Questo disco nasce il 23 agosto 1996: alla Royal Festival Hall
gli Oasis si esibiscono per MTV Unplugged, ma al centro del palco c’è
Noel Gallagher, chitarrista e principale autore delle canzoni, e non il
fratello cantante Liam, che assiste dalla balconata. Pare che Liam non
fosse in grado di esibirsi a causa degli eccessivi festeggiamenti dopo
l’incredibile concerto di Knebworth, dove avevano suonato davanti a
250.000 persone in due serate (e avevano ricevuto richieste di biglietti
per dieci volte tanto). Secondo i biografi dei due litigiosi fratelli
di Manchester è l’inizio della fine per la band che aveva dominato il
Brit-Pop alla metà degli anni ’90. Ventiquattro anni dopo, e con una
carriera solista finalmente sui giusti binari, Liam chiude il cerchio
con la pubblicazione del suo MTV Unplugged (Warner Records), registrato la scorsa estate a Hull.
SONO DIECI CANZONI, e viene da aggiungere, «solo» dieci. Si parte con Wall of Glass, dall’omonimo album del 2017, e si chiude con una ottima versione di Champagne Supernova, il brano che chiudeva (What’s the story) Morning Glory? In mezzo, una selezione di brani dalla discografia degli Oasis e da quella solista. Tra i primi, merita una segnalazione Stand by Me, che
mantiene la stessa freschezza e potenza lirica e sonora del 1997; tra i
secondi, una intensissima Once, con tanto di accompagnamento di archi,
dall’omonimo album del 2019. C’è anche spazio per Sad Song, pezzo degli Oasis delle origini, che originariamente era cantata dal fratello Noel.
Non c’è la potenza sonora tipica del Brit-Pop fin dalle sue origini, che
era stata codificata proprio dai fratelli Gallagher, ma l’approccio
acustico mette in evidenza lo stile e la voce di un Liam in gran forma,
che sono i veri protagonisti di questa esibizione. È una voce che come
poche altre ha definito un periodo della storia della musica, non per la
sua estensione, la sua pulizia o la sua tecnica, ma per il suo essere
assolutamente unica e personale. Una voce fuori dalle mode, rock’n’roll
che lui ama moltissimo, come ha ribadito anche in un’intervista a
Rolling Stone qualche anno fa: «Dicono che il rock’n’ roll non se la sta
passando bene, sembra che non sia più di moda, capisci? . Il
rock’n’roll per me è come la ricetta di uno di quei piatti che ti
prepara la mamma. Una cosa che si tramanda da una generazione all’altra e
che non morirà mai, perché è buona. Per quanto mi riguarda è l’unica
cosa che conta».
UNA VOCE iconica quella dell’ex Oasis, che non ha
risentito del tempo passato e che, soprattutto nei pezzi degli Oasis,
riporta direttamente al periodo di gloria, ma che anche nei brani
scritti dopo lo scioglimento della band rimane una delle più classiche
voci rock degli ultimi anni. Una di quelle che non si dimenticano, e che
ricordano che forse questo genere musicale ha ancora qualcosa da dire.
Daniele Funaro
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Il racconto e le foto del concerto di Liam Gallagher a Roma, prima data italiana del tour legato al suo nuovo album Why me? Why not., tra i successi solisti e le hit degli Oasis.
Essere Liam Gallagher è uno stile di vita. L'ex Oasis arriva sul palco del Palazzo dello Sport di Roma, che ieri sera ha ospitato la prima delle due date italiane del tour indoor legato al suo nuovo album solista "Why me? Why not.", evitando ogni tipo di divismo, mentre l'arena capitolina lo saluta con l'ovazione che merita una rockstar come lui e dalle casse risuona "Fuckin 'in the bushes" degli Oasis. Con la sua camminata inguaribilmente cafona, il cantautore britannico va dritto verso il centro del palco: niente smancerie, niente "è bello essere qui", non dà neanche il benvenuto ai fan. Di apparire gentile e simpatico, si sa, non gliene importa moltissimo. E così, ignorando le urla e gli applausi del pubblico, s'aggrappa all'asta del microfono e attacca subito la prima canzone in scaletta, "Rock'n'roll star", che è al tempo stesso una dichiarazione di intenti e un modo per ricordare - come se ce ne fosse bisogno - chi è e cosa ha fatto in passato.
Liam Gallagher mancava a Roma da sei anni esatti: l'ultimo suo passaggio nella città eterna risaliva al 16 febbraio del 2014, quando insieme ai Beady Eye - la band che lanciò poco dopo la lite con suo fratello Noel che mise di fatto la parola fine alla storia degli Oasis - si esibì sul palco dell'Orion di Ciampino, a pochi chilometri dal centro della Capitale. Sul palco del palasport romano, per la verità, avrebbe dovuto esibirsi già nell'autunno del 2018, con il tour legato al suo primo album solista "As you were" (uscito l'anno precedente), salvo poi annullare il concerto senza riprogrammarlo. A distanza di un anno e mezzo, l'attesa e la pazienza dei fan sono state ripagate: tra revival degli Oasis e celebrazione della sua carriera solista, Liam infiamma il palazzetto con una ventina di canzoni che alternano il presente al glorioso passato, per un successo annunciato (la data romana è andata sold out con più di due mesi d'anticipo - su TicketOne è invece ancora disponibile qualche biglietto per il concerto di stasera al Mediolanum Forum di Assago, poi tornerà in Italia la prossima estate per una data al Lucca Summer Festival).
È proprio dal repertorio della band simbolo del Britpop che Liam pesca a piene mani, riproponendo da solo mine come "Morning glory", "Stand by me", "Columbia", "Gas panic!", "Acquiesce", "Roll with it" e "Supersonic". Qualcuno lo accusa di continuare a campare grazie alle canzoni scritte dal fratello, che è in parte vero: però senza l'interpretazione di Liam, probabilmente quei pezzi non sarebbero diventati gli inni generazionali che a distanza di anni continuano ad essere, cantati a squarciagola tanto da chi la scena Britpop l'ha vissuta direttamente (e oggi, a cinquant'anni, si scatena sugli spalti o in parterre perdendo ogni dignità) quanto da chi quando uscì "Definitely maybe" non era ancora nato. Liam fa riascoltare quelle canzoni con la stessa presenza scenica e con l'attitudine sfrontata e arrogante di venticinque anni fa, piegato verso il microfono con le mani nascoste nelle tasche del parka o dietro la schiena, spalleggiato da una super band composta da Mike Moore e Jay Mehler alla chitarra, Drew McConnell al basso e Dean McDougall alla batteria (ad un certo punto sul palco arriva anche suo figlio Gene, diciott'anni, che ha deciso di seguire le orme del padre - e anche della madre, Nicole Appleton, cantante delle All Saints - fondando una band tutta sua).
Peccato che per i brani dei suoi album solisti ci sia poco, pochissimo spazio: in una scaletta che sembra essere incentrata più sul passato che sul presente, sono solamente i singoli "Shockwave", "The river", "Wall of glass", "For what it's worth", "Come back to me" e la ballata strappalacrime "Once" - oltre a "Halo" e "The river" - a provare a rendere giustizia ai due ottimi album post-Oasis e post-Beady Eye del rocker, mentre canzoni come "Paper crown", "One of us", "Now that I've found you" restano incomprensibilmente fuori. Ma tutto sommato, ai fan va bene così: (ri)ascoltare dal vivo "Wonderwall" è qualcosa che vale quasi l'intero prezzo del biglietto (e non era così scontato che Liam cantasse il classicone di "What's the story? Morning Glory", lasciato fuori dalle scalette di tutti i concerti europei di quest'anno). "Visto che siete stati così carini", dice nel finale, tornato sul palco per il bis dopo "Champagne Supernova", travolto dall'affetto, "vi suono questa cazzo di canzone". Qualche cinquantenne si commuove, i ragazzini si abbracciano e con le mani alzate verso il cielo intonano quel ritornello, tra i più iconici della storia del rock: "Maybe / you're gonna be the one that saves me / and after all / you're my wonderwall". L'ultimo - emozionante - grido della notte, prima del finale con "Cigarettes and alcohol".
(Rockol)
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Per quanto mi riguarda non so quando sia accaduto di preciso, ma a un
certo punto della vita ho smesso di essere giovane e senza preavviso il
weekend è diventato principalmente un periodo di tempo di circa 48 ore
in cui sbrigare tutta una serie di faccende che non ho il tempo di
sbrigare nei giorni feriali. Non avrei mai pensato che sarebbe successo,
ma è sabato pomeriggio e sto facendo la spesa, trascino le mie gambe
stanche tra le corsie, è l’ora di punta per i centri commerciali ed è un
inferno, schivo bestemmiando i bambini mascherati che si lanciano
coriandoli di carnevale.
