ex capitale industriale abbandonata in cui lui e suo fratello Noel sono cresciuti negli anni 80, quella delle lunghe code di giovani in fila per ritirare l’assegno di disoccupazione, devastata dalle politiche di abbattimento del welfare della Thatcher. Quella che ha portato per reazione iperbolica a generare i loro sogni di gloria, come quello con cui Liam apre tutti i concerti (dopo l’introduzione strumentale a effetto di Fuckin’ in The Bushes) cantando sguaiatamente: Toniiiiiight I’m a rock ‘n’ roll star!

E stasera, come le altre sere, lo è veramente. Ma quella che molti ancora oggi confondono con la spavalderia di “un coglione che canta con le mani dietro la schiena e guarda ai suoi sogni come i vecchi guardano ai cantieri” (citazione sentita sul regionale Milano-Torino) in realtà era nata come la ricerca disperata e pura di una via di fuga da quella città, dalla sua povertà (I live my life in the city / There’s no easy way out) e quindi in sostanza dalla realtà, perché in fondo It’s just rock ‘n’ roll.

But I like it aggiungerebbero gli Stones e insieme a loro tutto il pubblico del Forum che canterà in coro per 90 minuti come se fossimo allo stadio per una finale di Champions. Mancano soltanto le bandiere. Anzi no, ci sono pure quelle. E Liam se le gode fino in fondo. Come ha dichiarato più volte, la sensazione migliore del mondo per lui è restare un attimo immobile sul palco e guardare tutta la gente in delirio che canta le sue canzoni – per Liam il pubblico è tutto, senza tutta quella gente che canta, la sua musica non avrebbe senso, così come non lo avrebbe il calcio – lo spiegava bene anche Nick Hornby, fortemente appassionato di entrambi: “il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale. Perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato, a chi fregherebbe niente del calcio?”.

Questa sensazione di spirito comunitario ed euforia collettiva verrà ripresa e sublimata da Liam nella seconda parte del primo set del concerto, grazie ad alcune canzoni degli Oasis che sono veri e propri miracoli del (brit) pop. Dagli orizzonti di gloria filtrati dalla memoria di Morning Glory – cantata sempre e rigorosamente a squarciagola – alla deflagrazione di chitarre di Columbia, vera e propria summa del suono anni 90 in cui gli accordi e i ricordi del grunge di Seattle si (con)fondono insieme allo shoegaze del Tamigi, fino all’afflato di Stand by Me, forse la loro ultima grande canzone prima del deserto d’ispirazione, un canto del cigno che sembra volersi protrarre all’infinito – che diceva già tutto nel ’97 e che forse lo dice ancora: “Rimani con me, nessuno sa come andrà a finire”.

Ma prima di arrivarci, Liam ci farà passare anche attraverso i dolori del non più giovane Werther, con una carrellata in faccia di canzoni estratte dai suoi due album solisti: As I Were e Why Me? Why Not. Tra l’alone di luce beatlesiana di Halo e la mazzata in fronte di Shockwave ci sono i segni evidenti di una “Midlife Crisis” segnata da un divorzio pubblico e da un momento di depressione artistica (e alcolica) da cui non è stato facile venir fuori e in cui per un attimo ci sentiamo trascinati dentro anche noi. Ci sono i nostri muri delle meraviglie che diventano di vetro e vanno in frantumi (Wall of Glass), le scuse per tutte le cazzate commesse sempre in buona fede (For What It’s Worth), le autoaffermazioni della propria nuova esistenza e i fiumi su cui attendere i cadaveri dei nostri nemici (Be Still e The River), fino ad arrivare al brano più memorabile, di quelli che se sei fortunato ti escono una volta sola nella vita (Once) e che racchiude in un’unica ballata tutta la nostalgia dell’universo – o almeno di un certo universo, con il video ufficiale interpretato da Eric Cantona, altra leggenda vivente di quella Manchester degli anni 90 che oggi non esiste più. E mentre la voce abrasiva di Liam prova a raschiarla via, quella maledetta nostalgia ci proietta nella mente le immagini del campione francese che si alza il colletto per dire au revoir al diavolo o si libra in volo per colpire un ultrà fascista con un calcio volante. Certi avvenimenti sono come certe figure iconiche della cultura pop, capitano una volta soltanto, ma riescono a segnare così a fondo l’immaginario collettivo che nessuno se li dimentica più. Sono lì e ci resteranno per sempre.

