La prima parte è dedicata alle canzoni tratte dai due album del
periodo solista: dopo "Halo" è il turno delle sonorità incalzanti di
"Shockwave", singolo che ha anticipato "Why me? Why not.", e poi da "As
you were" ecco "Wall of glass" e "For what it's worth". I problemi alla
voce che lo avevano costretto il 5 febbraio ad Amburgo ad interrompere
il concerto dopo venti minuti sono lontani: la carica e la grinta di
Liam fanno conquistano il palazzetto milanese, composto per la maggior
parte dai fan degli Oasis che non aspettano altro che la sequenza di
"Morning Glory" e "Stand by me", che infatti arrivano.
Andare ad un concerto di Liam nel 2020 a più di 25 anni dal boom del Brit pop è come ritrovare il tuo compagno delle superiori, quello del
banco in fondo alla classe mal visto dai professori e sempre in
competizione con il fratello maggiore (Noel) in prima fila che prendeva
bei voti. Liam è il compagno a cui tutti volevano bene perché era fuori
dagli schemi ma che nessuno pensava ce l’avrebbe fatta. Stasera invece
usciamo tutti dal Forum con quel sorriso di chi è contento di aver
rivisto quel vecchio amico e averlo trovato in gran forma. I programmi
del futuro dei fratelli Gallagher nessuno li conosce, anche se i
bookmakers inglesi danno le quote basse per una possibile reunion degli
Oasis nel 2022 che coinciderebbe con i 50 anni di Liam e i 55 di Noel.
“Non penso che dureremo oltre il primo ritornello della cazzo di ‘Rock N
‘Roll Star’: finirei per saltargli al collo prima”, ha detto
recentemente Liam, facendo sapere che il primo tassello in vista della
reunion - ovviamente - dovrebbe essere una riappacificazione con il
fratello. Chissà che l’età non porti consiglio con buona pace di mamma
Gallagher e dei fan.
IL CONTESTO:
Seconda data italiana per
Liam Gallagher
dopo quella romana di sabato sera e – ovviamente – secondo sold out.
Come era lecito aspettarsi, del resto, per uno che è stato l’ultima vera
fucking” rock ‘n’ roll star del ventesimo secolo, in un secolo
in cui di rock star vere non ne nascono più, almeno non nel senso in
cui le si intendeva negli anni 90. E questo non per mancanza di talenti,
ma semplicemente perché quel mondo che le aveva generate, plasmate,
osannate e infine fagocitate (e in alcuni casi anche risputate fuori)
oggi non esiste più. Liam è un reduce di quel mondo lì. Uno che non si è
arreso alla fine di quel momento irripetibile in cui tutto era
possibile, persino che quattro ragazzi delle case popolari privi di
tecnica musicale diventassero la più grande rock band del pianeta. Uno
che continua nonostante tutto a salire sul palco nel tentativo di
(ri)portare avanti (o di rigenerare) un discorso che molto probabilmente
aveva già esaurito tutto quello che aveva da dire dopo i primi due
incredibili, spettacolari, impossibili e proprio per questo
ineguagliabili album degli Oasis, al secolo
Definitely Maybe e What’s The Story? Morning Glory,
37 milioni di copie vendute in due. Due come i fratelli al comando. Due
come le band che all’epoca si contendevano lo scettro della musica
inglese. Oggi possiamo dirlo tranquillamente, nell’eterno derby tra
Oasis e Blur – (
c’è una scena di My Mad Fat Diary che rende visivamente bene l’incubo di qualsiasi fan oasisiano)
– la band di Damon Albarn ha ampiamente dimostrato un livello di
scrittura infinitamente superiore nel lungo periodo, ma nel breve e più
precisamente in quei tre anni compresi tra
l’esordio “supersonico” del 94 e i
due concerti oceanici di Knebworth del 96
(250 mila persone per due sere di fila a fronte di una richiesta
inaffrontabile di 2,5 milioni di biglietti, circa il 4% della
popolazione inglese) non c’è stata storia, il “mattino di gloria” era
tutto dei fratelli Gallagher.

Per questo Liam oggi potrebbe anche campare di rendita e continuare a
cantare soltanto le vecchie canzoni degli Oasis, farebbe tutto esaurito
lo stesso. Ma non sarebbe nel suo stile. Liam non è quel tipo di
persona. Lui sa che non potrà mai più essere così grande, ma continua lo
stesso a fare la sua cosa e a pubblicare album incurante delle
critiche. Finché vedrà i suoi “kids” sotto il palco non si fermerà.