La mia vita non doveva andare così, qualcosa non ha funzionato. Vorrei
solo tornare a casa e togliermi le scarpe e invece fra meno di un paio
d’ore dovrò partecipare a uno di quei riti collettivi che dopo i
trent’anni hanno cominciato a pesare come un macigno sulle mie spalle: i
grandi concerti. Così come pesano sulla mia digestione i buonissimi
paninacci che vendono fuori dal Palazzo dello Sport all’Eur, una cena
che pagherò carissima domani.
Esattamente quattordici anni fa
avevo saltato la scuola ed ero qui già da dieci ore, avvinghiato ai
cancelli di quello che si chiamava ancora Palalottomatica, in vista
dell’unico concerto degli Oasis a cui abbia assistito in vita mia, febbraio 2006. Dovevo esserci, anche
se ero in una fase già calante della mia passione più pura per la band,
che del resto era in calo già da qualche anno, soprattutto dal vivo,
quelli erano gli anni peggiori.
Come è possibile che a distanza di
tutto questo tempo io sia diventato un rottame e il ragazzone che se ne
sta lì al centro del palco sembra essere ringiovanito? Non
esteticamente: barba visibilmente sbiancata, capelli un po’ più radi
dalle parti delle tempie, qualche chilo e qualche ruga in più, ma a
parte questo: in che anno siamo?
Liam Gallagher si presenta sul palco con un parka bianco di cui non si capisce bene il
materiale neanche guardandolo dal maxischermo, a tratti sembra una
specie di tunica di lino da asceta, soprattutto quando indossa il
cappuccio, pare un santone e a tutti gli effetti lo è, perché il
pubblico va in estasi alla prima nota di ogni canzone degli Oasis di cui
è farcita la scaletta.
Questo è un aspetto che mi ha sorpreso:
forse troppo distrattamente nelle ultime settimane avevo dato
un’occhiata ai live più recenti ed ero preparato solo a quattro o cinque
pezzi degli Oasis – i classiconi, molti neanche tra i miei preferiti –
in un mare di pezzi da solista, che, per inciso, non mi dispiacciono
affatto. Invece eccoci tutti catapultati in una preview della
fantomatica riunione dei fratelli Gallagher che travolge il Palazzo
dello Sport strapieno, agghindato come per le vere grandi occasioni, nel
bene e nel male, il che significa entusiasmo che si taglia col
coltello, ma anche: spegnete per un attimo quei cazzo di cellulari.
«Campeoooones
campeoooones, olé olé olé olé» la parte più coatta e popolare che
preferisco degli Oasis e di LG che apre il suo concerto con i cori
dedicati al Man City campione – ancora per poco purtroppo per lui –
seguiti subito dopo da Fucking in the bushes sparata a cannone,
in piena regola con ogni sacrosanto concerto degli Oasis dal 2000
all’eternità. Ancora una volta, in che anno siamo?
Apre le danze Rock’n’Roll Star
per poi lasciare spazio alla doverosa carrellata di pezzi nuovi, ai
quali il pubblico reagisce bene, soprattutto quando si tratta dei
singoli come Shockwave, Wall of glass o For what is worth,
ma sono decibel irrisori rispetto a quelli raggiunti nella seconda
parte del concerto. Liam Gallagher si muove sul palco esattamente come
negli ultimi trent’anni, i rituali sono sempre gli stessi e questo in
qualche modo mi fa stare tranquillo, così come, in generale, l’idea che
stia in giro per il mondo in tour, ancora nel 2020. La voce risponde
bene – benissimo se paragonata a quella che ho ascoltato nel 2006 –
anche negli sforzi per reggere Morning glory o Roll with it.
Felicità immensa per aver assistito a Columbia e Gas Panic!, totalmente inaspettate, così come Acquiesce, per quanto sia stato sorprendente dolorosa l’assenza di Noel nel ritornello, pareva di celebrare una persona defunta e per qualche
attimo mi è sembrato assurdo. Nel bis non potevano mancare anche Champagne Supernova e Supersonic anche se, a quanto pare, la vera sorpresa è stata la chiusa con Wonderwall
acustica che non era prevista in scaletta, un regalo per una città che
ama gli Oasis nella sua maniera un po’ unica e un po’ strana come
l’incontro tra la cultura british e quella romana che a volte genera
mostri e a volte genera amore puro, come quello che continuava a vibrare
nel palazzetto anche quando le luci di sono accese e ci si riversava
fuori.
Per quanto mi riguarda oggi le orecchie mi fischiano come
non accadeva da tempo, il panino l’ho digerito piuttosto bene per
fortuna. Sono felice di aver salutato nella mia città, quello che per me
e molti altri è una figura che ormai va al di là della musica, una
specie di zio lontano, di cui ti capita di trovare notizie e video
simpatici nel feed che ti strappano un sorriso, anche se non lo segui
più come un tempo, ti fa stare sereno saperlo sereno e in giro a godersi
i cinquant’anni facendo quello che ama, un po’ ti sembra persino di
capirlo, visto avete la fortuna di fare due lavori in cui è preferibile
restare giovani per sempre.
(Rolling Stone)
Scaletta
Rock’n’roll star
Halo
Shockwave
Wall of glass
Come back to me
For what it’s worth
Morning glory
Stand by me
Columbia
Once
The river
Gas panic!
Live forever
Acquiesce
Roll with it
Supersonic
Champagne Supernova
Wonderwall
Cigarettes and alcohol
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Grande entusiasmo ieri sera alla Manchester Arena, dove Liam Gallagher si è esibito di fronte a 21mila spettatori, in un palazzetto gremito in ogni ordine di posto.
"Liam, Liam, Liam", riempivano ogni angolo i fan festanti del cantante, mentre un esercito di fan con il parka lanciava bicchieri di birra chiara in aria, aspettando con impazienza che la loro icona facesse la propria comparsa sul palco.
Il cantante ha deliziato i presenti con una carrellata di successi degli Oasis e il proprio materiale da solista. Novanta minuti di concerto con ben due bis.
"Questo pezzo qui è per tutte le vecchie scoregge", ha detto Liam lanciando Columbia. In scaletta anche Come Back to Me, pezzo tratto da As You Were che ieri ha debuttato in questo tour, mentre Wonderwall è stata dedicata a mamma Peggy.
Nelle ore successive al grande concerto nella sua città natale, Gallagher ha pubblicato un messaggio di ringraziamento su Twitter, dove ha 3,2 milioni di follower.
@mikegrayphoto
"Manchester, adoro fottutamente ogni fottuto uno di voi. Grazie per l'amore, siete stati biblici".
Ha ragione lui ovviamente, a vederlo nei piani alti di Glastonbury e ricordando le 300.000 copie solo in UK del debutto a suo nome del 2017. Perché our kid conosce il suo pubblico così bene da rasentare la
proliferazione: sta invecchiando e vuole riferimenti adulti? Ecco i momenti più rock (i peggiori, da Shockwave in giù) e le venature blues di una Halo scontatissima. Anche il più gretto dei lads soffre di pene di cuore?
Ecco quindi un pugno di ballate, e notevole è la doppietta One of Us e Once. Piacerebbe semmai vederlo oltre un minimo comun denominatore fatto di un vocabolario (forse) di 500 parole e un album che è palesemente il seguito
del precedente. Ma venderà ancora di più e lassù qualcuno griderà al miracolo: qua ci si accontenta di un disco più divertente del previsto.
Voto: 66/100
Francesco Vignani
(Dal numero di settembre della rivista Rumore. Thanks to Alessio).
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Pubblichiamo di seguito la nostra traduzione della recensione che, sul numero di ottobre 2019, la rivista inglese Q ha fatto di Why Me? Why Not., album di Liam Gallagher in uscita il 20 settembre (clicca qui per leggere l'originale).
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È solo rock ’n’ roll
Liam si gioca ancora una volta i propri punti di forza. E la risurrezione dell’ex frontman degli Oasis continua.
Alla fine del 2017, mentre esaminava il successo del suo debutto come solista, Liam Gallagher iniziava a puntare gli occhi su come ripetere il trucco. Gli era chiaro come avrebbe dovuto essere il suo disco successivo: la stessa cosa. Rock ’n’ roll classico, grandi canzoni da cantare tutti insieme, un paio di ballate e, a differenza della band di suo fratello, nessuno che suonasse le forbici. Forse il seguito sarebbe stato un po’ meno apologetico, aveva detto a se stesso. Qualcosa di leggermente più chiassoso. Era di nuovo al settimo cielo. Non aveva bisogno di continuare a chiedere scusa.