Qualcuno ha detto Live Forerver? Sì certo. Infatti è proprio quella la canzone con cui Liam chiude il primo set del concerto. Quando parte l’attacco con “Maybeeeee” il pubblico si sta già librando in aria su quel “forse” prolungato oltre la naturale scadenza dei sogni impossibili, pure i telefonini si alzano come tanti piccoli Icaro che vogliono toccare il cielo (Maybe I just want to fly) non più solo con un dito, ma con tutta la mano. Nessuno ha paura di bruciarsi. Tutti vogliono uscire da quel fango in cui si sono impantanati con la vita e sentirsi più leggeri per tre minuti.

Hai mai sentito il dolore
Sotto la pioggia del mattino
Come ti impregna fino all’osso?


Certo Liam. È per questo che siamo qui. Per scrollarcelo di dosso. E allora all’improvviso mentre cantiamo tutti in coro succede veramente che ci solleviamo da terra come Rey nello spettacolare volo dell’uccello d’acqua di Nanto di quando eravamo bambini e forse sognare di volare era un po’ più facile. Ma il sogno da adulto va ancora più in alto e qui sta la sua vera grandezza, al suo apice Live Forever si trasforma in una promessa “da fratello a fratello” che la loro unione nel modo di vedere le cose (We see things they’ll never see), cioè la loro visione del mondo espressa nella musica li renderà immortali (You and I are gonna live forever). Live Forever allora non è più una fuga dal mondo come Rock’n’ Roll Star, ma una fuga dentro di lui e dentro tutte le altre persone che oggi sono qui a cantarla.

A questo punto a giudicare dai volti appagati del pubblico, il concerto sarebbe anche potuto finire qui e nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire, ma come potete immaginare non andrà affatto così. Anzi, ci sarà ancora il tempo per un encore di quattro brani degli Oasis che manderanno tutti quanti al tappeto – 4-0 per Liam – in una vera e propria goleada come quella del Milan in finale di Coppa Campioni col Barcellona nel ’94.

Ad aprire le marcature di quella partita ci aveva pensato la provvidenza di Massaro su imbeccata di Savicevic, qui la palla invece tocca ad Acquiesce, una B-Sides, cioè una che dovrebbe stare in panchina e invece segna un goal fantastico, come l’utopia di una ripresa collettiva che sarebbe possibile aiutandosi a vicenda e credendo gli uni negli altri; un brano che proprio per il suo messaggio di solidarietà e fratellanza era stato concepito per essere cantato in coppia dai fratelli Gallagher – alternandosi alla voce – e che qui viene riproposto da Liam con un escamotage, ovvero far cantare al pubblico le parti di Noel proiettando il testo sul maxischermo:

Because we need each other
We believe one in other
And I know we’re going to uncover
What’s sleeping in our soul


Lo scherzetto funziona e l’energia continua ad aumentare. Sulle ali dell’entusiasmo arriva anche il raddoppio affidato alla furia incalzante di Roll With It, smorzata soltanto nel finale da quel sentimento che si è perso da qualche parte dentro di noi: I think I’ve got a feeling I’ve lost inside.

Gli ultimi due goal, invece, vengono invertiti nel montaggio finale del concerto, prima c’è quello di Desailly che sfonda le nostre difese di (pre)potenza e poi colpisce di classe, realizzando qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui, cioè l’equivalente calcistico dell’essere Supersonic, che nessuno ha mai capito bene che cosa volesse dire di preciso, ma che – ne siamo certi – è esattamente il modo in cui ci sentiamo tutti quanti nel momento in cui il brano viene eseguito sul palco da Liam.
Infine arriva anche l’ultimo goal meraviglia di Savicevic, con quella parabola impossibile disegnata lungo la scia di una Champagne Supernova in the sky.