Perché è questo che fanno gli eroi, i campioni e le ultime vere rock
star. Non se ne vanno nel momento di gloria come ha fatto Mourinho dopo
il triplete con l’Inter. No, i veri eroi restano lì come Clint Eastwood
che rimane negli studios a finire il suo lavoro mentre fuori scoppia un
incendio. Non importa se non possono più vincere la gara, quelli come
Liam continuano a guidare finché non si staccano le ruote e fondono il
motore.
IL CONCERTO:
E Il motore di Liam è ancora acceso. Il suo rombo viene da lontano, ma
lo possiamo sentire ancora forte e chiaro. Così come il coro del
Manchester City che viene sparato fuori a palla un attimo prima che lui
salga sul palco con il suo Parka d’ordinanza, il tamburello e le
maracas. L’effetto è quello di trasmettere immediatamente una sensazione
da stadio e ribadire al tempo stesso che è quella la sua squadra del
cuore e non “quell’altra”, cioè proprio quella che fino a 10 anni fa era
la squadra dei perdenti delle case popolari come lui e che poi ha avuto
più o meno la stessa evoluzione degli Oasis, diventando una delle più
quotate della Premier League. Staremo a vedere se alla fine avrà anche
lo stesso epilogo dissolutore. “This how it feels to be City, this is
how it feels to be small, this is how it feels when your team wins
nothing at all”
gli cantavano i tifosi vincenti del Manchester United storpiando il ritornello di
un famoso brano degli Inspiral Carpets
(che in realtà diceva: “This how it feels to be LONELY, this is how it
feels to be small, this is how it feels when your WORDS MEANS nothing at
all”) il cui poster appeso in camera ispirò Liam nella scelta del nome
degli Oasis.
E così, siamo solo all’inizio, ma già tutto torna. Perché non si può
capire Liam Gallagher senza capire Manchester. La sua Manchester, l’ex
capitale industriale abbandonata in cui lui e suo fratello Noel sono
cresciuti negli anni 80, quella delle lunghe code di giovani in fila per
ritirare l’assegno di disoccupazione, devastata dalle politiche di
abbattimento del welfare della Thatcher. Quella che ha portato per
reazione iperbolica a generare i loro sogni di gloria, come quello con
cui Liam apre tutti i concerti (dopo l’introduzione strumentale a
effetto di
Fuckin’ in The Bushes) cantando sguaiatamente:
Toniiiiiight I’m a rock ‘n’ roll star!
E stasera, come le altre sere, lo è veramente. Ma quella che molti
ancora oggi confondono con la spavalderia di “un coglione che canta con
le mani dietro la schiena e guarda ai suoi sogni come i vecchi guardano
ai cantieri” (citazione sentita sul regionale Milano-Torino) in realtà
era nata come la ricerca disperata e pura di una via di fuga da quella
città, dalla sua povertà (
I live my life in the city / There’s no easy way out) e quindi in sostanza dalla realtà, perché in fondo
It’s just rock ‘n’ roll.
But I like it aggiungerebbero gli Stones e insieme a loro tutto
il pubblico del Forum che canterà in coro per 90 minuti come se fossimo
allo stadio per una finale di Champions. Mancano soltanto le bandiere.
Anzi no, ci sono pure quelle. E Liam se le gode fino in fondo. Come ha
dichiarato più volte, la sensazione migliore del mondo per lui è restare
un attimo immobile sul palco e guardare tutta la gente in delirio che
canta le sue canzoni – per Liam il pubblico è tutto, senza tutta quella
gente che canta, la sua musica non avrebbe senso, così come non lo
avrebbe il calcio –
lo spiegava bene anche Nick Hornby,
fortemente appassionato di entrambi: “il fatto che per te è così
importante, che il casino che hai fatto è stato un elemento cruciale in
tutto questo, rende la cosa speciale. Perché sei stato decisivo come e
quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato, a chi fregherebbe niente
del calcio?”.