Questa ritrovata convinzione scorre per tutto Why Me? Why Not., proprio fino al punto posto alla fine del titolo. Nei produttori Andrew Wyatt e Greg Kirstin, entrambi al lavoro già per As You Were, Liam ha trovato delle pellicole che capiscono l’importanza di attingere dal vuoto a forma di Oasis che è rimasto nel panorama musicale. Malgrado siano trascorsi ormai dieci anni dallo scioglimento, si può affermare che il motivo per cui i concerti di Courteeners, Catfish and the Bottlemen, Gerry Cinnamon e DMAs è che i fan cercano la next big thing, la prossima grande novità. Per i suoi fan Liam era gli Oasis: componi le canzoni giuste con lo spirito giusto e la porta è spalancata.
Come era avvenuto per il suo debutto, canta con un rinnovato vigore, assente nel decennio precedente. La sua voce sembra oscillare tra due modalità: emotivamente tenera e emotivamente agitata. Molte di queste canzoni parlano ovviamente di Noel. Chi altro potrebbe cantare con un tale ringhio la glam rock Shockwave, con il suo testo sulle pugnalate alle spalle? E chi altro potrebbe cantare con tale vulnerabilità, appena dopo in scaletta, la cadenzata One of Us, con un verso che fa: “ti comporti come se fossi smemorati, dicesti che avremmo vissuto per sempre”? La chiave è il modo in cui Liam presenta la complessità dei rapporti con tale semplicità.
Raramente Liam ha cantato meglio di così e le canzoni si adattano perfettamente. Once è un inno lento che suona come Richard Ashcroft dell’epoca Urban Hymns che riscrive All Around the World e, con la sua orchestra incombente e l’immaginario fatto di pistole cariche, la traccia che dà il titolo all’album, Why Me? Why Not., potrebbe essere la sigla di James Bond. Gone sarebbe la sua cugina per i titoli di coda, dato che ricorda la grande strimpellata di D’You Know What I Mean? prima di virare delicatamente su un fantastico finale dalla sfumatura gospel.
La migliore di tutte è Now That I’ve Found You, che, sciolta e con un groove da pop rotolante, parla di come Liam abbia riparato la relazione con la figlia Molly. Il ritornello è incoraggiante e speranzoso: quando Liam fa sul serio, la sua voce è una cosa potente. I momenti più rock non sono mai pesanti pesanti, anzi, procedono spediti con la resa velenosa di Liam che li solleva.
È un disco che ha una o due canzoni di troppo. Misunderstood, per esempio, è una ballata acustica con archi come ce ne sono troppe e sembra che Glimmer, che si muove dolcemente, sia alla fine non per dare al disco una gloriosa chiusura, ma perché il quattordicesimo posto in scaletta è un posto decente in cui nascondersi.
A parte questo, però, Why Me? Why Not. è un trionfo, un disco che dimostra come As You Were non era un colpo di fortuna e che Liam Gallagher si è davvero rimesso in carreggiata per bene e ora è ufficialmente un grandissimo artista solista contemporaneo. Date un’occhiata ai concerti e vedrete ragazzi che canteranno i testi di queste canzoni con lui. La voce dell’ultima generazione è voce anche di questo. Perché lui? E chi altro se no?
Niall Doherty, Q
Tracce da ascoltare: Now That I’ve Found You, Why Me? Why Not., Invisible Sun.
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Quando sale sul palco per un concerto, Noel Gallagher ha con sé un bagaglio pesante. Dentro ci sono dieci anni passati a togliersi di dosso un’etichetta, quella di ex Oasis, ma anche l’orgoglio di aver definito il suono del Brit-pop, e poi i desideri dei fan nostalgici, le liti, le frecciate e le incazzature con Liam, e un carattere ombroso che da sempre è il suo marchio di fabbrica. Il pubblico del Pistoia Blues lo sa, si presenta in piazza Duomo per mettersi faccia a faccia con un simbolo del rock inglese degli ultimi venticinque anni, ma anche per ripassare insieme a lui i pezzi scritti e cantati dopo la fine della band. Tutti si aspettano i flashback, sanno che ci sarà modo di cantare “Don’t look back in anger” a squarciagola, magari pensando ai cori spontanei dopo l’attentato di Manchester, che hanno trasformato quella canzone in una specie inno laico.
Noel arriva puntualissimo con i suoi High Flying Birds e comincia con l'attacco percussivo di “Fort Knox”, uno scossone che valorizza il lavoro di backing vocal della corista. La prima coloritura soul emerge quando trombone e tromba spingono su “Holy Mountain”, anche se il suono un po' impastato limita la riuscita dei primi pezzi. Noel si sgola per dare energia a “Keep On Reaching”, e le prime aperture melodiche vere arrivano sul refrain di “It’s a Beautiful World” e di “She Taught Me How To Fly”, con una batteria post punk a far marciare il pezzo.
Mentre i tecnici sono alla ricerca dei livelli migliori, Noel chiede "Ci sono fan degli Oasis?". Il pubblico esplode in uno scontato sì e lui scherza stupito: "Siete fan degli Oasis? Allora questa è per voi" e spara il suo ultimo singolo, “Black Star Dancing”.
Dopo “Rattling Rose” alla chitarra folk, la gag si ripete per “Dead In The Water”, con dose doppia: "Oasis fans, this fucking song is for you". Quando un pezzo degli Oasis arriva davvero, “The Importance Of Being Idle”, naturalmente lui non lo annuncia, ma i fan cominciano a canticchiare illuminando la piazza con i telefonini cattura-ricordi, come faranno poco dopo per “Little By Little” e “Whatever”.
“The Masterplan” parte piano con l'intimità degli accordi iniziali e poi si allarga nell’ennesimo refrain stregato. Prima di “Half The World Away” Noel chiede se c'è nessuno arrivato da Manchester. Un tiziorisponde di sì, lui dà un’occhiata e chiosa: "Fuck! You're not from Manchester", e poi sogna una fuga dalla sua città, come faceva in quel ‘94 in cui cominciò tutto.
L'apoteosi sta per arrivare: l'assaggio è “Wonderwall”, salutata con boato fin dal secondo accordo. “Stop Crying Your Heart Out” è dedicata a uno spettatore della prima fila e cantata da tutta la piazza, con i fiati che aggiungono sostanza all’attacco minimalista.
Dopo un primo "ciao" a cui non crede nessuno, arrivano i bis, e c'è spazio per un'ultima incursione nel repertorio solista con “AKA... What A Life”.
Poi, prima dell'omaggio ai Beatles con “All You Need Is Love” che manda tutti a casa, quel coro che non poteva mancare arriva liberatorio, scaccia via le angosce di un decennio e prova a smaltire mille sbornie: “Per favore non mettere la tua vita nelle mani di una rock band, che te la butterà via” e infine “Don’t look back in anger. Non guardare indietro con rabbia. Almeno non oggi”.
Lorenzo Mei
Scaletta
Fort Knox
Holy Mountain
Keep On Reaching
It's a Beautiful World
She Taught Me How to Fly
Black Star Dancing
Rattling Rose
Dead in the water
The Importance of Being Idle
Little by Little
Whatever
The Masterplan
Half the World Away
Wonderwall
Stop Crying Your Heart Out
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AKA... What a Life!
Don't Look Back in Anger
All You Need Is Love
(rockol.it)
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Quarta serata dedicata al re del 'Britpop', Noel Gallagher, per la quarantesima edizione del Pistoia Blues, il festival musicale in corso da venerdì nella piazza principale della città toscana.
Il maggiore dei fratelli Gallagher è salito sul palco di piazza Duomo in perfetto orario alle 21.30 con i suoi High Flying Birds collettivo musicale che lo accompagna nella seconda vita da cantante solista, dopo la fine della storica esperienza con gli Oasis. Dopo la breve comparsata sul palco romano del primo maggio, quello di ieri sera è stato il primo vero concerto di Gallagher in Italia per il 2019, oggi la popstar si esibirà a Mantova nell’ambito del festival Arte & Musica. Vestito con abiti scuri su un palco allestito in modo spartano, che non lascia spazio a niente che non sia la musica, Noel scalda subito la piazza intonando Fort Knox, opening track di 'Who Built the Moon?' ultimo album della band uscito nel novembre 2017.
Prima di lui ad aprire la serata del Pistoia Blues i Ramona Flowers, una delle band di punta della nuova scena indipendente britannica, guidata dal frontman Steve Bird. Ma la vera star della serata non può che essere Gallagher, uno degli artisti inglesi più amati di sempre e uno degli autori più talentuosi, vera e propria icona degli anni '90. Dopo i trionfi ottenuti con gli Oasis, Noel Gallagher ha fatto sognare i suoi fan con tre album da solista, protagonisti della performance pistoiese di fronte a 3.500 spettatori. Noel rivolge pochissime parole al proprio pubblico, mentre i fan approfittano degli intervalli tra una canzone e l’altra per intonare cori e richiamare l'attenzione della star. Dietro Gallagher soltanto uno schermo su cui sono proiettate immagini in pieno stile anni '90.