Sembrerebbe finita per davvero e invece no. Liam si ricorda che gli Oasis avrebbero dovuto suonare a Milano se non si fossero sciolti al Rock en Seine di Parigi nel 2009. E allora ci ricostruisce ancora una volta quel muro delle meraviglie, a cui tutti ci siamo aggrappati in passato, con una versione di Wonderwall da lacrime e gioia e infine si congeda con un finale da ultima vera rock star, gettando sangue, sudore e corde vocali su Cigarettes & Alcohol, mentre le sue bandiere continuano a sventolare fuori e dentro di noi.

L’ULTIMA CURIOSITA’:
Qualche hanno fa in una sorta di simpatico esperimento sociale i tizi di Vice avevano fatto intervistare Liam Gallagher dai dei bambini dell’asilo – intervista che potete rivedere qui.

La prima cosa bella è vedere il “povero” Liam sforzarsi di non dire neanche un “fucking” davanti ai bambini (se avete presente una sua intervista saprete che di solito ne spara fuori uno ogni tre secondi). La seconda è la risposta che dà quando uno dei bambini, parlando di Parigi, gli dice che purtroppo non è potuto salire fino in cima alla Torre Eiffel perché quando è andato c’era troppo vento e rischiava di cadere. “E se cadi poi muori” aggiunge un altro con tono preoccupato. Liam allora lì corre ai ripari e risponde in tono fintamente serio a entrambi: “or maybe you could fly”, riassumendo così in poche semplici parole tutta la poetica degli Oasis e del suo stesso modo di essere e di vivere l’arte e la vita. Un altro bambino allora gli risponde a tono “Noooo gli esseri umani non possono volare!!”. A quel punto Liam mantiene la parte, torna per un attimo ad essere il bambino che in fondo è sempre stato e ribatte nuovamente: “certo che possono! un sacco di persone possono volare!!” e aggiunge “Superman può!”. All’ennesima obiezione del bambino – “ma Superman non è reale!” – un altro constaterà “beh, lui è un superumano”, non so più se in riferimento al supereroe dei fumetti o al cantante, ma Liam non ci darà troppo peso, lascerà cadere quelle parole nel vento – facendole svanire in una nuvola di fumo come la sua vecchia band – e andrà dritto per la sua strada come ha sempre fatto. Probabilmente nel momento in cui state leggendo questo articolo lui starà già volando da un’altra parte per andare a fare l’unica cosa che sa fare: cantare. Perché forse è vero. Ci sono un sacco di persone che possono volare, ma solo alcune vivono per sempre:

Maybe I Just want to fly
I want to live, I don’t want to die
You and I are gonna live forever.
(Onstageweb.com)


SCALETTA

Rock 'n' Roll Star
Halo
Shockwave
Wall of Glass
Be Still
For What It's Worth
Morning Glory 
Columbia
Stand by Me 
Once
The River
Gas Panic! 
Live Forever 

Acquiesce 
Roll With It 
Supersonic
Champagne Supernova 

Wonderwall 
Cigarettes and Alcohol

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domenica 16 febbraio 2020

Le recensioni: Liam Gallagher dal vivo a Roma, una rockstar eterna

Il racconto e le foto del concerto di Liam Gallagher a Roma, prima data italiana del tour legato al suo nuovo album Why me? Why not., tra i successi solisti e le hit degli Oasis. 