Questa sensazione di spirito comunitario ed euforia collettiva verrà
ripresa e sublimata da Liam nella seconda parte del primo set del
concerto, grazie ad alcune canzoni degli Oasis che sono veri e propri
miracoli del (brit) pop. Dagli orizzonti di gloria filtrati dalla
memoria di
Morning Glory – cantata sempre e rigorosamente a squarciagola – alla deflagrazione di chitarre di
Columbia,
vera e propria summa del suono anni 90 in cui gli accordi e i ricordi
del grunge di Seattle si (con)fondono insieme allo shoegaze del Tamigi,
fino all’afflato di
Stand by Me, forse la loro ultima grande
canzone prima del deserto d’ispirazione, un canto del cigno che sembra
volersi protrarre all’infinito – che diceva già tutto nel ’97 e che
forse lo dice ancora: “Rimani con me, nessuno sa come andrà a finire”.

Ma prima di arrivarci, Liam ci farà passare anche attraverso i dolori
del non più giovane Werther, con una carrellata in faccia di canzoni
estratte dai suoi due album solisti:
As I Were e Why Me? Why Not. Tra l’alone di luce beatlesiana di
Halo e la mazzata in fronte di
Shockwave
ci sono i segni evidenti di una “Midlife Crisis” segnata da un divorzio
pubblico e da un momento di depressione artistica (e alcolica) da cui
non è stato facile venir fuori e in cui per un attimo ci sentiamo
trascinati dentro anche noi. Ci sono i nostri muri delle meraviglie che
diventano di vetro e vanno in frantumi (
Wall of Glass), le scuse per tutte le cazzate commesse sempre in buona fede (
For What It’s Worth), le autoaffermazioni della propria nuova esistenza e i fiumi su cui attendere i cadaveri dei nostri nemici (
Be Still e
The River), fino ad arrivare al brano più memorabile, di quelli che se sei fortunato ti escono una volta sola nella vita (
Once) e che racchiude in un’unica ballata tutta la nostalgia dell’universo – o almeno di un certo universo, con
il video ufficiale interpretato da Eric Cantona,
altra leggenda vivente di quella Manchester degli anni 90 che oggi non
esiste più. E mentre la voce abrasiva di Liam prova a raschiarla via,
quella maledetta nostalgia ci proietta nella mente le immagini del
campione francese che si alza il colletto per dire au revoir al diavolo
o si libra in volo per colpire un ultrà fascista con un calcio volante.
Certi avvenimenti sono come certe figure iconiche della cultura pop,
capitano una volta soltanto, ma riescono a segnare così a fondo
l’immaginario collettivo che nessuno se li dimentica più. Sono lì e ci
resteranno per sempre.
Qualcuno ha detto
Live Forerver? Sì certo. Infatti è proprio
quella la canzone con cui Liam chiude il primo set del concerto. Quando
parte l’attacco con “Maybeeeee” il pubblico si sta già librando in aria
su quel “forse” prolungato oltre la naturale scadenza dei sogni
impossibili, pure i telefonini si alzano come tanti piccoli Icaro che
vogliono toccare il cielo (
Maybe I just want to fly) non più
solo con un dito, ma con tutta la mano. Nessuno ha paura di bruciarsi.
Tutti vogliono uscire da quel fango in cui si sono impantanati con la
vita e sentirsi più leggeri per tre minuti.
Hai mai sentito il dolore
Sotto la pioggia del mattino
Come ti impregna fino all’osso?

Certo Liam. È per questo che siamo qui. Per scrollarcelo di dosso. E
allora all’improvviso mentre cantiamo tutti in coro succede veramente
che ci solleviamo da terra come Rey nello
spettacolare volo dell’uccello d’acqua di Nanto
di quando eravamo bambini e forse sognare di volare era un po’ più
facile. Ma il sogno da adulto va ancora più in alto e qui sta la sua
vera grandezza, al suo apice
Live Forever si trasforma in una
promessa “da fratello a fratello” che la loro unione nel modo di vedere
le cose (We see things they’ll never see), cioè la loro visione del
mondo espressa nella musica li renderà immortali (You and I are gonna
live forever).
Live Forever allora non è più una fuga dal mondo
come Rock’n’ Roll Star, ma una fuga dentro di lui e dentro tutte le
altre persone che oggi sono qui a cantarla.
A questo punto a giudicare dai volti appagati del pubblico, il concerto
sarebbe anche potuto finire qui e nessuno avrebbe avuto nulla da
eccepire, ma come potete immaginare non andrà affatto così. Anzi, ci
sarà ancora il tempo per un encore di quattro brani degli Oasis che
manderanno tutti quanti al tappeto – 4-0 per Liam – in una vera e
propria goleada come quella del Milan in finale di Coppa Campioni col
Barcellona nel ’94.