Nella prima parte del concerto il re del Britpop regala al pubblico una carrellata di brani come Holy Mountain, il primo singolo dell’ultimo album, ma anche Keep on Reaching, Black star dancing e She taught me how to fly tutte provenienti dall’esperienza musicale maturata con gli High Flying Birds. Poi accade l’inevitabile: l’attualità lascia spazio alla storia. Gallagher cambia registro sulle note di The Importance of Being Idle, la prima canzone dell’indimenticata rock band fondata dai fratelli Gallagher. Da qui parte una serie di brani degli Oasis, da Little By Little, suonata con un arrangiamento che fa impazzire i fan, ad Half the World Away, passando per la mitica Wonderwall e Don't Look Back in Anger che rappresentano il momento più alto ed emozionante della serata.
Dopo circa un’ora e mezzo, e 17 canzoni, Gallagher si congeda dalla platea di Pistoia, rimasta incantata di fronte alla voce e alla presenza scenica della popstar inglese. Non prima però di aver intonato la cover dei Beatles All You Need Is Love con cui dallo scorso anno Noel si diverte a chiudere i suoi show. Oggi Pistoia si riposa, riprende fiato, in attesa, mercoledì 10 luglio, di ascoltare Ben Harper e i suoi The Innocent Criminals che chiuderanno questa 40esima edizione del festival.
(La Gazzetta di Parma)
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Per fortuna le occasioni per vedere il nostro The
Chief dal vivo non stanno mancando negli ultimi mesi. Esattamente un
anno fa raccontavo la sua performance al Noisy Naples Fest, di cui era
uno degli headliner. Una serata che definire magica è davvero riduttivo.
È seguito il concertone del Primo Maggio di Roma e lo “scherzetto”
della pubblicazione del primo singolo del nuovo EP nella mezzanotte
successiva, anziché presentarlo in esclusiva per il pubblico italiano.
Ma noi lo abbiamo perdonato e ieri sera eravamo di nuovo ai suoi piedi,
alla corte di Noel Gallagher. Atteso dai nostalgici degli Oasis, dai
seguaci della scuola Beatlesiana fino ai moderni amanti del mondo dei
primi Depeche Mode, Noel Gallagher è davvero per tutti.
Noel Gallagher’s High Flying Birds al Pistoia Blues
Fresco di pubblicazione del primo dei tre EP previsti in uscita entro l’anno – Black StarDancing – The Chief in full band (anche se mancava la “ragazza con le forbici”,
come ama chiamarla Our Kid Liam) nel nuovo assetto elettronico del suo
lavoro, Noel Gallagher compare sul palco in perfetto aplomb inglese.
Silenzioso, nemmeno una parola, solo una chitarra e quei “quattro accordi” che hanno scritto la storia della musica degli anni ’90. Fort Knox è il brano che tradizionalmente Sir Gallagher usa per rompere il ghiaccio, e cavallo che vince non si cambia.
“Hey hey
Continuo a resistere
A tenere duro…
Devi riprenderti
Devi riprenderti
Devi riprenderti…”
Ripete con un certo impeto il mancuniano ed
eclettico artista e la cosa crea in me un certo disorientamento. La
musica ti salva la vita, inizia a parlare al tuo posto, riuscendo
addirittura ad azzeccare momenti e situazioni. Un mese e mezzo fa
scrivevo la mia tesi di master dedicandola proprio a The Chief (oltre
che ad Amerigo Vespucci) riconducendolo all’inizio di tutto. Quando una
passione riesce ad entrarti dentro, sa anche cosa dire quando tu stai
per mollare. E lui da li sopra, quasi indicandomi ha detto “Devi Riprenderti”,
perché in fondo che sia io poco conta, che il fuoco della passione deve
essere il motore delle nostre vite invece è essenziale.
Secondo brano, come la stessa posizione nell’album che lo contiene – insieme al precedente – è Holy Mountain,
alla “sacralità” appunto dei suoi oscuri riff di chitarra da cui sembra
non volersi proprio staccare. Al momento dell’uscita del disco “Who Built The Moon?”
colpì la scelta di non lanciare come primo singolo la title track, ma
questo brano, una scelta che Noel ha motivato come affettiva: prima
canzone scritta con il suo produttore e brano preferito dei suoi figli.
Insomma, nonostante sul palco sembri così eccessivamente concentrato ed
imbolsito, Sir Gallagher nasconde una profonda anima sensibile e
sentimentale (ragazzi lui è l’autore di
Wonderwall, che insieme a La Cura di Battiato, sono le colonne sonore di
almeno un amore di ognuno di noi…). C’è un salto di un brano dall’ultimo album, per arrivare alla volta di It’s A Beatiful World,
caratterizzato dai suoi temi ambientali, che ci pone da sempre
l’interrogativo su quale sia il destino del nostro mondo, forse quello
di tornare da “chi ha costruito la luna”? L’ordine perfetto dell’album prosegue con She Taught Me How to Fly che chiude la fase Noel ex Oasis, per catapultarci poi in una discoteca a cielo aperto con la coinvolgentissima Black Star Dancing,
title track dell’EP appena pubblicato, e brano che rompe con la
tradizione brit pop di cui The Chief è il capostipite ed un new entry
rispetto alla scaletta delle precedenti date di questo tour, Rattling Rose.
Mi approccio a questi due brani in maniera un po’ scettica, riusciranno
The Chief e i suoi a rendere elettronico un set così acustico? Ma Noel
può tutto, anche grazie al fidato Gem Archer che – col piedino sulla drum machine – rende il tutto perfettamente organico e ben riuscito.
Altro grande classico è Dead in The Water, brano
che ho imparato ad apprezzare ascoltandolo dal vivo lo scorso giugno e
che ricollego sempre alla potenza dell’acqua, da dove noi proveniamo. La sera del primo ascolto
live di questo brano era il compleanno del ragazzo con cui uscivo –
mollato da li a poco per inseguire una chimera – e i nostri incontri
sono sempre stati al mare. Ho sempre amato il mare, ho sempre pensato
che la linea dell’orizzonte così irraggiungibile, che più avanzi per
inseguirla più essa si allontana spostando il confine tra te e tutto
quello che puoi toccare, sia la metafora perfetta di come bisognerebbe
vivere, non accontentandosi e spostando sempre più avanti l’asticella
dei propri sogni. E forse ho a cuore questo brano per questo motivo, la
scelta – anche in quella circostanza – di non farmi bastare il poco e di
meritare il tanto e per il mare, che resta comunque il filo rosso di
quelle settimane.
Vi sembra abbastanza come racconto della preponderanza di Noel Gallagher nella mia vita? No, ancora non siamo arrivati al momento che tutti noi attendiamo: la mezzora nostalgica dei capolavori targati Oasis.
Un inizio affidato a brani che vedono Noel come unico protagonista, una
setlist che sbatte subito in faccia ai presenti la carriera solista del
grande dei Gallagher, quasi a ribadire che lui è qualcosa di solido anche dopo gli Oasis.
Quando mi fermo a riflettere sul perché certi artisti hanno bisogno di
rinnegare il loro brand di fabbrica per dare un taglio nuovo alla
propria arte e se il rischio di mandare tutto il successo del passato in
fumo per un passo falso, un eccesso di megalomania, mi ricordo sempre
di quando scrivevo i primi articoli alla fine del liceo, a rileggerli
quindici anni dopo provo sicuramente tenerezza, ma non mi riconosco in
vocaboli, sintassi, semplicità dei contenuti. È come quel vestito che
hai nell’armadio, di cui eri follemente innamorata, che dopo anni di
utilizzo, a provarlo oggi ti sembra un sacchetto dell’indifferenziato.
Sono sicura che Noel non paragoni le sue iconiche canzoni a del pattume,
ma ad uno che ha interrotto un tour a due date dalla fine (per
quanto ti ami, non ti perdonerò mai di avermi negata la possibilità di
vedervi per la prima volta dal vivo a Milano, a due giorni dal concerto), decidendo di lasciare il gruppo, puoi mai chiedere se ha paura di toppare?
Un tuffo nel passato: le hit degli Oasis
A proposito di digressioni sul passato, ecco il momento amarcord. The Importance of Being Idle, quinto brano del penultimo album della band (Oasis) “Don’t Believe The Truth”
è il gancio perfetto per passare dai successi solisti ai grandi
classici del gruppo di cui era fondatore e mente. Questo brano rientra
già nella fase più adulta della band, cantato anche ai tempi da Noel e
non dalla graffiante quanto profonda voce del reale frontman, Liam.