Essere Liam Gallagher è uno stile di vita. L'ex Oasis arriva sul palco del Palazzo dello Sport di Roma, che ieri sera ha ospitato la prima delle due date italiane del tour indoor legato al suo nuovo album solista "Why me? Why not.", evitando ogni tipo di divismo, mentre l'arena capitolina lo saluta con l'ovazione che merita una rockstar come lui e dalle casse risuona "Fuckin 'in the bushes" degli Oasis. Con la sua camminata inguaribilmente cafona, il cantautore britannico va dritto verso il centro del palco: niente smancerie, niente "è bello essere qui", non dà neanche il benvenuto ai fan. Di apparire gentile e simpatico, si sa, non gliene importa moltissimo. E così, ignorando le urla e gli applausi del pubblico, s'aggrappa all'asta del microfono e attacca subito la prima canzone in scaletta, "Rock'n'roll star", che è al tempo stesso una dichiarazione di intenti e un modo per ricordare - come se ce ne fosse bisogno - chi è e cosa ha fatto in passato.

Liam Gallagher mancava a Roma da sei anni esatti: l'ultimo suo passaggio nella città eterna risaliva al 16 febbraio del 2014, quando insieme ai Beady Eye - la band che lanciò poco dopo la lite con suo fratello Noel che mise di fatto la parola fine alla storia degli Oasis - si esibì sul palco dell'Orion di Ciampino, a pochi chilometri dal centro della Capitale. Sul palco del palasport romano, per la verità, avrebbe dovuto esibirsi già nell'autunno del 2018, con il tour legato al suo primo album solista "As you were" (uscito l'anno precedente), salvo poi annullare il concerto senza riprogrammarlo. A distanza di un anno e mezzo, l'attesa e la pazienza dei fan sono state ripagate: tra revival degli Oasis e celebrazione della sua carriera solista, Liam infiamma il palazzetto con una ventina di canzoni che alternano il presente al glorioso passato, per un successo annunciato (la data romana è andata sold out con più di due mesi d'anticipo - su TicketOne è invece ancora disponibile qualche biglietto per il concerto di stasera al Mediolanum Forum di Assago, poi tornerà in Italia la prossima estate per una data al Lucca Summer Festival).

È proprio dal repertorio della band simbolo del Britpop che Liam pesca a piene mani, riproponendo da solo mine come "Morning glory", "Stand by me", "Columbia", "Gas panic!", "Acquiesce", "Roll with it" e "Supersonic". Qualcuno lo accusa di continuare a campare grazie alle canzoni scritte dal fratello, che è in parte vero: però senza l'interpretazione di Liam, probabilmente quei pezzi non sarebbero diventati gli inni generazionali che a distanza di anni continuano ad essere, cantati a squarciagola tanto da chi la scena Britpop l'ha vissuta direttamente (e oggi, a cinquant'anni, si scatena sugli spalti o in parterre perdendo ogni dignità) quanto da chi quando uscì "Definitely maybe" non era ancora nato. Liam fa riascoltare quelle canzoni con la stessa presenza scenica e con l'attitudine sfrontata e arrogante di venticinque anni fa, piegato verso il microfono con le mani nascoste nelle tasche del parka o dietro la schiena, spalleggiato da una super band composta da Mike Moore e Jay Mehler alla chitarra, Drew McConnell al basso e Dean McDougall alla batteria (ad un certo punto sul palco arriva anche suo figlio Gene, diciott'anni, che ha deciso di seguire le orme del padre - e anche della madre, Nicole Appleton, cantante delle All Saints - fondando una band tutta sua).

Peccato che per i brani dei suoi album solisti ci sia poco, pochissimo spazio: in una scaletta che sembra essere incentrata più sul passato che sul presente, sono solamente i singoli "Shockwave", "The river", "Wall of glass", "For what it's worth", "Come back to me" e la ballata strappalacrime "Once" - oltre a "Halo" e "The river" - a provare a rendere giustizia ai due ottimi album post-Oasis e post-Beady Eye del rocker, mentre canzoni come "Paper crown", "One of us", "Now that I've found you" restano incomprensibilmente fuori. Ma tutto sommato, ai fan va bene così: (ri)ascoltare dal vivo "Wonderwall" è qualcosa che vale quasi l'intero prezzo del biglietto (e non era così scontato che Liam cantasse il classicone di "What's the story? Morning Glory", lasciato fuori dalle scalette di tutti i concerti europei di quest'anno). "Visto che siete stati così carini", dice nel finale, tornato sul palco per il bis dopo "Champagne Supernova", travolto dall'affetto, "vi suono questa cazzo di canzone". Qualche cinquantenne si commuove, i ragazzini si abbracciano e con le mani alzate verso il cielo intonano quel ritornello, tra i più iconici della storia del rock: "Maybe / you're gonna be the one that saves me / and after all / you're my wonderwall". L'ultimo - emozionante - grido della notte, prima del finale con "Cigarettes and alcohol".