Ad aprire le marcature di quella partita ci aveva pensato la provvidenza
di Massaro su imbeccata di Savicevic, qui la palla invece tocca ad
Acquiesce,
una B-Sides, cioè una che dovrebbe stare in panchina e invece segna un
goal fantastico, come l’utopia di una ripresa collettiva che sarebbe
possibile aiutandosi a vicenda e credendo gli uni negli altri; un brano
che proprio per il suo messaggio di solidarietà e fratellanza era stato
concepito per essere cantato in coppia dai fratelli Gallagher –
alternandosi alla voce – e che qui viene riproposto da Liam con un
escamotage, ovvero far cantare al pubblico le parti di Noel proiettando
il testo sul maxischermo:
Because we need each other
We believe one in other
And I know we’re going to uncover
What’s sleeping in our soul
Lo scherzetto funziona e l’energia continua ad aumentare. Sulle ali
dell’entusiasmo arriva anche il raddoppio affidato alla furia incalzante
di
Roll With It, smorzata soltanto nel finale da quel sentimento che si è perso da qualche parte dentro di noi:
I think I’ve got a feeling I’ve lost inside.
Gli ultimi due goal, invece, vengono invertiti nel montaggio finale
del concerto, prima c’è quello di Desailly che sfonda le nostre difese
di (pre)potenza e poi colpisce di classe, realizzando qualcosa che
nessuno si sarebbe mai aspettato da lui, cioè l’equivalente calcistico
dell’essere Supersonic, che nessuno ha mai capito bene che cosa volesse
dire di preciso, ma che – ne siamo certi – è esattamente il modo in cui
ci sentiamo tutti quanti nel momento in cui il brano viene eseguito sul
palco da Liam.
Infine arriva anche l’ultimo goal meraviglia di Savicevic, con quella parabola impossibile disegnata lungo la scia di una
Champagne Supernova in the sky.
Sembrerebbe finita per davvero e invece no. Liam si ricorda che gli
Oasis avrebbero dovuto suonare a Milano se non si fossero sciolti al
Rock en Seine di Parigi nel 2009. E allora ci ricostruisce ancora una
volta quel muro delle meraviglie, a cui tutti ci siamo aggrappati in
passato, con una versione di
Wonderwall da lacrime e gioia e infine si congeda con un finale da ultima vera rock star, gettando sangue, sudore e corde vocali su
Cigarettes & Alcohol, mentre le sue bandiere continuano a sventolare fuori e dentro di noi.
L’ULTIMA CURIOSITA’:
Qualche hanno fa in una sorta di simpatico esperimento sociale i tizi di
Vice avevano fatto intervistare Liam Gallagher dai dei bambini
dell’asilo – intervista che potete
rivedere qui.

La prima cosa bella è vedere il “povero” Liam sforzarsi di non dire
neanche un “fucking” davanti ai bambini (se avete presente una sua
intervista saprete che di solito ne spara fuori uno ogni tre secondi).
La seconda è la risposta che dà quando uno dei bambini, parlando di
Parigi, gli dice che purtroppo non è potuto salire fino in cima alla
Torre Eiffel perché quando è andato c’era troppo vento e rischiava di
cadere. “E se cadi poi muori” aggiunge un altro con tono preoccupato.
Liam allora lì corre ai ripari e risponde in tono fintamente serio a
entrambi: “or maybe you could fly”, riassumendo così in poche semplici
parole tutta la poetica degli Oasis e del suo stesso modo di essere e di
vivere l’arte e la vita. Un altro bambino allora gli risponde a tono
“Noooo gli esseri umani non possono volare!!”. A quel punto Liam
mantiene la parte, torna per un attimo ad essere il bambino che in fondo
è sempre stato e ribatte nuovamente: “certo che possono! un sacco di
persone possono volare!!” e aggiunge “Superman può!”. All’ennesima
obiezione del bambino – “ma Superman non è reale!” – un altro constaterà
“beh, lui è un superumano”, non so più se in riferimento al supereroe
dei fumetti o al cantante, ma Liam non ci darà troppo peso, lascerà
cadere quelle parole nel vento – facendole svanire in una nuvola di fumo
come la sua vecchia band – e andrà dritto per la sua strada come ha
sempre fatto. Probabilmente nel momento in cui state leggendo questo
articolo lui starà già volando da un’altra parte per andare a fare
l’unica cosa che sa fare: cantare. Perché forse è vero. Ci sono un
sacco di persone che possono volare, ma solo alcune vivono per sempre:
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