“Non posso farmi una vita se il mio cuore non è pronto”
È questa la frase che ho sempre amato in questo
brano. Se è vero che il cuore è come il biscotto della fortuna, che devi
romperlo per vedere cosa c’è davvero dentro, è anche vero che ha una
serratura e se questa è occupata da un sentimento, è inutile forzare
l’ingresso di una nuova chiave (pensiero), essa non entrerà. Avevo
sedici anni nel 2005, quando questa canzone fece il suo ingresso negli
scaffali dei negozi di dischi, prima che nel mio mp3. Nessuno mi aveva
ancora spezzato il cuore, ma questo l’ho capito dopo. Eppure i piccoli
rifiuti, le piccole attenzioni mancate, lo sguardo non incrociato del
più bello del liceo sembravano fare così male, bruciare così come il
limone su una ferita, e lo sport ufficiale dei tempi sembrava davvero
essere quello di forzare la serratura pur riconoscendone l’impossibilità
di ciò. Noel era molto più adulto di me quando ha composto questo e ad
oggi questa frase la sento ancora più mia, ed è forse questo il motivo
per il quale ho trattenuto il fiato, respirato a pieni polmoni l’aria di
questa notte e ammesso a me stessa che i sentimenti non hanno un
pulsante di on/off, e che Sir Gallagher ha – di nuovo – ragione.
Nella cronologia artistica a ritroso è la volta di “Heathen Chemistry”,
che lo scorso primo luglio ha compiuto diciassette anni e che abbiamo
festeggiato con voi, album omaggiato con la celeberrima Little By Little.
Un brano che non molto tempo fa ho dichiarato essere la colonna sonora
della mia vita. Poco a poco, passo dopo passo. Ad ogni incrocio col
destino.
“Poco a poco
i desideri della tua vita sono lentamente diminuiti
poco a poco
devi dare tutto in tutta la tua vita
e ogni volta mi chiedo perché
sei veramente qui”
Se finora tutti i brani in ascolto nascono già dalla voce di Noel, non è questo il caso delle prossime due: Whatever in combo con The Masterplan.
Esse sono sicuramente marchiate dalla timbrica di Liam, eppure
nell’arrangiamento proposto dal Chief, la sua voce riesce quasi a far
dimenticare la versione originale (peraltro quella di Whatever non è mai
stata pubblicata in alcun album, grande escluso di What’s The Story Morning Glory non troverà spazio nemmeno negli album del futuro) per anni propinataci anche dal centralino della Vodafone.
Finalmente è arrivato il momento della “mia” canzone, Half The World Away.
Lo scrivevo sui miei social qualche giorno fa: gli Oasis mi hanno
rovinato la vita, riuscendo ad incasellarsi a perfezione nei miei stati
d’animo, o me l’hanno salvata, in quei momenti così bui in cui fare la
più grossa delle cazzate sembrava l’unica soluzione, quando le crisi di
panico prendevano il sopravvento e ascoltarli risultava più efficace che
soffiare in un sacchetto.
Wonderwall e Stop Crying Your Heart Out: due hit senza tempo
La cosa che mi fa più sorridere e compiacere per la bellezza di eventi come questo del Pistoia Blues
è la stratificazione del pubblico. In mezzo a una buona fetta di
persone che i mancuniani Gallagher li ha visti anche più volte insieme
dal vivo, c’è una buona percentuale di ragazzi che quando queste canzoni
hanno visto la luce ancora non erano nati. Forse la vera potenza della
musica resta ancora questa, rompere le barriere di età, ceto sociale o
nazionalità e unire tutti in un solo coro, quello del brano del cuore.
Noel, finora molto composto (dove sei finito ragazzaccio della periferia britannica?) accenna un sorriso sornione al suo pubblico dicendo: “questa la conoscete?”, ed è il momento della blasonatissima Wonderwall.
La storia di questo brano, che parla di un ragazzo così innamorato
della sua donna da incitarla dopo che lei ha perso il lavoro a non
mollare, definendola “il muro portante” della sua vita. Guardo il
telefono, lo prendo nell’intento di mandare un audio con questa canzone
ad una persona. Deve essere bello quando quella frase arrivi ad una
persona. Non a tutte. A una. Lo riposo, stasera non c’è spazio per
nessun altro, siamo solo io e Noel. Il mondo fuori può aspettare, al di
la di queste note. Segue Stop Crying Your Heart Out, che avrebbe
meritato molto più spazio nella mia vita in questi anni, che è sempre
stato recluso nel cassetto delle canzoni “che conoscono tutti”, come se
l’essere pop(olare) fosse un difetto, un deficit di fabbrica. Una piazza
intera stretta in coro sulle note dell’iconica doppia voce che
simbolizza il dialogo fra qualcuno che sta mollando e una persona amata
che lo incoraggia a tenere duro.
Dopo un apparente fine concerto, la ricomparsa sul palco della band di Noel Gallagher è targata ritorno al futuro con Aka… What a Life!; a chiudere il momento best ’90s è Don’t Look Back in Anger con in coda il classico omaggio ai Beatles con All You Need Is Love. Grande assente l’ultima creatura di Noel “Sail On”, ma sarà questa la scusa buona per ritornare in Italia nei prossimi mesi solo per farcela riascoltare?
La musica non è solo un’attività artistica ma è
anche e soprattutto una forma di comunicazione in grado di evocare e
rinforzare le emozioni. La
musica possiede un grande effetto evocativo, è in grado di entrare in
contatto con la nostra sfera più intima in modo del tutto naturale. L’importanza di un singolo artista nelle nostre vite gli esperti lo descrivono con una frase: “L’incontro, attribuito al caso, viene spesso presentato come un momento fondamentale che ha aperto una nuova vita”.
Fan non si nasce, lo si sceglie e poi lo si
diventa. E Noel Gallagher riesce a ricordarmi ogni volta, che ho fatto
proprio la scelta giusta.
Fabiana Criscuolo
(insidemusic.it)
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È la suggestiva cornice di Piazza del Duomo ad accogliere il ritorno in Italia di Noel Gallagher e dei suoi High Flying Birds, in occasione del quarto appuntamento del Pistoia Blues 2019, previsto per la serata dell’8 luglio.
Nella celebre venue toscana, ai piedi dell’imponente campanile,
inizia a radunarsi la prima schiena di fan, non appena arrivato il “via
libera” dell’apertura dei cancelli, nel tardo pomeriggio. Con mia grande
sorpresa, lo “zoccolo duro” della transenna e delle file immediatamente
successive è composto da ragazzi che non superano, di sicuro, i
venticinque anni. La dimostrazione che, da una parte, l’impronta degli Oasis ha suggellato (e continua a farlo)
anche le generazioni a venire, a partire dai gloriosi anni Novanta;
dall’altra, che la nuova e più personale direzione musicale intrapresa
dal maggiore dei fratelli Gallagher ha trovato un suo
terreno fertile, finalmente, nel presente. E poi i nostalgici che
sfoderano le vecchie maglie della band, famiglie, coppie di mezza età
che forse si sono innamorate su quelle canzoni prevenienti da
oltremanica, amici di lunga data del fan club e persino una
rappresentanza di tifosi del Pistoia che ricreano una familiare
atmosfera da stadio. C’è tutto. Ci siamo tutti.
Alle 21.30, puntualissimo, Noel Gallagher sale sul palco, capitanando
tutto il gruppo di musicisti affianco a lui e alle sue spalle.
Abbracciata la Fender bianca, in contrasto cromatico con l’elegante mise
total black, il set si apre sulle note magnetiche di Fort Knox. Alla traccia d’apertura dell’ultimo disco Who Built The Moon?, seguono in perfetto ordine di tracklist, Holy Mountain, Keep On Reaching, It’s A Beautiful World e la super radiofonica She Taught Me How To Fly. La miscellanea di sound e di arrangiamenti, la presenza dei fiati, il talento della corista YSEE come voce complementare e le cinque corde del fido Gem Archer trasportano il pubblico in una dimensione parallela, come uno dei paesaggi surreali della copertina del disco.
“Ci sono fan degli Oasis qui?” – boato – “Questa canzone è per voi”. Un’introduzione che spiazzato l’intera piazza ai primi accordi di Dead In The Water, appartenente al repertorio più recente dello Chief. Una ballata la cui versione ufficiale è quella registrata live at RTÉ 2fm Studios di Dublino e qui riproposta nella sua essenza: chitarra, voce impeccabile ed emozioni.
Un’anticipazione, in realtà, della sezione forse più attesa, quella dedicata ai successi degli Oasis. Su Little By Little i 3500 presenti esplodono in un applauso per poi cantare a memoria ogni singolo verso. Accade lo stesso con la dolce Whatever, mentre qualcuno vicino a me, all’annuncio di The Masterplan, afferma: “Ok, adesso si piange!”. A Manchester e a chi è giunto direttamente dalla città inglese è dedicata Half The World Away, metà di quel mondo che scompare all’inconfondibile intro di Wonderwall, il capolavoro del 1995
che Noel Gallagher canta in modo del tutto personale, quasi parlato. Ci
sono migliaia di voci ad accompagnarlo, una per ogni ricordo che questo
classico porta con sé, una per ogni foto, certezza, rimpianto attaccati
alla parete delle meraviglie. C’è chi si abbraccia, chi piange. E
proprio alle lacrime di un fan in prima fila, Chris, l’artista dedica Stop Crying Your Heart Out, per un’apparente chiusura da brividi.