(Rockol)

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Per quanto mi riguarda non so quando sia accaduto di preciso, ma a un certo punto della vita ho smesso di essere giovane e senza preavviso il weekend è diventato principalmente un periodo di tempo di circa 48 ore in cui sbrigare tutta una serie di faccende che non ho il tempo di sbrigare nei giorni feriali. Non avrei mai pensato che sarebbe successo, ma è sabato pomeriggio e sto facendo la spesa, trascino le mie gambe stanche tra le corsie, è l’ora di punta per i centri commerciali ed è un inferno, schivo bestemmiando i bambini mascherati che si lanciano coriandoli di carnevale.

La mia vita non doveva andare così, qualcosa non ha funzionato. Vorrei solo tornare a casa e togliermi le scarpe e invece fra meno di un paio d’ore dovrò partecipare a uno di quei riti collettivi che dopo i trent’anni hanno cominciato a pesare come un macigno sulle mie spalle: i grandi concerti. Così come pesano sulla mia digestione i buonissimi paninacci che vendono fuori dal Palazzo dello Sport all’Eur, una cena che pagherò carissima domani.

Esattamente quattordici anni fa avevo saltato la scuola ed ero qui già da dieci ore, avvinghiato ai cancelli di quello che si chiamava ancora Palalottomatica, in vista dell’unico concerto degli Oasis a cui abbia assistito in vita mia, febbraio 2006. Dovevo esserci, anche se ero in una fase già calante della mia passione più pura per la band, che del resto era in calo già da qualche anno, soprattutto dal vivo, quelli erano gli anni peggiori.

Come è possibile che a distanza di tutto questo tempo io sia diventato un rottame e il ragazzone che se ne sta lì al centro del palco sembra essere ringiovanito? Non esteticamente: barba visibilmente sbiancata, capelli un po’ più radi dalle parti delle tempie, qualche chilo e qualche ruga in più, ma a parte questo: in che anno siamo?

Liam Gallagher si presenta sul palco con un parka bianco di cui non si capisce bene il materiale neanche guardandolo dal maxischermo, a tratti sembra una specie di tunica di lino da asceta, soprattutto quando indossa il cappuccio, pare un santone e a tutti gli effetti lo è, perché il pubblico va in estasi alla prima nota di ogni canzone degli Oasis di cui è farcita la scaletta.
Questo è un aspetto che mi ha sorpreso: forse troppo distrattamente nelle ultime settimane avevo dato un’occhiata ai live più recenti ed ero preparato solo a quattro o cinque pezzi degli Oasis – i classiconi, molti neanche tra i miei preferiti – in un mare di pezzi da solista, che, per inciso, non mi dispiacciono affatto. Invece eccoci tutti catapultati in una preview della fantomatica riunione dei fratelli Gallagher che travolge il Palazzo dello Sport strapieno, agghindato come per le vere grandi occasioni, nel bene e nel male, il che significa entusiasmo che si taglia col coltello, ma anche: spegnete per un attimo quei cazzo di cellulari.

«Campeoooones campeoooones, olé olé olé olé» la parte più coatta e popolare che preferisco degli Oasis e di LG che apre il suo concerto con i cori dedicati al Man City campione – ancora per poco purtroppo per lui – seguiti subito dopo da Fucking in the bushes sparata a cannone, in piena regola con ogni sacrosanto concerto degli Oasis dal 2000 all’eternità. Ancora una volta, in che anno siamo?