Se, nell’encore, AKA… What A Life! si trasforma in un inno al Manchester City,
le cui sciarpe e maglie sventolano come bandiere tra i sostenitori, le
pennate decise sull’acustica dipingono i contorni di quello che sarà il
gran finale. È la volta di Don’t Look Back In Anger, del coro di “so Sally can wait”,
del monito di non affidare il proprio cuore a una rock band e della
consapevolezza di caderci sempre. Perché, in fondo, quello che torna
indietro è qualcosa di positivo, che conforta e unisce. L’ha
sottolineato anche Noel, scegliendo All You Need Is Love dei Beatles per salutare il pubblico italiano, definito il migliore di tutti. Un saluto, un “arrivederci”, un “grazie”
nel sorriso accennato che racchiude tutta l’emozione, tutta la
riconoscenza verso chi è, ancora, lì davanti ad applaudire. E non
servono altre dichiarazioni per lui che, scrivendo la canzone d’amore
per eccellenza, non mai menzionato l’amore come termine. Perché oltre
ogni “ti amo”, ci sono due parole che, insieme, hanno un immenso potere.
“After all”. Dopo tutto.
Laura Faccenda
(onstageweb.com)
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Arriva nelle Langhe il tour mondiale dell’ex leader degli Oasis: tra
storici successi e nuove canzoni del suo secondo album da solista, il
più giovane dei fratelli Gallagher ha anche dedicato al pubblico
italiano una versione speciale di Wonderwall
Microfono inclinato verso il basso, braccia dietro la schiena, occhiali
da sole, giubbotto in perfetto stile Oasis (già indossato al Festival
di Glastonbury lo scorso 29 giugno) e quel particolarissimo timbro di
voce, quasi trascinato: Liam Gallagher e il suo inconfondibile carisma
british restano immutati al passare del tempo. Anzi, sono tornati, sul
palco, ancora più forti rispetto agli Anni Novanta.
Tanti successi - vecchi e nuovi - per la prima data del tour
La conferma che il tempo, per il più giovane dei Gallagher, sembra non
essere passato, è proprio il concerto di Barolo, una prima volta per il
cantautore di Manchester, che inaugura nella cittadina patrimonio
dell’Unesco un tour che lo porterà in tutto il mondo. Un piccolo centro
che, per una sera, diventa il centro di quel brit pop, intramontabile,
che ha animato le scene musicali di un periodo che difficilmente può
essere dimenticato. Lo aspettavano da tempo questo concerto, i suoi fan.
Che conoscono ogni nota di ciascuna canzone, comprese quelle dei
singoli Shockwave e The River, brani del nuovo album Why me? Why Not,
annunciato il 12 giugno e in uscita il 20 settembre. E che arriva dopo
due anni di silenzio che seguirono l’uscita del suo primo fortunato
debutto da solista con il disco As You Were del 2017. È inutile, però:
quando Liam canta i vecchi successi, proprio quelli di una band di nome
Oasis, come lui spesso la definisce durante il suo concerto, la musica
prende un’altra strada. Da Rock’n Roll Star a Morning Glory, passando
per Slide Away e Roll with it e Cigarettes & Alcohol, con qualche
riferimento alle nuove canzoni, che descrivono al meglio il suo stile,
che non cambia mai.
La dedica al pubblico italiano
La magia
del concerto, però, diventa estremamente forte quando si sentono le
prime note di Wonderwall, successo targato Oasis, pubblicato nel 1995.
Ed è proprio in quel momento che, ancora una volta, Liam Gallagher
stupisce i suoi fan, con una versione-dedica: “There are many things
that I’d like to say to you but…I don’t speak Italian", dice guardando i
presenti che, quasi increduli, continuano a cantare. E lo continuano a
fare anche quando, dopo una brevissima pausa e il timore che il concerto
si fosse già concluso, Liam e la sua band si ripresentano sul palco per
la conclusione, in bellezza, della serata: tocca alle note di Champagne
Supernova salutare e dare l’appuntamento al prossimo concerto. Con la
stessa magia, lo stesso carisma e lo stesso rock ‘n roll di stampo Oasis
che, nonostante il tempo, fanno di Liam Gallagher un riferimento,
musicale, per tante generazioni. Passate e future. Definitely (maybe). La scaletta del concerto
Manchester City Champions Chant Fuckin' in the Bushes (Oasis song) Rock 'n' Roll Star (Oasis song) Morning Glory (Oasis song) Wall of Glass Greedy Soul For What It's Worth Shockwave Columbia (Oasis song) Slide Away (Oasis song) Roll With It (Oasis song) Bold Universal Gleam The River (Live Debut) Cigarettes & Alcohol (Oasis song) Wonderwall (Oasis song) Supersonic (Oasis song) Champagne Supernova (Oasis song)
(SkyTg24.it)
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Liam Gallagher sa come alleviare la nostalgia
di Cristina Torti
Our Kid arriva sul palco con occhiali da sole e parka a quadrettoni,
lo stesso con cui pochi giorni fa è salito sul Pyramid Stage del
Glastonbury Festival di fronte a qualcosa come centocinquantamila
spettatori. Come sempre asciutto, non esattamente empatico, ma con un
carisma invidiabile ed una voce inconfondibile attacca con Rock &
Roll Star (e la sudatissima ed iperaccalcata folla di fan non aspettava
altro). In fondo al palco, del resto,
campeggia l’ormai immancabile scritta “rock & roll” che Liam
abbraccia e riabbraccia durante tutto il live. In scia arriva Morning
Glory, un altro evergreen della band più uncorrect d’Inghilterra.
D'altronde, quando hai fatto parte di una band come gli Oasis, implosa
sotto il peso di una guerra fratricida, hai due scelte: quella di
portare avanti il baluardo della tua storia oppure quella di cambiare
del tutto direzione. Liam ha scelto la prima e porta sul palco una
versione 2.0 degli Oasis, senza Noel, sì, ma comunque fedele
all’originale. E gli riesce bene, dannatamente bene: è quello che vuole
il suo pubblico ma è anche quello che vuole lui e proprio come allora si
lascia andare a quel gioco di mosse e sguardi che tre decadi fa lo
hanno reso l’uomo più influente del rock inglese anni novanta.
Wall of Glass, Greedy Soul, Bold, For What It’s Worth arrivano una
dietro l’altra per poi lasciare spazio al riff alla T-Rex di Shockwave
(settimo pezzo in scaletta). “It’s coming round like a shockwave”, canta
Liam nel primo singolo estratto dal nuovo album in uscita il 20
settembre a cui seguirà un altro tour in giro per l’Europa che farà
tappa in Italia in inverno per due date (il 15 febbraio al Palazzo dello
Sport di Roma e il 16 al Mediolanum Forum di Milano). «C’è qualcuno di
Manchester, il centro dell’Universo?», chiede a quelle che definisce più
volte beautiful people. I settemila rispondono con “Liam! Liam!” che
risuona nella piazza piemontese con una potenza degna di una finale tra
il City e lo United. Perché si tolga gli occhiali da sole deve calare il
buio che arriva su Columbia. Un’ora e mezza di live, diciasette brani
in scaletta di cui ben dieci tratti dal repertorio dei classici degli
Oasis e il finale ne vede ben cinque di fila (Cigarettes & Alcohol,
Wonderwall, Supersonic, Lyla e Champagne Supernova) che arrivano come
fosse un antidoto alla nostalgia da Oasis. E funziona. Eccome se
funziona.
Barolo (CN), centro delle Langhe. Città famosa in tutto il mondo per i suoi vigneti, per le sue colline e per il suo vino. Da ieri, città famosa in tutto il mondo per aver ospitato il più bel concerto di Liam Gallagher sul patrio suolo.
Calda serata ieri in Piemonte ma tutto sommato la brezza che soffiava da nord ha creato un giusto microclima che non sempre si trova quando si presenzia ai concerti ‘in piazza’. Pressoché, già alle ore 20:00, piazza Colbert era piena mentre sul palco Nic Cester – bravissimo! – apriva la serata del Collisioni AgriFestival 2019. Intorno alle ore 21:30 sarà la volta di Liam Gallagher alle prese con la sua seconda data italiana dopo quella del Medimex di Taranto.
Puntuale come un orologio svizzero lo show comincia mentre la piazza esplode in un urlo disumano. Il popolo dei nineties, di quelli che amano gli Oasis e di quelli che hanno conosciuto Liam da poco si unisce in un boato che accompagna il coro del Ethiad Stadium nel celebrare la vittoria della Premier League del Manchester City.
Fuckin’ in the Bushes introduce l’ingresso della band e, poi, l’arrivo sul palco di Our Kid in divisa d’ordinanza. Normalmente, un cantante di fama internazionale, avrebbe esordito con un “Ciao Italia” o qualcosa di simile ma, lo sappiamo, Liam Gallagher non è un cantante ‘normale’, lui è uno ‘stronzo’ a cui piace stare antipatico e allora, qualche mimica, e poi via con la musica. Il viaggio comincia con Rock ‘n’ Roll Star, uno dei più grandi successi degli Oasis, che scalda il pubblico che, a sua volta, non perde occasione di farsi carico della parte coreografica.
Il concerto prende subito una piega che lascia intendere quale sia il pedigree di Liam che, perennemente in bilico tra passato e futuro, riesce a disegnare un presente che piace a tutti; quelli che c’erano e anche a quelli assenti.
Come si fa a non cantare Morning Glory? E’ talmente bella da fare tutt’uno con Wall Of Glass il bellissimo singolo dell’album d’esordio As You Were. Passato e presente si incontrano nell’attesa che anche il futuro si delinei in maniera chiara. Dovremo aspettare ancora prima che Our Kid ci regali Shockwave e The River perché prima arrivano Greedy Soul, Bold e For What It’s Worth in versione semi-acustica. Ed ecco che Liam – cazzo, parla anche lui – introduce Shockwave che, dal vivo, è una vera bomba!
Scusate, dove diavolo sono? Qualcuno ha dell’acqua per bagnarmi la testa? Credo di non sentirmi bene. Proprio quando penso di andarmene a terra come un sacco di iuta vuoto arrivano tre note che mi danno la stessa scarica di un defibrillatore. Sono le prime tre note di Columbia e tutto sembra tornare al 1994 quando eravamo giovani e belli, con tanti capelli e con tanta voglia di spaccare il mondo.
Il seguito è un turbinio di emozioni che incocciano nel coro senza fine di Slide Away e nell’urlo disumano di Roll With It. Gli Oasis ci hanno condizionato la vita, c’è poco da stare lì. Ho parlato con quattro persone che erano lì accanto a me e tutti hanno confermato questa mia teoria. Pausa riflessione con Universal Gleam, francamente una delle canzoni di As You Were che non amo, ed ecco il secondo salto nel futuro: The River. Che bella canzone!!!! Ma non c’è spazio per l’immaginario perché Liam è in dirittura d’arrivo e sa che tutti siamo lì in attesa dei pezzi storici. Niente Three, Two, One ma solo un freddo “This is an Oasis song titled Cig&Alc”. Che antipatico di merda! Ma chi se ne frega, via a cantare!
Amici un momento. Immaginatevi una piazza, diecimila persone, una sola voce. Ci siete? Ora metteteci il ritornello di Wonderwall. Cosa avete ottenuto? Un delirio. Non aggiungo altro. Saluti – finti – di rito e la band sparisce! “Liam, Liam, Liam” il popolo del Collisioni non vuole che tutto finisca così; il papà che ha accompagnato le sue figlie al concerto si volta verso di me e mi dice: “Cazzo, ha spaccato fino adesso e mo’ se ne va!” tempo trenta secondi e parte la batteria che introduce un altro successone della band di Manchester, anzi Man-Cé-Ster per dirla con lo slang mancuniano, Supersonic! Poi è la volta di Lyla e infine, dopo aver ribadito che quella sarà l’ultima canzone della serata, Liam ci regala ancora una volta il palco e ci invita a cantare singalong uno dei pezzi più belli del decennio ’90: Champagne Supernova.
Concerto finito, la gente felice sfolla perché ha visto davvero la Supernova illuminare il cielo di Barolo. Grazie Liam perché, un’altra volta, ci hai regalato il sogno di essere ancora quelli che eravamo allora. Oggi si ricomincia da zero consapevoli di aver assistito ad un grande concerto che, in realtà, è stato molto di più di un concerto.
Setlist:
Manchester City Champions Chant
Fuckin’ in the Bushes
Rock ‘n’ Roll Star
Morning Glory
Wall of Glass
Greedy Soul
Bold
For What It’s Worth
Shockwave
Columbia
Slide Away
Roll With It
Universal Gleam
The River
Cigarettes & Alcohol
Wonderwall
BIS #1
Supersonic
Lyla
Champagne Supernova
Un paio di considerazioni a proposito del Festival Collisioni. Finalmente mi sono trovato di fronte ad un’organizzazione impeccabile sotto ogni aspetto. Parcheggi, navette, stand gastronomici, punti di ristoro, servizi igienici disseminati per tutto il paese e disponibili. Barolo e Collisioni hanno dimostrato che anche in Italia, in una location non propriamente adatta a certi eventi, se si vuole fare si può fare. Voto 10!
Un particolare saluto va all’amico Paolo, curatore del bellissimo blog MySpiace, che finalmente ho potuto conoscere dal vivo e scambiarci qualche parola a proposito di musica. Un ringraziamento a Michela, Paolo e Walter per la bellissima serata passata insieme. A loro va il mio augurio: “Alla prossima”.
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Il secondo protagonista del ventaglio di artisti internazionali vantato da Collisioni 2019 è stato niente poco di meno che: Liam Gallagher, ex co-leader degli Oasis, che nel 2016 ha intrapreso la carriera di solista.
Tanti i fan accorsi nella splendida Barolo per assistere al live e Liam non ha disatteso le aspettative; sin dalla prime note il musicista inglese ha conquistato il pubblico intonando le canzoni più amate e che si possono definire dei veri e propri inni generazionali in quanto suscitano sempre forti emozioni in chi li ascolta.
Liam si è presentato sul palco avvolto in un giubbotto (nonostante il caldo torrido) e nella sua consueta posa che lo vede immobile, con le mani unite dietro la schiena ed accompagnato dalla sua indole stupendamente arrogante che si percepisce ogni volta che lo stesso si rivolge al suo pubblico.
La scaletta studiata per la serata è perfettamente bilanciata tra pezzi del repertorio Oasis e canzoni del suo progetto da solista; tra i tanti brani proposti, ovviamente non poteva mancare il suo ultimo singolo Shockwave, primo estratto del suo nuovo album in uscita a settembre.
Un live quindi da incorniciare per Collisioni, che ha regalato a Barolo ed ai tanti presenti un’altra serata ricca di emozioni e ricordi.
Ci sono canzoni iconiche, che diventano veri e propri inni per determinate generazioni: una di queste è indubbiamente Wonderwall degli Oasis, e ieri sera sul palco del Medimex Liam Gallagher, già frontman della band, ha fatto sognare tutto il pubblico della Rotonda del Lungomare intonandola. Gallagher ha offerto un’ora e quindici di concerto, tra nuovi pezzi compreso Shockwave, uscito appena due giorni fa, e qualche perla degli Oasis, Morning Glory, Roll with it, Champagne Supernova.
Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall'accesa rivalità tra Oasis e Blur per la palma di migliore band del brit pop.
Un rivalità che a molti ha ricordato quella tra Beatles e Rolling Stones, entrambi numi tutelari dei loro giovani successori.
Mentre in realtà i rapporti tra Fab Four e le Pietre Rotolanti erano ottimi, basti pensare che Mick Jagger ha cantato nel 1963 I wanna be your man scritta dalla premiata ditta Lennon-McCartney, quelli tra i Blur e gli Oasis erano a dir poco burrascosi.
Tra i tanti diverbi, suscitò scalpore la dichiarazione di Noel Gallagher, che augurò a Damon Albarn di contrarre l'AIDS e di morire.
I due si sono riconciliati qualche anno fa in occasione di un concerto benefico al Royal Albert Hall per il Teenage Cancer Trust, organizzazione che aiuta i bambini colpiti da tumore, mentre sono ancora burrascosi i rapporti tra Noel e Liam.
Vista l’impossibilità di portare avanti il gruppo, i due litigiosi fratelli Gallagher si sono separati dal 2009 e ognuno porta avanti la sua carriera solista.
Liam Gallagher ha dato vita nel 2010 al progetto Beady Eye, ormai tramontato, del quale facevano parte Andy Bell, Gem Archer e Chris Sharrock, tutti ex Oasis.
Nel frattempo, il bad boy del pop è stato più volte al centro delle cronache extramusicali per le sue risse nei locali e le sbornie che l’hanno visto salire più volte sul palco in condizioni non ottimali.
Disastri pubbici ma anche privati, come il matrimonio con l'ex popstar Patsy Kensit naufragato dopo pochi mesi.
Visti i pessimi rapporti tra i fratelli Gallagher, appare davvero difficile una riconciliazione per dar vita a una seconda fase degli Oasis: "La questione della reunion è molto seria e non accetto che mi venga data la colpa" – ha detto Liam durante un’intervista a Radio X – "Noel se ne va in giro atteggiandosi come se gli avessi accoltellato il fottuto gatto ma la verità è che lui vuole suonare in una band solista, se la gente crede che la colpa sia delle mi frecciatine su Twitter non ha capito nulla. Le domande su un ritorno degli Oasis le dovete fare a Noel, è colpa sua".