Apre le danze Rock’n’Roll Star per poi lasciare spazio alla doverosa carrellata di pezzi nuovi, ai quali il pubblico reagisce bene, soprattutto quando si tratta dei singoli come Shockwave, Wall of glass o For what is worth, ma sono decibel irrisori rispetto a quelli raggiunti nella seconda parte del concerto. Liam Gallagher si muove sul palco esattamente come negli ultimi trent’anni, i rituali sono sempre gli stessi e questo in qualche modo mi fa stare tranquillo, così come, in generale, l’idea che stia in giro per il mondo in tour, ancora nel 2020. La voce risponde bene – benissimo se paragonata a quella che ho ascoltato nel 2006 – anche negli sforzi per reggere Morning glory o Roll with it.

Felicità immensa per aver assistito a Columbia e Gas Panic!, totalmente inaspettate, così come Acquiesce, per quanto sia stato sorprendente dolorosa l’assenza di Noel nel ritornello, pareva di celebrare una persona defunta e per qualche attimo mi è sembrato assurdo. Nel bis non potevano mancare anche Champagne Supernova e Supersonic anche se, a quanto pare, la vera sorpresa è stata la chiusa con Wonderwall acustica che non era prevista in scaletta, un regalo per una città che ama gli Oasis nella sua maniera un po’ unica e un po’ strana come l’incontro tra la cultura british e quella romana che a volte genera mostri e a volte genera amore puro, come quello che continuava a vibrare nel palazzetto anche quando le luci di sono accese e ci si riversava fuori.

Per quanto mi riguarda oggi le orecchie mi fischiano come non accadeva da tempo, il panino l’ho digerito piuttosto bene per fortuna. Sono felice di aver salutato nella mia città, quello che per me e molti altri è una figura che ormai va al di là della musica, una specie di zio lontano, di cui ti capita di trovare notizie e video simpatici nel feed che ti strappano un sorriso, anche se non lo segui più come un tempo, ti fa stare sereno saperlo sereno e in giro a godersi i cinquant’anni facendo quello che ama, un po’ ti sembra persino di capirlo, visto avete la fortuna di fare due lavori in cui è preferibile restare giovani per sempre.

(Rolling Stone)

Scaletta

Rock’n’roll star
Halo
Shockwave
Wall of glass
Come back to me
For what it’s worth
Morning glory
Stand by me
Columbia
Once
The river
Gas panic!
Live forever
Acquiesce
Roll with it
Supersonic
Champagne Supernova
Wonderwall
Cigarettes and alcohol


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giovedì 13 febbraio 2020

Video: Liam Gallagher riceve il premio Miglior film musicale per As It Was agli NME Awards 2020

As It Was, il docufilm su Liam Gallagher diretto da Charlie Lightening, ha vinto il premio di Miglior film musicale agli NME Awards 2020.

La pellicola, che ha battuto Beyoncé: Homecoming, BTS: Bring The Soul, Michael Hutchence: Mystify e Rocketman, è stata premiata nella serata di ieri alla Brixton Academy di Londra.

A ricevere il premio Charlie Lightening, che ha detto: "Ci sono voluti 10 anni per farlo. Voglio ringraziare Liam Gallagher".

Qui sotto il video registrato da Liam per salutare i presenti. Il cantante, con accanto Eric Cantona, che compare nel nuovo video del singolo Once, lanciato il 31 gennaio, ha commentato così il riconoscimento: "Grazie mille, grazie mille Eric. Vive la France. Grazie mille NME Awards per averci dato questo premio per il Best Music Film. Mi scuso per non poter essere lì, dato che sono qui. Eccoci qua ... bella ... Vive la France". 

Intanto il tour dell'ex Oasis prosegue. Stasera tappa a Monaco di Baviera, poi sabato e domenica gli attesi concerti a Roma e Milano.


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