Il convincente album As You Were ha segnato due anni fa l'inzio di una nuova fase della carriera del cantante.
Potenziato da una produzione contemporanea e carica di bassi, il brano ci presenta il suono di Liam da una nuova angolazione, pur mantenendo i tratti caratteristici che lo hanno reso un artista così tanto influente: potenti ondate di chitarre, melodie irresistibili, ritmi fragorosi e la sua voce accattivante.
Gli stessi ingredienti che hanno reso indimenticabile la seconda serata del Medimex di Taranto, dopo l'eccellente double bill di Cigarettes After Sex e Editors di venerdì.
Introdotto dal dj-set del più giovane dei fratelli Gallagher, l'inizio del concerto, alle 22.20, è davvero scoppiettante, con l'adrenalinica Rock 'N' Roll Star, canzone-manifesto della band inglese che mette subito in chiaro le coordinate sonore della serata, con un sound compatto e implacabile con il quale è impossibile rimanere fermi.
Morning Glory è un emozionante salto indietro nel 1995, quando uscì il disco più celebre degli Oasis, (What’s The Story) Morning Glory?, che è diventato, con 22 milioni di copie, il terzo album più venduto di sempre nel Regno Unito, preceduto solo dal Greatest Hits dei Queen e da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.
Wall of glass ha un'indiavolata ritmica punk, che si stempera nella strofa per poi riprendere vigore nel bridge.
Il pubblico mostra il suo apprezzamento per l'esplosiva performance della band con il coro da stadio "Liam, Liam".
Il cantante parla poco, ogni tanto saluta e ringrazia il pubblico, perchè tutto quello che ha da dire e da dare è tra le pieghe delle sue canzoni.
Uno dei momenti più rock e coinvolgenti dell'esibizione è stato il nuovo, recente singolo Shockwave, caratterizzato da una forte impronta blues, da una batteria impalcabile, da un'armonica deliziosamente vintage e da un'apertura armonica che più lennoniana non si può.
Tra i 16 brani in scaletta, bel 9 appartengono agli Oasis, quasi a riaffermare il suo ruolo di ambasciatore più credibile del repertorio del gruppo, soprattutto in un momento in cui il fratello Noel, con i singoli danzerecci Black Star Dancing e Rattling Rose, si sta dirigendo verso altri lidi sonori, più radio friendly.
Nei quattordici anni di carriera discografica, che va da 1994 al 2008, gli Oasis hanno venduto oltre 70 milioni di album nel mondo, con 22 singoli consecutivi nella Top Ten inglese, 7 album al primo posto, ma, più di tutto, hanno contribuito a definire una generazione, che si vestiva e si pettinava come i loro idoli.
Ciò che resta di un artista e di un gruppo, al di là delle doti tecniche e carismatiche, sono le canzoni, ed è innegabile gli Oasis ne abbiano fatte alcune davvero memorabili.
Lo hanno dimostrato ieri sera i capolavori Wonderwall e Champagne Supernova, cantante in coro, alla fine del concerto, dalle migliaia di persone che affollavano il main stage della Rotonda del Lungomare, in un momento di grande coinvolgimento emotivo che ha provocato diversi occhi lucidi tra il pubblico.
I fan degli Oasis oggi hanno superato i trent’anni, in alcuni casi anche i quaranta, lavorano e hanno dei figli, ma non hanno mai perso il piacere di ascoltare la musica della band di Manchester, che è stata la colonna sonora portante della loro adolescenza.
Canzoni che, come tutta la grande musica, non invecchiano mai e che, come un tesoro prezioso, vengono tramandate da padre in figlio.
La scaletta del concerto di Liam Gallagher al Medimex di Taranto (8/6/2019)
Rock 'n' Roll Star
Morning Glory
Wall of Glass
Greedy Soul
For What It's Worth
Shockwave
Columbia
Some Might Say
Soul Love
Universal Gleam
Lyla
Cigarettes & Alcohol
Eh La
Wonderwall
---encore---
Roll With It
Champagne Supernova
Oggi l'ultima serata del Medimex. La “sacerdotessa” del rock Patti Smith chiude la rassegna tarantina domenica 9 giugno, sul main stage della Rotonda del Lungomare, per il gran finale di una tre giorni di live che ha visto una straordinaria partecipazione di pubblico.
La recensione di Riccardo Resta per Bariviva.it:
Sabato 8 giugno 2019, una data da ricordare per tutti gli appassionati di britpop dell'Italia meridionale: Liam Gallagher, l'ex frontman degli Oasis, per la prima volta a sud di Roma. Location la suggestiva rotonda sul Lungomare di Taranto per il Medimex 2019, festival della musica internazionale organizzato dall'agenzia regionale Puglia Sounds, per il secondo anno consecutivo nel capoluogo jonico.
Un concerto atteso, che all'atto dell'annuncio aveva scatenato gli entusiasmi dei tantissimi fan italiani della band di Manchester e del bad-boy inglese per eccellenza. E Liam non ha tradito le aspettative: dopo l'esibizione dell'ensemble italo-britannica Rude Boy Mafia e il dj set di Ringo e Paul Gallagher (il maggiore dei tre fratelli) alle 22:15 sale sul palco Liam, ed è tripudio. Temperatura che oscilla attorno ai 25-28 gradi, Liam si presenta sul main stage con il parka grigio, sudato ancora prima di iniziare, sulle note di Fucking in the Bushes, intro dei concerti degli Oasis dal 2000 in poi. L'atmosfera è frizzante, il pubblico sa che dall'artista riceverà esattamente quello che vuole. Già, perché se il fratello maggiore Noel, Damon Albarn dei Blur e le altre grandi icone del pop britannico targano '90s hanno intrapreso altre strade, più oscure e impervie, Liam è rimasto fedele alla sua immagine, alla sfacciataggine che l'ha reso icona per la generazione che ha vissuto il passaggio dal vecchio al nuovo millennio con le canzoni degli Oasis a tutto volume nel walkman.
S'intuisce l'andazzo già al primo accenno del riff di Rock 'n' Roll Star, e arrivati al famoso "Weeeeeell" di Morning Glory, il secondo brano in scaletta, le corde vocali del pubblico in estasi vengono già messe a dura prova. Dopo una prima infornata di Oasis l'atmosfera si è fatta abbastanza calda per introdurre le canzoni tratte dal disco d'esordio solista As You Were (2017): Wall of Glass e Greedy Soul sono quei classici brani sfacciati e arroganti che caratterizzano il personaggio Liam, che ciondola sul palco, mani dietro la schiena, sguardo cattivo, la voce cantilenante nella forma dei giorni migliori, qualche colpetto qui e lì al tamburello e alle maracas. I tempi sono maturi per abbassare un po' la dinamica: sul palco fa per la prima volta il suo ingresso la violoncellista, che accompagna Liam nell'esecuzione di For What it's Worth, classica ballatona in stile Oasis in cui il Nostro prova ad avanzare le sue scuse (sincere?) per i suoi atteggiamenti da ragazzaccio della periferia popolare di Manchester.
Pubblicato venerdì 7 giugno, il nuovo singolo Shockwave (che anticipa l'uscita del secondo album solista Why Me? Why Not, in programma a settembre) è già diventato una hit per il fedele pubblico gallagheriano, che lo canta come fosse un classico. Tutto pronto, quindi, per tornare a casa, in territorio Oasis: se Columbia è accolta come una secchiata d'acqua gelida nel deserto, su Some Might Say si scatena il chitarrone che dà vita all'estasi pagana da sing-along incontrollato. Buona risposta del pubblico tarantino anche su Soul Love, unico brano presente in scaletta fra quelli dei Beady Eye, esperienza non esattamente felicissima del periodo immediatamente successivo allo scioglimento degli Oasis, nel 2009. Rimanendo nel mood "ballate", si prosegue con Universal Gleam, brano tratto dal disco solista, prima di un'altra buona dose di Oasis con Cigarettes and Alcohol (vero e proprio inno dei primi anni '90) e Lyla, suonata mezzo tono sotto rispetto all'originale, forse uno dei momenti meno convincenti dello show insieme a Eh La, brano solista mai pubblicato su disco. Le premesse ci sono tutte per il visibilio: al primo accordo di Wonderwall salta ogni schema, ogni freno inibitorio, è solo estasi collettiva per una delle canzoni più famose di tutti i tempi. Anche i bis sono di pura marca Oasis: Roll with It e Champagne Supernova (eseguita in acustico con piano e viola) chiudono una serata memorabile per Taranto, la Puglia e il sud Italia. È l'apoteosi dello stile Liam: sempre la solita minestra? Sì, ma quanto è bella…
Foto: Medimex e vari account Instagram
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